PJ Harvey: “White Chalk” (2007) – di Natale Biondo

PJ Harvey (PJ sta per Polly Jane) è una tra le più geniali performer e songwriter dei nostri tempi. Originaria del Dorset, la compositrice britannica. con i suoi dischi e le sue straordinarie live performances ha di fatto dato vita a nuovi standard attitudinali per le donne nel rock. Inizialmente il nome PJ Harvey si riferiva non solo alla stessa ma anche al trio che comprendeva il batterista Robert Ellis ed il bassista Stephen Vaughan. Sarà con questa  formazione e sotto la supervisione ingegneristica di Steve Albini (Big Black e Shellac) che vedrà la luce nel 1993 “Ride Of Me”, uno dei lavori più impegnativi della sua discografia. Sin dagli esordi, la carriera artistica di PJ ha imboccato vie in assoluta antitesi con il concettto di mainstream, dando vita con ogni suo disco ad una trasformazione che ce la fa apparire sempre come una anima camaleontica, differente non solo nella musica ma anche nell’immagine. Nel 1996 Nick Cave – una delle sue principali influenze – la chiama per duettare con lui in un brano (Henry Lee) di “Murder Ballads”; questo incontro rappresenta un momento fondamentale nella vita della giovane artista. “La prima volta che ho ascoltato un suo disco (riferendosi a Cave ndr) avevo diciotto anni. Sono rimasta sconvolta dalle sue canzoni e non ho ascoltato altro per molto tempo. La sua musica aveva toccato alcune parti di me in modo così forte. In seguito, sono rimasta scioccata nell’apprendere che era un eroinomane”. Con queste parole PJ parla del suo primo contatto con il mondo oscuro del musicista australiano. I due vivranno una intensa storia d’amore che, anche se di breve durata, lascerà segni indelebili in entrambi. “White Chalk” è un disco di PJ Harvey del 2007, una raccolta di canzoni commovente e malinconica. Stilisticamente non è un passo avanti, né è un passo indietro, ma piuttosto uno schizzo estemporaneo della sua attività creativa, destinato a lasciare spazio agli input momentanei che si manifesteranno alimentando la sua anima, come se fosse stato concepito in una notte buia ed oscura della vita di PJ. Potremmo azzardare, ma non tanto, nello scrivere che “White Chalk” rappresenta spiritualmente per PJ Harvey quello che “Nebraska” ha rappresentato per Bruce Springsteen. La produzione è opera di Flood, John Parish e la stessa PJ. Con lei oltre Parish (drums, vocals, bass guitar, banjo etc.) Eric Drew Feldman (piano, vocals, mellotron, keyboards) e Jim White alle percussioni. Parlando di “White Chalk” PJ ha dichiarato: “quando ascolto il disco mi sento in un universo diverso, davvero, e non sono certa che sia nel passato o nel futuro. Il disco mi confonde e quello che mi piace è che non mi sembra di questo tempo e di questo momento, ma non sono nemmeno sicura se sia di 100 anni fa o 100 anni nel futuro concludendo che il suono dell’album è davvero strano”. Lavoro estremamente introspettivo“White Chalk” non è un’opera di facile ascolto, tutt’altro… non tanto per le songs, di fatto divine e misteriose, ma anche perché ascoltandolo ci si sente in qualche modo invadenti, come se si stesse guardando furtivamente all’interno di un mondo privato ed interiore che non ci appartiene. Ogni passaggio del disco emana una atmosfera pervasa da una forte sensazione di inquietante disinteresse verso tutto ciò che appartiene all’ambito fisico. La crepuscolare voce della compositrice è accompagnata da soffici note generate da tocchi di strumenti acustici (pianoforte, arpa, armonica, etc) che sostituiscono le chitarre elettriche. Durante il tour per la presentazione di “White Chalk”, la musicista si esibiva senza una band di supporto, usando tra l’altro un autoharp (strumento a corde pizzicate da lei tanto amato, al punto da diventare il suo preferito dopo la chitarra). Il disco si apre con The Devil, in cui PJ canta accompagnata dalle note  tetre di un pianoforte “All of my being is now in pining'”… e poi The Piano, un brano intensamente poetico che raggiunge momenti di struggente liricità e cupa bellezza estetica… “Hit her with a hammer / Teeth smashed in / Red tongue twitching /  Look inside her skeleton /  My fingers sting  / Where I feel your fingers have been / Ghostly fingers / Moving my limbs / Oh God I miss you… Daddy’s in the corner / Rattling his keys / Mommy’s in the doorway / Trying to leave / Nobody’s listening… Oh God I miss you / Oh God I miss you”. “White Chalk” dà vita ad un quadro musicale minimalista, con il pianoforte e la voce in primo piano, che percorre i sentieri spirituali ed intimi della sua creatice. Un lavoro che contiene l’ingegnosità e l’intensità insite in tutte le opere di PJ Harvey, magari espresse qui con toni molto sommessi ed introspettivi ma che in qualche modo ti continuano a suonare dentro anche alla fine del disco.

Illustrazioni: Stefano Minelli © tutti i diritti riservati 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un pensiero riguardo “PJ Harvey: “White Chalk” (2007) – di Natale Biondo

  • ottobre 13, 2018 in 3:46 pm
    Permalink

    Meno male che hai ripreso a scrivere, mi sei mancato.

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *