Pixies: “Beneath the Eyrie” (2019) – di Lorenzo Scala

Provo un sottile piacere nello scrivere quanto segue, perché in fondo è da un bel po’ di tempo che ci speravo: in casa Pixies sono sbocciati nuovi “fiori del male” e il nuovo disco, “Beneath the Eyrie” (BMG Infectious 2019), il settimo per la precisione, si presenta come un giardino vivo ricolmo di petali neri, funghi, radici, cortecce e insetti velenosi. L’ansia da prestazione sembra lasciata alle spalle e il lavoro non vuole apparire forzatamente graffiante come il precedente (comunque piacevole) “Head Carrier” del 2016. Questa volta il team di musicisti si allontana con naturalezza dagli stereotipi che hanno caratterizzato il loro suono fin qui. Decidono invece di mostrarsi per quello che sono, vivi e vegeti e con una certa voglia di non mollare gli ormeggi, senza la smania di mostrare i muscoli. L’idea stessa di riciclarsi viene accantonata per concentrarsi su porte socchiuse su inedite soluzioni alchemiche dal sapore vagamente esoterico. La crescita evidente anche ai timpani più distratti è da ricercare nella sintonia raggiunta con la bassista Paz Lenchantin, subentrata nel 2013 al posto di Kim Deal (una bassista, quest’ultima, che ha lasciato un’eredità monumentale e difficile da gestire). In questa occasione Paz Lenchantin sembra realmente a suo agio e integrata, lo dimostrano i tre brani affusolati e corrosivi che portano la sua firma, tra cui spicca il magnetico singolo On Graveyard Hill, dallo splendido video dall’impianto visivo fumettistico e retrò.
I paragoni con i dischi del loro passato remoto, vere pietre miliari della storia del rock, francamente mi annoiano e non li considero neanche. Questo “Beneath Eyrie” non è un capolavoro, non  stravolge universi e non separa le acque. Parliamo di un disco onesto e vario, godibile e oscuro, con un’aurea di morbosa orecchiabilità. Qualcosa di perverso si dipana tra le melodie di questi brani a tratti western, a tratti completamente immersi in una new wave d’altri tempi, eppure moderna. L’Introduttiva In the arms of Mrs. Mark of Cain è un piccolo manifesto di intenti, con il suo arrangiamento complesso, pieno di linee musicali che si sovrappongono in un flusso che strega al primo ascolto. Nessuna delle canzoni che seguono sembra voler svettare sulle altre, ma è l’intera opera a essere funzionale a se stessa, come un unico brano che si dipana in più capitoli. Dodici canzoni di cui solo un paio risultano leggermente più deboli ma comunque piacevoli, non stonano affatto e non risultano riempitive, semplicemente hanno un magnetismo minore. Da quel secondo debutto sulle scene che fu “Indie Cindy”, pubblicato nel 2014 a ben 23 anni di distanza dal precedente, carino ma vagamente stucchevole nella sua anima Kitsch, questo è il loro lavoro migliore. Genuino e gravido di carisma, “Beneath the Eyrie” accompagna l’ascoltatore in un tour di storie sussurrate. Se dovessi scegliere una canzone da far ascoltare, come biglietto da visita, a un ipotetico fratello minore, sceglierei Silver bullet, ballata disarmante dal testo visionario e ispirato, una sequenza di immagini senza redenzione tra cui possiamo trovare: “Alcune parole oscure che mi hai detto, il mio battito cardiaco in leghe di silenzio, la neve corallina, le luci di un vecchio Hotel, una bevanda torbida che annerisce la bile e un’alba dorata”. Il tutto mescolato in un crescendo che esplode nella seconda metà. A quanto pare  Frank Black ha ancora qualcosa da dire e lo fa con il piglio di uno stregone moderno ancora in grado di giocare con i suoni e le parole.

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