Plat Du Jour: “Plat Du Jour” (1977) – di Piero Ranalli

Una band poco conosciuta, formatasi a Rouen (Francia) nel 1974. Il loro unico album omonimo fu pubblicato dall’etichetta Speedball nel 1977, figurano cinque composizioni dal carattere molto forte e originale, un ibrido tra jazz-rock, progressive d’avanguardia e psichedelia altamente anticommerciale…da pelle d’oca! Non vogliamo esagerare ma è una delle nostre più grandi scoperte musicali: relegare in un angolo dischi come questo per il solo fatto che hanno avuto poca fortuna è veramente un’infamia e confermerebbe che sono sempre e solo i soldi a far girare le informazioni e le creazioni. Veniamo ai musicisti: Vincent Denis (voce, chitarra), Jacques Staub (tastiere, percussioni), Alain Potier (sax, voce), Rodolphe Moulin (basso, voce), Oliver Pedron (batteria, percussioni); vi sono anche due ospiti: François Maze (voce), François Ovide (percussioni). Un progetto sperimentale e accattivante, davvero una piacevole scoperta e ci fa letteralmente incazzare che una band di questo calibro non sia riuscita a divulgare adeguatamente la propria musica. Ci piacerebbe molto che queste nostre “riesumazioni” musicali fossero considerate come le visioni di un folle che cerca disperatamente di trascinare altre anime in questo vagabondare in territori inesplorati e abbandonati, con lo scopo di illuminare ciò che è rimasto nell’ombra, perché non c’è niente di più intimo e vibrante di ciò che è nascosto, non per sua volontà ma perché siamo noi a fare luce nei posti sbagliati.
L’invisibile ha delle radici profondissime e comunica in continuazione con noi, basta sintonizzarsi e, perdonateci la presunzione, vorremmo essere il vostro elemento stimolatore, il vostro fattore accelerante, capace di rivitalizzare interessi sopiti, che sono lì in attesa di un segnale. E che segnale, amici miei, questo disco non è solo godimento per le orecchie, è un’esperienza nell’inconscio attraverso la quale scoprirete cinque gemme psicoattive. Il brano di apertura, 5 & 11, mette subito in mostra un approccio jazz unito ad atmosfere psichedeliche, non tarda ad arrivare una chitarra veramente esplosiva alla quale si accompagna una voce malata carica di follia, assoli di chitarra psichedelici e spigolosi mettono in evidenza il talento di Denis. Autoroute con il suo umore riflessivo si trasforma piano piano in qualcosa di diverso attraversando molteplici direzioni musicali offrendo tanta energia quando devia in un’eruzione esasperante di chitarra ringhiante.
Zilbra è un serpentone strisciante che danza inizialmente con la complicità di un basso funky e finisce per schiantarsi davanti ad un organo sporco di fuzz insieme ad una voce colma di pazzia. Totem, anch’esso basato su di un ritmo funky, è dominato da un cantato abrasivo con toni di chitarra molto belli, segue un organo che conduce la band verso una sezione strumentale. L’homme la consideriamo la traccia più accessibile dell’album, una ballata acustica piacevolmente puntellata dal pianoforte elettrico. A metà del brano inizia una linea di chitarra fuzz semplice ma memorabile che lo accompagna fino alla fine. Rock N Speed è decisamente d’impatto e inizia con un assolo di sax molto jazz su di un ritmo particolarmente veloce: all’improvviso rallenta ma non smette di dondolare, piano piano si attenua e il ritmo diminuisce ancora di più… un ambient oscuro e psichedelico. Che album amici, veramente bello. Ad aumentarne il fascino contribuisce di sicuro il fatto che nel periodo in cui è stato pubblicato molti dei gruppi che avevano segnato la storia di questo filone musicale erano ormai sulla via del tramonto, per cui trovarsi di fronte a un disco così disarmante sia da un punto di vista sonoro che compositivo fa veramente effetto e vi garantiamo che avrebbe fatto ugualmente la sua figura anche se fosse uscito nell’epoca d’oro dei primi anni 70.

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