Pixies: “Surfer Rosa” (1988) – di Flavia Giunta

Contraddittori, surreali, innovativi, violenti, ironici, grotteschi. Con questi e altri aggettivi si può provare ad inscatolare i Pixies in una qualche categoria… ma sempre senza riuscirci fino in fondo. E’ il 1986, e a Boston due studenti dell’università del Massachussetts nonché chitarristi (Charles Michael Kitridge Thompson IV, per gli amici Black Francis, e Joey Santiago) decidono di ritrovarsi per suonare insieme. Pubblicano un annuncio con il quale intendevano reclutare una bassista “appassionata di Peter, Paul and Mary e Husker Du”, ed è Kim Deal l’unica a rispondere, sebbene il suo strumento fino ad allora fosse la chitarra e non il basso. A questo trio iniziale si unisce un amico di Deal, il batterista David Lovering, ed ecco gli esordi della band più bizzarra dell’alternative rock statunitense. Basti pensare che il nome del gruppo venne fuori casualmente, mentre Santiago sfogliava il dizionario. Come tutti, i “Folletti” hanno iniziato suonando nei locali e, in una di queste serate, hanno avuto la fortuna di venire notati dal produttore Gary Smith che, l’anno successivo, farà uscire il loro primo Demo Tape. Il 1987 è stato anche l’anno in cui ha visto la luce il primo EP ufficiale, “Come On Pilgrim”, grazie ad un non del tutto convinto Ivo Watts-Russell, proprietario della casa discografica 4AD, il quale aveva ascoltato il demo e decise infine di dar loro fiducia (si dice persuaso dalla propria ragazza).Il disco di cui vogliamo parlarvi qui però è un altro, è il primo album vero e proprio dei Pixies, che scaverà il solco per una notevole produzione futura nonostante gli alti e bassi fra i musicisti: Francis e Deal hanno entrambi caratteri dominanti che li porteranno a frequenti contrasti riguardo alla conduzione della band, nonché allo scioglimento nel 1990. Ma nel 1988 le cose vanno ancora bene, ed è da questa collaborazione fra i quattro membri, così florida e originale, che nascerà “Surfer Rosa”: un “must have” per ogni amante del rock che si rispetti. Watts-Russell ingaggerà Steve Albini per la produzione del disco, e a posteriori possiamo solo ringraziarlo, trattandosi dello stesso Steve Albini che annovera nel suo curriculum collaborazioni con Nirvana, Sonic Youth, Stooges, PJ Harvey, Foo Fighters, Fugazi, Gogol Bordello e tanti altri. Con Black Francis alla voce e chitarra ritmica, Santiago alla chitarra solista, Deal al basso e voce e Lovering alla batteria, inizia il percorso nella follia di questi musicisti apparentemente improvvisati ma con talento compositivo da vendere. È Bone Machine ad aprire il disco, con il suo incipit di batteria e la strofa ben cadenzati che si risolvono in un ritornello improvvisamente rallentato, riservato al coro delle voci della band (che cantano, strascicate: “Your bones got a little machine”) e al basso. Si ha un assaggio di quella che sarà la direzione seguita dai Pixies nel disco e, in genere, del loro stile unico e personale: testi pungenti e in alcuni passaggi apparentemente insensati, voce di Francis al cianuro mischiata a quella più felina e morbida della Deal, riff di chitarra formati da pochi accordi ma ben strutturati, un po’ di noise. Segue un andazzo simile Break My Body, più perentoria e disperata. La breve Something Against You ha un inizio che ricorda i Violent Femmes ma, in men che non si dica, si trasforma in un’accozzaglia di suoni di chitarra garage e di urla punk distorte. Anche questo è un aspetto peculiare del quartetto di Boston: il passaggio da melodie piacevoli e facilmente digeribili al baccano puro e liberatorio, senza soluzione di continuità, all’interno dello stesso disco ma talvolta anche nello stesso brano. La bizzarra e nervosa Broken Face, con gli ironici falsetti di Francis, cede il posto all’unico singolo del disco, che è anche l’unico brano che non sia stato scritto esclusivamente dal frontman; Gigantic è infatti stata partorita a quattro mani insieme a Kim Deal, alla quale spetta anche la parte cantata. Si nota una certa divergenza rispetto alle altre canzoni di “Surfer Rosa”: un sound più pulito e tranquillo, con la solitaria linea di basso della strofa che apre la strada alle chitarre del ritornello, e un motivetto che rende giustizia all’inaspettata dolcezza del testo, in cui viene raccontato un amore interrazziale. Il tutto, però, senza perdere quella punta acida di underground e di rabbia che rende riconoscibili i Pixies in qualsiasi loro pezzo. La stralunata River Euphrates ci conduce in un breve, psicotico viaggio lungo la striscia di Gaza, prima di approdare al cavallo di battaglia dei “Folletti”. È questo il punto a cui voleva arrivare chiunque (conoscendo già l’album in questione) stesse leggendo questa recensione. Where Is My Mind?. Non è necessario essere degli appassionati di musica alternativa per conoscere questo brano: basta aver visto il film “Fight Club” (1999) di David Fincher fino alla fine. La canzone è stata scelta per accompagnare l’emblematica scena conclusiva della pellicola, in cui il protagonista, dalla vetrata del palazzo in cui si trova, assiste al disastro da lui provocato e prende per mano Marla Singer, dicendole: “Mi hai conosciuto in un periodo strano della mia vita”. L’idea di accostare i Pixies e Chuck Palahniuk, praticamente il loro equivalente letterario, non poteva essere più azzeccata e, a prescindere dall’utilizzo cinematografico, c’è un motivo se il pezzo possiede un così alto numero di cover (si ascolti, ad esempio, quella dei Placebo): la mescolanza fra testo surreale ed evocativo, sonorità pop-rock in accordi maggiori e andatura sognante – effetto ottenuto anche grazie all’espediente di registrare gli “ooh-ooh” di Deal, che scandiscono il brano, dentro a un bagno… idea di Albini – ha contribuito a creare un vero e proprio inno del rock di tutti i tempi. Segue Cactus, dotata di un ritmo quasi alienante donatoci dalla batteria e dalla chitarra ritmica, in cui Francis canta quasi soffrendo. Ci sono poi Tony’s Theme, distorta, incalzante ed esasperata (“Tony! Tony! Tony!”), e due particolarissimi pezzi in cui l’inglese e lo spagnolo (retaggio dell’esperienza portoricana di Black Francis) si mischiano, creando uno “Spanglish” che destabilizza tanto quanto la musicalità frenetica: Oh My Golly!, la quale termina con una ramanzina di Francis che, nel silenzio, intima di non toccare le sue cose sennò “You fucking die”, e Vamos, inframmezzata dalle improvvisazioni chitarristiche di Santiago. Lo strano blues di I’m Amazed, per non farci mancare nulla, si apre invece con un confuso monologo di Kim Deal, durante il quale il frontman scoppia a ridere. Chiude le danze Brick Is Red, meno esagitata e con chitarre quasi melodiose rispetto ai brani che la precedono. Il merito dei Pixies è stato quello di creare un genere non categorizzabile e di esservi stati coerenti nel tempo, nonché di avere, forse inconsapevolmente, gettato le basi per il grunge di Seattle (più volte Kurt Cobain ha ribadito l’importanza dei Pixies nella propria formazione musicale) e, più universalmente, per tutto un genere musicale, un modus vivendi che sarà proprio della cosiddetta generazione X, o quantomeno dei suoi ultimi sgoccioli. La ribellione al sistema, lo sconvolgimento dei dogmi, la rabbia provocata dalla mancanza di prospettive per il futuro… tutto ciò veniva incanalato in una musica fuori dagli schemi che sarà punto di partenza per infinite band di tutto il mondo, e ancora oggi non perde il suo smalto e risulta più attuale che mai.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: