Plakkaggio: sotto il cielo di Colleferro – di Lorenzo Scala

C’era una volta, e c’è ancora, una città industriale incastonata tra le verdi e morbide colline nel sud del Lazio, più precisamente nella Valle del Sacco. Una città dove inizialmente non c’erano case, ma a ben vedere non c’era neanche la città, c’era invece un’industria chimica che produceva esplosivi (BPD, Bombrini, Parodi Delfino, i due proprietari). Ironia della sorte questa produzione di guerra ha  preso il posto dello zucchero perché in precedenza in quello stabilimento risiedeva uno zuccherificio. Intorno a questa azienda sono nate le prime abitazioni di operai. Poi nel tempo sono fiorite altre industrie chimiche, altre abitazioni, ancora industrie belliche e poi ancora case e palazzi, industrie specializzate nel settore aerospaziale e militare (Simmel difesa) e, infine, per non farsi mancare niente, sono spuntati inceneritori e discariche. E’ nata così una città che è un ginepraio di veleni, una città color cemento circondata da una natura brulla e ruspante colma di un brutale fascino. Una città chiamata Colleferro, poggiata non solo sulle falde acquifere inquinate ma anche sulle spalle di chi questa città la vive e in qualche modo riesce ad amarla. Qui nel 2004 si formano i Plakkaggio hc, un trio di giovanissimi, Gabriele, Chris e Alessandro, che si fanno conoscere con un primo demo: “Liar” (nel quale ha suonato anche il loro amico URAS) che gli permette di  muovere i primi passi a Roma, fuori dal loro habitat. Per questi ragazzi la città di Colleferro non è solo quanto detto fino ad ora, ma è anche terreno paradossalmente fertile per coltivare un certo tipo di aggregazione, una socialità fatta di incontri, pub, sport, musica e battaglie sul territorio. Non  a caso una regola che si sono auto imposti enuncia solenne che ogni membro dei Plakkaggio deve vivere sotto il cielo di Colleferro. Suonano un punk hardcore d’assalto, con testi immediati e furiosi. La scena romana li nota, mette a fuoco e spalanca le cosce a questa band genuina, caciarona, precisa e tagliente come un bisturi. Nel corso degli anni tirano fuori tre album (“Il nemico”, “Fronte del Sacco” e “Approdo”) maturando costantemente uno stile sempre più personale contaminato dalle sonorità Heavy Metal. Nel 2014 subentra alla batteria Valerio al posto di Alessandro, non per divergenze ma perché Alessandro si trasferisce fuori dai confini cittadini. Da qui i Plakkaggio hc diventano semplicemente i Plakkaggio, e continuano il loro percorso di maturazione fino a coniare l’allucinante e ironico stile New Wave of Black Heavy Metal Oi, dove si prendono gioco di quei muri che separano i generi. Da questi presupposti nasce “Ziggurath”: un album mastodontico per fluidità e impatto sonoro. Tombe scoperchiate, sguardi randagi, palchi arrangiati che sovrastano  le “arene degli dei”, sono solo alcune delle suggestioni create con una naturalezza  dietro la quale si cela una certa abilità compositiva complessa. I testi uniscono visioni storiche e troviamo insieme alle Ziggurath anche la Mesopotamia e scorci di vita quotidiana. Il territorio, come già detto, è una componente fondamentale, insieme a una socialità incarnata da un bisogno fisiologico di riscatto (macchine gremite, locali, fortini in cui ritrovarsi a parlare dei Maiden). Non è un caso che questo album, come i precedenti ma con una messa a fuco maggiore, abbia lasciato un solco bello grosso nel panorama underground Italiano. Tinte scure si alternano a lampi violenti che a loro volta lasciano spazio a slanci melodici accattivanti. Fino ad arrivare alla chicca finale che sicuramente fa sorridere ma anche un poco commuovere, per quei fili nostalgici che uniscono la generazione nata negli anni ottanta con la propria infanzia: la cover rielaborata de Gli anni degli 883, trasformata ne I nostri anni, vestita di tutto punto da un’armatura pienamente in stile Plakkaggio e con un testo personalizzato che supera indubbiamente in vitalità e dinamismo quello originale. Per chi ama questa band e questo territorio, questa specie di recensione suonerà forse già sentita, suonerà come una storia rabbiosa e in qualche modo romantica, ma quello che auspichiamo é che arrivi a chi non ha ancora avuto modo di conoscerli, in modo che possa scorgere in loro il “Bagliore di un’era remotaun’origine comune” ma anche una “sorgente” e un  “tumultuoso affluente”.

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