Pirandello segreto: Intervista con Arianna Fioravanti – di Gabriele Peritore

Quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello e ci siamo ripromessi di tracciare un profilo inedito dello scrittore siciliano, grazie al fondamentale e sensibile contributo di Arianna Fioravanti, autrice del libro “Una vita senza vita. Pirandello in cinquant’anni di lettere” che ci restituisce un’immagine intima e sconosciuta di Pirandello, ricostruita attraverso il voluminoso epistolario tenuto, con diversi destinatari, fino alla fine della sua vita. Ho incontrato Arianna alla consegna del Premio Internazionale Pergamene Pirandello, che si svolge ogni anno ad Agrigento, e ho avuto modo di rivolgerle qualche domanda per avventurarci in questa impresa.
Le prime curiosità sono legate ai luoghi; Arianna, tu sei di Roma e la Capitale offre un lungo elenco di scrittori di altissimo livello… cosa ti ha spinto a dedicarti all’opera del drammaturgo agrigentino?
Ora che mi ci fai pensare se avessi dovuto scegliere uno scrittore romano senza dubbio avrei scelto Moravia, ma non sono i confini geografici né altri tipi di confine a condizionare l’amore, e con Pirandello è stato grande amore… a 15 anni avevo i suoi ritratti appesi in cameretta, a 18 conoscevo tutta la sua opera, lo portai anche come argomento a piacere all’esame di maturità, conservo ancora la tesina. Della sua opera mi colpirono in particolare la filosofia arzigogolata, la distruzione delle certezze assolute, la ribellione ai formalismi (da cui egli personalmente non riuscì mai a liberarsi), l’umorismo, la vita come «enorme pupazzata», insomma, per dirla con Gramsci, «le tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori» e dei lettori, producendo «crolli di banalità, rovine di sedimenti di pensiero»

Sappiamo che, pur essendo Pirandello uno scrittore di importanza mondiale, la stragrande maggioranza della sua opera è legata alla Sicilia (Agrigento in particolar modo), e ai siciliani, passando da correnti letterarie quali il verismo e il naturalismo, che prevedevano una abilità espressiva mimetica dei luoghi in cui erano ambientate le novelle o gli altri testi. Se ne potrebbe dedurre un grande amore verso la sua terra: dalle lettere emerge questo aspetto?
Pirandello è uno scrittore siciliano. La Sicilia ha condizionato la sua formazione e la sua opera in mille modi diversi. Mi vengono per esempio in mente le grandi amicizie che influenzarono la sua produzione artistica, come quella con Luigi Capuana che lo attrasse nel mondo della narrativa, o con Nino Martoglio, che lo spronò a scrivere per il teatro, che agli inizi del suo successo fu appunto in dialetto… ma soprattutto per “l’aria” che Pirandello respirò in Sicilia nei suoi primi venti anni di vita, prima di lasciare l’isola. La Sicilia dell’Ottocento, quella dei latifondi, dei privilegi, delle rigide caste sociali, a cui lo scrittore rispose con esplosività distruttiva; ma anche la Sicilia dei formalismi, dell’allusività, della reticenza, dell’onore, sotto la cui oppressione si agitava senza liberarsene mai completamente la ribellione del Nostro autore e, a proposito di ribellismo pirandelliano, come non notare una connessione con gli avvenimenti rivoluzionari che sconvolsero la Sicilia preunitaria? Pensiamo anche al tabù sociale del sesso e alla concezione rigida di famiglia che Pirandello aveva ereditato dalla sua terra e, contro cui, anche qui, in contraddizione con sé stesso, scaraventava il suo umorismo. In particolare c’è una lettera in cui, raccontando alla sorella del modo semplice in cui in Germania si faceva amicizia con le ragazze, scrisse al riguardo: «Comprendo anche che tal modo di vita non si addicerebbe per nulla ai nostri paesi, dove regna l’ipocrisia e la buona educazione fa difetto in presso che tutti gli uomini». Pirandello amò la sua terra ma i rapporti con la società siciliana furono molto conflittuali.

Tu invece che rapporti hai con la Sicilia?
In Sicilia sono come a casa. Per la cordialità delle persone, la simpatia, l’affabilità e, forse, anche un po’ per averla da sempre sentita vicina attraverso le opere di Pirandello.
Pirandello è stato un maestro nello svelare la profonda spaccatura tra l’identità percepita di se stesso dall’individuo e quella percepita dalla folla di individui attorno dello stesso soggetto. Un maestro altresì nel descrivere la crisi dell’io e della possibilità di indossare delle maschere per sfuggire a tale crisi o a peggiorarla. Volendo fare un gioco sfruttando le tematiche pirandelliane, scavando nel suo carteggio: secondo te… Pirandello riusciva a sfuggire a queste dinamiche o ne era vittima?
Pirandello era costantemente alla ricerca di un Io autonomo e autentico. Le maschere non sono solo quelle che si indossano in società, davanti agli altri, ma soprattutto quelle che si indossano per nascondere a sé stessi parti del proprio Io ritenute sbagliate. Lo dice chiaramente il Padre nei Sei personaggi”, uno dei personaggi più autobiografici di Pirandello insieme a Laudisi del Così è (se vi pare)”. Non ci intendiamo con gli altri, ma non ci intendiamo nemmeno con noi stessi, se non siamo pronti a riconoscere e ad accettare le tante parti di cui si compone e si frantuma il nostro Io. Reprimere parti di sé equivale a togliersi pezzi di vita. Riuscire ad accettare ogni parte che chiede di esistere e coesistere insieme alla altre, con cui potrebbe essere in contraddizione, comporta invece la liberazione dalle maschere. Ma a questo, in una società dominata dalle convenzioni, corrisponde la contropartita della “follia”. Non credo che nella sua vita privata Pirandello sia mai riuscito a superare questo conflitto. 
Per quanto ti riguarda ci sono stati momenti della tua vita che definiresti pirandelliani in questo senso?
Si tratta di un disagio universale, che riguarda tutti gli uomini. Sì, mi è capitato di non volermi conoscere e riconoscere per intero, nella mia moltitudine.

Nella sua infinita genialità, Pirandello, suggerisce anche delle vie di fuga all’annullamento dell’identità; dall’umorismo che, da espediente comico, si trasforma in profondo atto di comprensione umana, alla follia, unico elemento che permette di guardare in faccia la realtà e smascherare l’ipocrisia; al sentimento amoroso così simile alla follia. Sappiamo che questi elementi hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, come emergono dalle sue parole più intime?
La follia e l’amore come fonte di vita. La tua è una osservazione molto pertinente e acuta. L’innamoramento riusciva a scuotere Pirandello dall’inedia esistenziale, ci sono molte lettere al riguardo. Uno dei periodi più felici nella vita di Pirandello, e forse veramente l’unico, fu durante il soggiorno a Bonn, dove con Jenny Schultz-Lander visse un amore spensierato… e mi viene in mente una lettera scritta ad Antonietta alcune settimane prima del loro matrimonio. Vale la pena citarla: «Io immaginavo la vita come un immenso labirinto circondato tutt’intorno da un mistero impenetrabile: nessuna via di esso m’invitava ad andare per un verso anzi che per un altro: tutte le vie mi parevan brutte o inamabili. […] Io non trovavo in questo labirinto una via d’uscita. Né nulla potevo trovarci, perché nulla vi mettevo, né un desiderio, né un affetto qualsiasi: tutto m’era indifferente, tutto mi pareva vano e inutile – ero come uno spettatore annojato e smanioso, a cui era di peso il rimanere, e pur non sapeva decidersi ad andarsene, ero come un espulso dal fiume, che consideri dalla riva la corrente senza più la voglia di lasciarsi portare. […] Oh, in che orrenda notte, Antonietta mia, era avvolto il mio spirito! I miei sogni di gloria eran baleni a un tratto oscurati: e invano chiedevo la luce, invano il sole… Ora il sole per me è nato! Ora il mio sole sei tu, e tu sei la mia pace e il mio scopo: ora esco dal labirinto e vedo altrimenti la vita». E mi viene in mente un’altra lettera molto significativa a testimonianza del nesso Amore-Vita, scritta 36 anni dopo la precedente all’attrice e musa Marta Abba«Perché dopo tre anni di starti vicino, ora, senza Te, per quanto mi sforzi, per quanto cerchi di resistere, sento che io muojo. Muojo perché non so più che farmene della vita, in questa atroce solitudine non ha più senso per me vivere, né valore né scopo; il senso, il valore, lo scopo della mia vita eri Tu, nell’udire il suono della tua voce a me vicina, nel vedere il cielo nei tuoi occhi e la luce nel tuo sguardo, la luce che m’illuminava lo spirito. Ora tutto è morto e spento, dentro e intorno a me. Questa è la terribile verità. È inutile che te la faccia sapere; ma è così. La colpa è mia che mi son lasciato riprendere dalla vita, quando non dovevo. Ora non mi è più possibile sentirmene abbandonato». Abbiamo detto amore e follia come fuga dalla morte, anche se, in tanto naufragio, l’unico scoglio a cui Pirandello riuscì a restare sempre saldamente ancorato fu l’Arte.

Ci vuoi raccontare della tua follia nell’inseguire questo progetto?
Certe follie si compiono solo se mossi da una grande passione… questa è stata una “follia” che ha riempito quattro anni della mia vita. Ho letto e analizzato mezzo secolo di lettere, cercando di tracciare un filo narrativo attraverso il punto di vista dello scrittore, senza lasciarmi influenzare dalla critica. È la vita di Pirandello raccontata da Pirandello, la sua “verità”.

Dal matrimonio in poi, tutte le scelte fatte nella sua vita pubblica e privata sono state fonte di discussione e polemica: l’interventismo riguardo la prima guerra mondiale, l’adesione al fascismo, il suo cattolicesimo interrotto… ci puoi dire qualcosa al riguardo?
Proverò a rispondere quanto più sinteticamente possibile. Cominciamo dall’interventismo. Va ricordato che dopo l’iniziale entusiasmo Pirandello sembrò retrocedere da quel patriottismo che aveva tanto animato i suoi avi. A un certo punto infatti dovette apparirgli secondario, se non deprecabile, quel fervore che muoveva alla guerra. Ne troviamo per esempio testimonianza in alcune righe che Pirandello inviò al figlio Stefano quando questi, dopo l’armistizio, poté lasciare il campo dove era prigioniero e tornare in patria. Già in questa lettera Pirandello sembrava voler suggerire al figlio di sostituire gli entusiasmi bellici con l’attenzione da dedicare alla sofferenza umana. In cima a ogni pensiero non c’era più la Patria, ma il dolore delle famiglie spezzate dalla chiamata alle armi, tema che ritroviamo anche nelle opere. In relazione all’adesione al fascismo non possiamo che sottolineare anche qui forti conflitti interiori. Pirandello aderì al fascismo e non rinnegò mai la sua scelta, almeno ufficialmente. Ma per Mussolini ebbe parole anche molto sprezzanti, ne intravedeva il dispotismo e se ne sentiva schiacciato: «Ciò che vuole è che nessuno predomini, nessuno alzi la testa. Attorno a Lui, un livello di teste che gli arrivino appena al ginocchio e non un dito più su. Tutto, così, resta in basso, per forza, e confuso», scrisse a Marta nel 1928. Non era l’uomo che Pirandello apprezzava in Mussolini, ma il Mito, di fronte a cui si poneva come artista. In un contesto storico in cui gli ideali risorgimentali erano stati spazzati via da una società alla deriva, Mussolini incarnava per Pirandello il male necessario. Il Duce avrebbe potuto aiutarlo a risollevare le sorti del teatro italiano attraverso la costituzione di Teatri di Stato, aspettative che però vennero regolarmente deluse. Tutto questo è raccontato nel dettaglio nel mio libro attraverso le lettere. In ultimo, riguardo al cattolicesimo, sappiamo che da bambino Pirandello era stato religiosissimo e che la prima frattura con il culto si ebbe quando, una domenica di lotteria, il parroco gli fece vincere un premio che spettava ad altri. Il ragazzino non digerì la “frode” con cui erano stati macchiati gli insegnamenti cristiani e da quel momento non si fece più vedere a Messa. Spostandoci avanti negli anni, soddisfo la tua curiosità citando una lettera che nel 1895 Pirandello indirizzò alla sorella Lina, divenuta mamma per la seconda volta e in procinto di far battezzare la figlia. 
«[…] la tua bambina dunque sarà battezzata tra pochi giorni. Che ne capirà lei? Quest’imposizione di fede non la capisco affatto. È una violenza, per me, frutto della più cieca intolleranza! Tollerante invece son io, che non vorrei imporre a mio figlio, prima che lui possa o sappia dir di sì, una fede. Se poi lui, venuto su negli anni ed entrato nella ragione, volesse il battesimo, io stesso, lo porterei per mano in una chiesa per farglielo avere. Ma è inutile ragionare… Son menzogne convenzionali che tutto il mondo oggi pratica, e a ribellarvisi si rischia di parer pazzi, o peggio!».
Nell’ultimo periodo della sua vita si stava impegnando nell’affrontare testi di argomento spirituale che probabilmente dovevano essere il suo vero testamento, ma rimasti incompiuti… per concludere questa intervista in modo che non rimanga incompiuta ci vuoi svelare qualcosa che ritieni di fondamentale importanza?
Maria Antonietta Portolano
. Credo che vada riscritta la storia della sua “pazzia”, ma non aggiungo altro, nel rispetto dei lettori che vorranno scoprirlo nel libro. Dunque, lasciamo pirandellianamente incompiuta la risposta…

Arianna, nell’augurarti buona fortuna per i prossimi lavori intanto ti ringrazio per averci presentato il tuo libro “Una vita senza vita. Pirandello in cinquant’anni di lettere” e per la bella chiacchierata su uno dei più importanti scrittori che il nostro Paese possa vantare.

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