Pixies Live alle Officine Grandi Riparazioni di Torino – di Flavia Giunta

Torino, 12 ottobre 2019. Ci sono esperienze che non è facile raccontare. Bisogna prendere tutti i singoli attimi che le compongono, ricostruirne l’ordine e poi sgranarli uno per uno come una collana di perle imperfette. Non è facile, ma ne vale la pena, per cui ci proverò. Premetto che questo concerto è stato uno dei regali di compleanno più azzeccati della mia esistenza, e forse anche per questo è difficile mantenersi imparziali; quando sai che, comunque fosse andata la serata, saresti stata felice di essere lì a prescindere, con la tua cara amica a fianco, un aereo dalla Sicilia alle spalle e qualche altro giorno davanti da passare nella bellissima Torino. Ma qui, insomma, stiamo parlando dei Pixies, non di una band qualunque. Forse non eccessivamente noti al grande pubblico in Italia, o almeno non quanto i loro eredi Nirvana, ma un’autentica leggenda per chi sa, per chi conosce la loro importanza nel fondare un determinato tipo di musica – nonché un modo di far musica, in studio quanto sul palco.
30 anni di attività non sono pochi, eppure le Officine Grandi Riparazioni quella sera erano gremite di gente di ogni età. Perché non esiste un’età giusta per apprezzare la musica, quando è ben fatta. Noto anche che si tratta di una calca molto “ordinata”, nella media. Non c’è ressa all’esterno dello stabilimento, prima e dopo i controlli di rito che ci costringono a buttare le nostre bottigliette d’acqua, né all’interno, quando ci andiamo ad accodare alla folla che attornia il palco ancora vuoto come api che circondano la loro regina. Alle 21:00 i Blood Red Shoes, duo indie rock direttamente da Brighton, salgono sugli spalti. Sono stati scelti per aprire entrambi i concerti dei Pixies in Italia, quello del giorno precedente a Bologna e quello di cui scrivo. Ascoltandoli si capisce il perché. Trascinanti ma mai eccessivi, con un sound notevole, mi chiedo come mai non siano più famosi di così. Per mezz’ora tengono banco con una serie di pezzi tratti da album vecchi e nuovi (ne hanno ben cinque all’attivo) e il pubblico sembra entusiasta.
Intorno alle 21:30 lasciano il palco, circondati da applausi, per lasciar spazio al cambio strumenti e ai loro compagni di tour. I quali, con estrema puntualità, faranno la loro comparsa sulla scena alle 22:00, fra le urla di incitamento dei presenti. Una cosa che salta subito all’occhio è il perfetto aplomb dimostrato dai “quattro folletti” dall’inizio alla fine della performance. Salgono sul palco con i riflettori ancora spenti, occupano le rispettive postazioni e, senza dire una parola, attaccano con la cover dei Surftones Cecilia Ann, a quanto pare una consuetudine… e da lì, sarà una cascata di musica senza soluzione di continuità. Probabilmente il concerto con la scaletta più fitta a cui mi capiterà mai di assistere: ben trentasette brani, eseguiti quasi senza pause tra l’uno e l’altro, due ore in cui sembra di trattenere il fiato e riprenderlo solo alla fine. Il fil rouge del tour in teoria è il nuovo album, “Beneath the Eyrie” (2019), ma i brani proposti ripercorrono l’intera carriera del gruppo statunitense, con un occhio di riguardo per i cari, vecchi “Surfer Rosa” (1988) e “Doolittle” (1989)… ma torniamo alla tempesta di brani che ha appena iniziato a travolgerci.
Segue a raffica la potente St. Nazaire, da “Beneath the Eyrie”, appunto. Disco decisamente più maturo, forse anche troppo per chi è abituato agli urletti e ai testi nonsense dei primi lavori. Adesso le luci sul palco sono accese e ci è possibile visualizzare chi sta suonando: una combriccola strana e all’apparenza poco rock’n roll. Ma si sa che delle apparenze c’è poco da fidarsi. I tre membri storici, il frontman e chitarrista Black Francis, il chitarrista Joey Santiago e il batterista David Lovering potrebbero benissimo passare per i membri maturi di un circolo del golf ritrovatisi per una gita domenicale. Lovering con i suoi occhialetti, Santiago con in testa la coppola sempre presente e Black Francis, beh… con i suoi ormai pochi capelli e la t-shirt nera che tira sulla pancetta. E poi c’è la bassista Paz Lenchantin, giovanissima, con la sua frangetta sembra quasi una delle loro figlie e ha una rosa attaccata al manico dello strumento. Insieme sono tanto improbabili quanto spettacolari: per tutta la durata del concerto non diranno una parola al pubblico, ma oserei dire che non ce ne sarebbe stato comunque il bisogno. È la loro energia a parlare. Quasi immobili nelle loro postazioni, professionali, misurati e allo stesso tempo immersi in quel che stanno facendo, non inciteranno mai il pubblico a battere le mani o a cantare in coro perché ci pensiamo già da noi.
Ecco che parte Rock Music, da “Bossanova” (1990) con furore e poi, a ruota, lo spanglish di Isla de Encanta dal primissimo EP “Come on Pilgrim” (1987). Sembra che l’intento dei Pixies sia quello di scaldare l’atmosfera fin da subito, vista la velocità dei brani scelti per rompere il ghiaccio. Ma ecco arrivare una più nota River Euphrates, ed è subito “Surfer Rosa”: qualcosa cambia intorno a noi, le persone che conoscono il brano sono di più rispetto ai pezzi precedenti e si alza un coro partecipe. Non sappiamo esattamente cosa stiamo cantando, ma lo facciamo. Questa sensazione tornerà, ma amplificata, nel momento in cui verranno eseguiti altri “cavalli di battaglia” della band: come Wave of Mutilation, che segue la più nuova ma comunque graffiante On Graveyard Hill e vede una folla salterina salutare il noto intro simil-surf rock. Si torna a “Come on Pilgrim” con l’incalzante I’ve Been Tired, per poi passare ai riff di Brick Is Red, alle atmosfere noisey di Dead e alla recentissima, cupa Los Surfers Muertos. Un altro regalo da parte del pellegrino, Caribou. Si passa poi da U-Mass, dall’ancora nemmeno sfiorato “Trompe Le Monde” (1991), per arrivare ad un momento topico: Monkey Gone to Heaven, uno dei pezzi di spicco di “Doolittle”. Anche qui, voci che si alzano fino all’immenso soffitto delle Officine. Senza tregua, arriva il punk di Planet of Sound e poi, per la prima volta, Black Francis si sposta dal suo quadratino di palco: va a prendere la sua chitarra acustica in vista dei brani successivi… e via a Nimrod’s Son, Bird of Prey dal nuovo album, le ben più datate Ed Is Dead e Cactus, e l’agrodolce Ready for Love… ma c’è nell’aria qualcosa che tutti stiamo aspettando, dal momento in cui Francis ha imbracciato l’acustica.
Ecco arrivare quel qualcosa: Here Comes Your Man. Tanto allegra nel sound quanto triste nelle lyrics, ci fa cantare e ballare tutti quanti, immagino con autentico divertimento da parte degli artisti sul palco che conoscono il reale significato di ciò che stiamo cantando così partecipi e gioiosi (pressappoco la storia di un barbone fuori da un supermercato e di un terremoto). È il momento di proseguire: Motorway to Roswell e poi la bella Catfish Kate, uno dei pezzi più attesi dal nuovo disco; seguono Ana e Mr. Grieves, per arrivare al momento clou, il brano che ha reso famosi i “folletti” nel mondo della musica e del cinema grazie alla sua comparsa in “Fight Club” (1999) di David Fincher. La sala sembra esplodere quando tutti riconoscono gli accordi iniziali di Where Is My Mind. Siamo tutti uniti, adesso, una folla vociante che intona “I was swimming in the Caribbean”, ci si abbraccia fra sconosciuti, si dimentica per qualche minuto tutto il resto. Eppure, forse è perché sono abituati a suonarla così tante volte dal vivo, ma i Pixies sembrano aver accelerato la canzone, quantomeno la parte cantata. Forse sono impazienti di farci sentire il resto del loro repertorio, di dimostrare che è valido tanto quanto questo pezzo così famoso.
Del resto, mancano ancora alcuni “cavalli di battaglia” alla lunga lista; ma arriveranno presto. Rieccoli con Death Horizon, la vecchia, familiare Vamos, la ancor più vecchia The Holiday Song (si può dire che “Come On Pilgrim” sia stato ripreso per intero) e Daniel Boone, altro gioiellino da “Beneath the Eyrie”. Un altro rapido cambio di chitarra: si torna all’elettrica ed ecco Velouria e, a seguire, un intro che sembra non finire mai, allungato a dismisura ma non per questo meno riconoscibile: Gouge Away. Altro momento di follia, felicità e spintoni generali. Un mood che viene accentuato durante la successiva Bone Machine, il cui ritornello viene intonato da mille voci mentre sul palco gli strumenti si fermano per un momento… ecco ancora una perla: la bellissima Hey, da “Doolittle”, che risuona quasi solenne negli ampi spazi della sala mentre Paz Lenchantin pompa dei fantastici giri di basso. Cosa manca ancora? Ma naturalmente Debaser, un classicone, che provoca un inevitabile pogo fra il pubblico. La chiusura è vicina: ci vuole giusto una scatenata e urlata Tame e, infine, No. 13 Baby, giusto per gradire. Allo spegnersi dell’ultima nota i quattro sul palco si avvicinano, si stringono e ci salutano insieme, disilludendoci sulla speranza di un bis“Paganini non ripete”. Tra l’altro, sono anche in perfetto orario: sono le 00:00. Noi ascoltatori migriamo verso le uscite, chi diretto alla propria macchina, chi alla ricerca della più vicina fermata della metropolitana, ma una cosa è certa: abbiamo tutti le stesse immagini ancora impresse nella retina e gli stessi suoni nella testa, dove resteranno per sempre, ad accomunare un migliaio di vite così diverse e lontane tra loro che in una sera di ottobre hanno vissuto un’esperienza unica.

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