Pixies: “Doolittle” (1989) – di Flavia Giunta

1988: avevamo lasciato i “Folletti americani” con un album tanto innovativo quanto godibile, “Surfer Rosa”. Loro non lo sapevano, ma avevano posto le basi per la nascita del grunge. Il disco riscosse un notevole successo: entrò nella Official Independent Chart una settimana dopo la sua uscita, e rimase per ben 60 settimane in classifica. Ma si sa, non basta godersi il meritato frutto del proprio lavoro: bisogna anche faticare per mantenerlo, questo successo. Fu così che, dopo aver firmato per l’etichetta discografica statunitense Elektra Records, la Band di Boston (composta, ricordiamo, da Black Francis: voce e chitarra, Kim Deal: voce e basso, Joey Santiago: chitarra e David Lovering: batteria) partì per un lungo tour che vide delle tappe dapprima in Europa e a seguire in Nord America. Ad affiancarli erano le Throwing Muses, vecchie conoscenze dei Pixies, che avevano in comune con loro sia il tipo di musica e testi – surreali e paranoici – sia l’aver firmato con l’etichetta 4AD in precedenza. Nelle rare pause tra un concerto e l’altro la mente di Black Francis lavorava fervida; a ottobre 1988 erano pronti ben 15 brani nuovi di zecca da inserire nel futuro album, che però sarebbe stato pubblicato solo ad aprile del 1989. Il produttore scelto “Doolittle” è un’altra figura familiare per il quartetto: Gil Norton aveva già prodotto Gigantic, il fortunato singolo estratto da “Surfer Rosa”. In tre settimane, le registrazioni presso i Downtown Studios di Boston furono completate. E possiamo immediatamente constatare come il risultato sia diverso dall’opera precedente, seppure allo stesso tempo confermi lo stile di cui avevamo avuto un assaggio. Sembra una contraddizione ma, cos’altro ci si può aspettare da un gruppo come i Pixies? Sicuramente, una canzone incentrata su un corto francese ad opera di Luis Bunuel e Salvador Dalì è un qualcosa che ci farebbe dire: “Sì, è molto da Pixies. Debaser apre l’album avvolgendosi attorno alle atmosfere inquietanti – e, per l’epoca in cui la pellicola uscì, scioccanti – di “Un Chien Andalou”: un corto sperimentale che, a detta di Francis, “corruppe” la concezione di moralità nonché di arte cinematografica del tempo. “Got me a movie”, “Slicing up eyeballs”… musicalmente, il brano è uno dei più riusciti del disco ma anche uno dei migliori intro mai scritti dalla Band. Il basso introduce una semplice, ma efficace, progressione di accordi che si ripete; la voce di Francis graffia, stride, urla addirittura (si senta la seconda strofa) ma viene per così dire compensata dal dolce sussurro di Deal che le fa da eco nel ritornello: “Debaser! (Debaser…)”. Anche la punk Tame è caratterizzata da una successione di accordi e un’alternanza continua di calma/rabbia, praticamente la cifra stilistica della band, ma in più c’è una sorta di ansito che, verso la fine, sfocia nell’urlo liberatorio (“Tame!”) di Francis, il quale in questo caso se la prende con le scialbe “college girls” che ha avuto occasione di conoscere nel suo quartiere di Boston. Si cambia totalmente argomento in Wave of Mutilation, ispirata al cantante dalla notizia di un uomo d’affari giapponese che si suicidò buttandosi con la propria auto da una scogliera diritto nel mare. Nonostante lo spunto piuttosto macabro, viene data l’idea di una liberazione in positivo, tutta a tema “marino” (titolo compreso): l’uomo adesso può “baciare le sirene”, “camminare sulle sabbie con i crostacei” e persino recarsi nell’inesplorata fossa delle Marianne. L’onda della mutilazione viene seguita a ruota dalla strana, ipnotica, astratta I Bleed che, a modo suo, rappresenta un brano “archeologico”: c’è una rupe, in Arizona, che conserva ancora delle antiche abitazioni al suo interno e, in una delle strofe, sentiamo che “tu puoi mettere la tua mano sull’impronta di una mano stampata nella creta”. A quanto pare i Pixies vogliono dimostrarci che tutto può diventare una canzone. Ma cambiamo – letteralmente – musica con Here Comes Your Man: uno dei brani più pop, orecchiabili e quasi commerciali del quartetto, che fa venir voglia di ballare; uno dei casi in cui è stata favorita un’andatura più regolare (strofa / pre-ritornello / ritornello) a discapito della solita, schizofrenica alternanza. In un certo senso può ricordare il surf rock degli anni 60. Il passaggio di accordi in maggiore dal re, al sol, al la, dà un senso di freschezza e gioia a questo pezzo, sebbene il testo non sia sulle stesse corde: fra un nonsense e l’altro, a quanto pare parla di un clochard e di un terremoto che mette fine alla sua esistenza. Francis ha riportato, in un’intervista, di quanto lo faccia sorridere vedere le persone saltellare allegramente al ritmo del suo pezzo come se fosse una normale canzonetta d’amore. Nonostante questa sorta di equivoco, l’aver scelto Here Comes Your Man come uno dei due singoli da estrarre da “Doolittle” fu ben ripagata. Si torna ad atmosfere più noisey con Dead, che narra addirittura di un episodio biblico: la storia di re David e di Bathsheba, la donna di cui si innamora – e che lascia incinta – e di conseguenza manda a morte il marito. Segue la ballata Monkey Gone to Heaven, altro singolo estratto; come in Here Comes, si ha un ritornello funzionante e una serie di accordi “digeribili”, pop, mentre dal punto di vista del significato si rientra – com’è ovvio – nel surrealismo più puro. Ben riuscita la parte numerologica (“Se l’uomo è cinque, il Diavolo è sei, e se il Diavolo è sei, Dio è sette”) ma inutile scervellarcisi sopra sapendo che è stata inserita solo perché faceva rima con This monkey’s gone to heaven. Un altro pezzo che segue il filone “ecologico” di Monkey è Mr Grieves, esasperato, dal ritmo quasi ska in certi punti, con la sua fine del mondo che può essere preannunciata soltanto da qualcuno che sappia parlare con gli animali… il dottor Doolittle, appunto! La follia (nel vero senso della parola) continua con la movimentata e schizzata Crackity Jones, su un ex coinquilino dei tempi del college di Francis con seri problemi mentali. Ci si riposa un po’ con la sciocca e leggera La La Love You, che universalmente è risultata la canzone dell’album meno gradita dai fan, ma che a nostro parere non è poi così fuori luogo: a detta degli stessi Pixies, è un piccolo “intermezzo di commedia in mezzo a quel che stava succedendo prima, qualsiasi cosa fosse”. No 13 Baby è un parallelismo con Gigantic, sebbene meno romantica e più “sessuale”: Vi si tratta ancora una volta di amore interrazziale, riferendosi a una ragazza messicana con un “13” tatuato su un seno. A sottolineare l’internazionalità, alcune parole in spagnolo sparse per il ritornello. C’è poi la breve There Goes My Gun che può essere vista come un riflesso della politica delle armi in America, e siamo quasi alla fine del disco… ma non si chiuderà prima di aver lasciato un paio di bombe. Hey: ecco uno dei maggiori successi della Band di Boston… e probabilmente il successo risiede nell’andamento R&B di questa ballata, unico nella produzione dei Pixies, coadiuvato da un buon assolo centrale. Sofferente, straziato ma incalzante, il brano procede scardinando una serie di dogmi, come la separazione tra l’atto del sesso in sé (uguale piacere) e la sua diretta conseguenza, vale a dire il parto (uguale dolore). Può sembrare una canzone sull’amore, ma è molto di più. Il penultimo pezzo, Silver, l’unico scritto a quattro mani da Francis e Deal, ci regala una bizzarra visione di un western alla Sergio Leone prima dell’estremo saluto con Gouge Away. Qui abbiamo la summa di tutto ciò che il gruppo ha mostrato di saper fare finora: giri di basso, riff di chitarra, inizio sommesso che sfocia in un ritornello potente e urlato, catartico.ma sempre con una struttura ben definita, strofa/ritornello, novità esclusiva di “Doolittle” rispetto ai precedenti dischi. Altra chicca power-pop da non perdersi, senza dubbio. e, per di più, si torna ad un argomento di violenza biblica: stavolta è la storia di Sansone e Dalila, colei che farà sì che i Filistei gli cavino gli occhi dalle orbite (“gouge away”, appunto). In sintesi? L’album ha definitamente consacrato i Pixies alla notorietà e non solo: ha confermato il loro stile, smussando le sbavature, rendendoli “più Pixies”. L’unico compromesso, se così si può definire, è stata la scelta di costruzioni più pop e meno astratte, più fruibili ma non per questo snaturate rispetto all’idea iniziale che i “folletti” ci avevano dato della loro musica… e questa scelta ha funzionato. Non per niente, da questo momento in poi per la carriera dei Pixies ci sarà una sorta di declino, dovuto più che altro alle tensioni fra il frontman e la bassista, ma c’è da dire che la vetta era già stata raggiunta.

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