Pippa Bacca: Verde come l’erba… Bianco come una sposa – di Cinzia Farina

Enfant gaté dell’arte… Questo dissero. Perché era di famiglia nobile, Giuseppina Pasqualino di Marineo, nipote per parte di madre di Piero Manzoni, conte, quello della “Merda d’artista” in lattina. Non importa poi che per mantenersi lavorasse nei call center o giù di lì. Strana… dissero, mai sazi di finte bellezze patinate. Aveva occhi limpidi e un’espressione arguta e fiera, vestiva solo di verde come le creature invisibili dei boschi e si faceva chiamare Pippa Bacca, come un pupazzetto da bambini. E che arte era poi tutto quel suo sforbiciare su qualunque cosa le capitasse a tiro… dissero, con saccenza. Pippa Bacca ritagliava dalle foglie, foglie di specie diversa chiamandole “Mutazioni Chirurgiche” (2004), attratta dal confine sottile che separa realtà e apparenza, dalla relazione tra forma e sostanza. O verdi uova metafisiche in cui trovavano spazio le diverse varianti di un ironico “Eden” (2006), attratta dal mistero vivo della Creazione. O le arcaiche figurine delle “Mater Matutae” (2002), o delle Sirene, alla ricerca dell’immaginario femminino più profondo, arcaico e collettivo. Ritagliava fogliecarta, plastica, sagome di organi sessuali maschili e femminili sempre in bilico tra gioco e serietà, che rimandano alle grandi forme e istallazioni realizzate in patchwork all’uncinetto, dissacranti e ironiche. Ritagliava perfino banconote in ghirlande di serpenti, scorpioni o angeli, e fotografie (situazioni, persone, volti) ricomposte poi in visioni altre, incarnazione di un complesso interagire con la realtà. Una produzione di grande valore concettuale che mette in crisi certezze, false verità e pregiudizi, affrontando nell’apparente ludica leggerezza e semplicità i dubbi, i nodi, le ambiguità e le contraddizioni del pensiero contemporaneo. Alla fine, quando a 33 anni  morì, il 31 marzo 2008 alle porte di Instanbul, stuprata e uccisa, il suo corpo gettato a bordo strada tra i rovi… dissero che se l’era cercataPippa Bacca stava viaggiando a piedi e in autostop. Mezzo povero, amato da sempre, simbolo di condivisione e scambio, di apertura dell’anima e affidamento. Vestita da sposa. Abito bianco sacro, icona universale di purezza e preludio di fecondità. Il suo progetto, nato in solitaria e poi condiviso con l’artista Silvia Moro – partenza da Milano, arrivo a Gerusalemme la città Santa, attraverso i Balcani – era quello di collegare, con la forza di un messaggio d’amore e di vita, undici paesi straziati da conflitti e miseria: Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Bulgaria, Turchia, Libano, Siria, Egitto, Giordania, Israele. Ci si era preparata lungamente, nessuna improvvisazione. Due anni in cui aveva sedimentato e concepito con cura ogni dettaglio, studiando perfino l’arabo e tessendo una rete di contatti, ospitalità e incontri significativi in ogni paese che avrebbero attraversato. Per spiegarlo, lei che aveva anima di poeta, usava cominciare con La Ballata delle donne di Edoardo Sanguineti, con quel “femmina penso, se penso la pace”. Come una vera sposa, aveva provato e riprovato il suo abito bianco; lavorato a uncinetto la fascia per i capelli da sostituire a seconda delle situazioni con un velo o una coroncina di fiori; realizzato una collana di plastica bianca con buffi personaggi appesi per sentire sempre vicine le sue sorelle, quattro ragazze “un neurone solo, come amava dire. Ogni particolare meditato a fondo – perché ogni più piccolo elemento portasse con sé tutta la carica simbolica dell’idea – insieme a Manuel Facchini, direttore artistico della Byblos Art Gallery di Verona, realizzatrice di entrambi gli abiti. In due esemplari ciascuno, uno che avrebbe “vissuto” il viaggio, l’altro che sarebbe rimasto, immacolato, alla Gallery. Una mantella di lino in due strati, trasformabile in telo, una giacchetta leggera col cedro del Libano ricamato da un lato, una gonna composta di undici strati di tessuti naturali, separati e staccabili come i petali di un giglio. Un numero ricamato su ciascuno come le pagine di un libro, su ciascuno i simboli degli undici paesi. E uno strascico, indice certamente di quell’adesione incondizionata alla vita, al tellurico, al naturale, che Pippa esprimeva altrimenti vestendo e circondandosi di verde. E scarpe col tacco, così scomode per camminare, a sottolineare, con gesto di donna, la condivisione della fatica, del sacrificio dei giorni. Una performance radicata, più che in una qualsiasi volontà di protesta, in una sensibilità generosa e profonda e in una concezione dell’arte come vita, come corpo, avente nella relazione stessa – più che nell’opera – il proprio fine. Una performance documentata nelle sue fasi dal fotografo Sirio Magnabosco, nei contatti e nelle azioni, nei luoghi e nelle testimonianze, nella creazione di oggetti e opere realizzati insieme, tra persone che si incontrano con gioia alla pari. Pippa Bacca e Silvia Moro sarebbero partite l’otto marzo 2008, dopo un saluto e un’azione collettiva di preparazione della liscivia, l’antico sapone fatto con la cenere che avrebbe periodicamente lavato in un rituale di purificazione il loro unico abito, quello bianco che avevano indosso, che si sarebbe sporcato, avrebbe incorporato tracce, sarebbe stato segnato dal viaggio. Pippa aveva chiesto agli amici di portare ciascuno un oggetto speciale da bruciare insieme per ricavare la cenere necessaria, così da fondere in una comunione che si direbbe mistica, acqua e fuoco, cielo e terra, umanità diverse e sparse in un unico slancio. Il comunicato stampa diffuso alla partenza riportava alcuni versi della canzone Giovanna d’Arco che Fabrizio De André aveva tradotto nel 1972 da Leonard Cohen. Canzone che suona oggi tragicamente premonitoria, così come la foto in cui Pippa tiene tra le mani, aperta, rosso sul bianco, una melagrana, il frutto mitico di Persefone rapita, il frutto del non ritorno. Nel loro cammino, quasi un pellegrinaggio, le due artiste procedono secondo “vocazioni” distinte e complementari. Pippa incontrerà artiste e soprattutto ostetriche cui, cristologicamente, laverà i piedi, asciugandoli con la sua mantellina fattasi telo, in un rituale di omaggio e gratitudine per il loro aiutare la vita anche in mezzo all’orrore. Silvia incontrerà comunità di donne che lasceranno una traccia ricamata della propria cultura sul suo abito trasformato in terreno di dialogo e opera collettiva. Il viaggio di Pippa Bacca, che avrebbe dovuto ritrovarsi a Beirut con Silvia Moro dopo una separazione provvisoria, si interrompe violentemente in Turchia. L’anno seguente la regista turca Bingol Elmas lo porterà a termine, vestita del nero del lutto, traendone il documentario My letter to Pippa (2011). Nel 2012 il regista francese Joel Curtz realizza il film La mariée, ricco di documenti e testimonianze. Nel 2015 esce per Castelvecchi la prima biografia autorizzata Sono innamorata di Pippa Bacca. Chiedimi perché!”, della regista romana Giulia Morello che ne trarrà anche uno spettacolo teatrale. Alda Merini, che dedicò a Pippa Bacca due poesie… disse di lei: “Io ho sentito il bisogno di questa donna di sposare il mondo intero, di sposare la cattiveria e la violenza, che è stato un atto di suprema follia, che è quella dei santi, credo…”

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