Pino Daniele: “Terra Mia” (1977) – di Girolamo Tarwater

Una delle tante “top five” strimpellate da Nick Hornby nel suo romanzo, “Alta Fedeltà” del 1995“le cinque migliori ‘canzoni 1 – lato A’ di tutti i tempi”. In questa ipotetica classifica (un esercizio che si va a collocare in un fantasmagorico punto di incontro tra Borges, don Giovanni e Benjamin) una delle canzoni che meriterebbe di starci- e per svariati motivi – è Napule è di Pino Daniele. Questo pezzo (che nel lato B – canzone 1 del disco ha il suo corrispettivo in Terra mia) è, infatti, non solo la prima canzone del primo disco del cantautore napoletano, ma è diventato uno degli inni popolari capace di stare accanto ai classici della tradizione napoletana e una delle presentazioni-manifesto ormai più pop di una città che è molto più di una città. Un ingresso nel mondo della musica quello di Pino che probabilmente non lasciava presagire la carriera a venire. Il musicista aveva allora poco più di vent’anni ma una capacità di muoversi tra la musica e tutto ciò che gli girava intorno con una intelligenza e una sapienza già scafate. Napule è è un esordio che è già testamentario. Chi è vissuto a Napoli negli ultimi 40 anni (la canzone è stata pubblicata nel 1977) avrà certamente almeno un ricordo (ma probabilmente di più) in cui emozione personale e appartenenza sociale si combinano alchemicamente. Io – ad esempio – mi ricordo a parlarne con un amico dei quartieri tra via Roma e Piazza del Plebiscito. Ma, forse, uno dei momenti più intensi è stato qualche giorno dopo l’inattesa morte di Pino Daniele in occasione di Napoli-Juventus che al S. Paolo non è mai una partita come le altre. Tutto lo stadio (tutta la città) ha salutato Pino all’ingresso delle squadre cantando Napule è, un momento decisamente emozionante. È di solito nei particolari che si nascondono certe verità che non si riescono a scorgere o non si riescono a dire perché non si vuole ammetterle. Una cosa che mi colpisce di questa performance al S. Paolo (che Pino Daniele si era conquistato come musicista… e battere il calcio sul suo campo a Napoli non è cosa da poco) è la fine, quando ormai il pezzo dagli altoparlanti sta sfumando e tutto (TUTTO) il S. Paolo fa il controcanto alla voce di Pino nella parte finale e si sente ormai solo il canto (che è più un urlo) dei tifosi che va a finire – prima dell’applauso finale – con le parole “nisciuno se ne ‘mporta”, in modo inconsapevolmente impietoso. Questi pochi minuti – per chi sa ascoltare – dicono molto più di tante analisi sociologiche, di letture, riletture, controletture storiche, dell’identità di un popolo e del suo inserimento nel contesto (sociale, politico, economico, culturale, artistico…) italiano. Tutto questo è filtrato nel crogiuolo poetico di Pino Daniele in un modo che resta per certi versi insuperato e per questo sempre attuale e inattuale. Eppure Napule è – a ben vedere – è una canzone per certi versi anomala nel repertorio di Pino. Già dall’inizio. Gli accordi di pianoforte non lasciano per nulla presagire le tastiere soul e funkeggianti dei tempi d’oro (che invero iniziano proprio da qui), la malinconia dell’oboe e la raffinatezza degli arrangiamenti (gli archi a cura di Antonio Sinagra) si riallacciano a un pop chansonnier che poi non sarà il suo, il mandolino poi lo ricollega a una tradizione da cui Pino ha fatto di tutto per allontanarsi… ma poi parte la sua voce e qui c’è già tutto il suo mondo, una parte del suo mondo che – come tutti i mondi – è variegato, pieno di sfumature, attraversato da contraddizioni. È proprio quest’ultimo aspetto che il canto, attraverso le parole, mette in scena attraverso un testo bellissimo e impietoso, dolce e dolente. Le rime sembrano costruite su ossimori ma in realtà si tratta più di controcanti o di modulazioni: dire una cosa e – non insieme ma accanto, di lato, trasversalmente – dirne un’altra che sembra il suo contrario, ma in realtà è un altro aspetto, un altro modo (non importa se opposto) di considerare la stessa cosa. Bastano i primi due versi: “Napule è mille culure / Napule è mille paure”. Tutto inizia con un nome, affermato nella sua propria lingua (Napule, non Napoli, men che meno Naples), come identità (è) ma anche nella sua straordinaria complicazione stratificata (mille) che si va esprimere in qualcosa di intuitivamente affascinante e coinvolgente (culure: non si dice quali, ma che sono mille). Fin qui siamo ancora pericolosamente in territorio pittoresco (il riferimento ai colori rafforza – per ora – questo rischio) da cartolina. Ma poi arriva il secondo verso e la prima rima è quantomeno inaspettata… “mille paure” spazza via ogni incanto favolesco e, pur nella dolcezza del canto, sbatte in faccia una realtà da cui si preferirebbe voltare lo sguardo. Nello stesso modo, poco dopo il sole (il sole di Napoli!) diventa amaro. La carta è sporca e “nisciuno se ne ‘mporta” .In tre versi viene suggerito tutto un atteggiamento di indolenza, di vittimismo e fatalismo che Pino Daniele ha sempre messo alla berlina, ma non in modo arrabbiato o satirico, piuttosto ironico, costruito su una dolceamara intelligenza (in senso letterale: la capacità di leggere dentro le cose, le persone, i fatti). Una realtà che tutti conoscono ma su cui tutti si ingannano. Questo muoversi con decisione e delicatezza tra sapere e non sapere, tra dire una cosa e il suo opposto è una delle abilità più belle di Pino come poeta. Giriamo il disco (non bisogna dimenticare che allora non esistevano cd, mp3 o streaming ma LP o cassette) e il lato B inizia con un altro classico, quello che dà il titolo al disco stesso. L’attaccamento di Pino Daniele alla sua Città è qualcosa che non può essere messo in discussione. Ma (già da allora: il disco è stato registrato a Roma) non bisogna dimenticare che per arrivare dove è arrivato (non da dove è partito, lì ci è rimasto sempre), Napoli, come tanti lavoratori, come tanti attori, Pino Daniele l’ha dovuta-voluta lasciare. Una transumanza – come quella dal napoletano all’italiano – resa forse necessaria, ma per ora ben lontana. Terra mia è costruita in modo contrario rispetto a Napule è: dove si partiva dai “culure” per arrivare alle “paure”. In Terra mia si parte da “triste” e “amaro” (aggettivo che torna non a caso) del primo verso per modulare poi a “Terra mia terra mia / comm’è bello a la penzà / Terra mia terra mia / comm’è bello a la guardà”. L’emozione e il sentimento passano per una esitazione, una leggera insistenza che si traduce nel raddoppio (terra mia – comm’è bello), quasi un tentativo di afferrarla questa terra, che si esprime in un pensiero che si fa sguardo. Lo sguardo impedisce al pensiero di essere astratto ma nello stesso tempo mantiene una inafferrabilità (lo sguardo è il meno “sensibile” dei sensi) che lo rende sfuggente anche se non meno concreto. Pino canta, descrive, abita, attraversa la contraddizione con fierezza e dolcezza: “ogge è deritto, dimane è stuorto”… e lui va per la sua strada. Una delle parole chiave (se non la parola chiave) della poetica del primo Pino Daniele è “libbertà”. Libbertà con due bi, che non è la semplice libertà, così come ammore è molto più che amore. Anche a proposito di essa, c’è un passaggio da una situazione che potremmo definire negativa a una positiva. Prima, infatti, c’è solo “chellu ppoco ‘e libertà”, sotteso a un fatalismo inefficiente (“Ca niente pònno fa’”) che alla fine diventa pienezza (una pienezza esperita, sentita): “Terra mia terra mia / Tu si’ chiena ‘e libbertà / Terra mia terra mia / I’ mò sento ‘a libbertà”. Libertà (questa volta con una bi) è anche l’ultimo pezzo del disco, che non solo è il congedo dal disco ma anche da un modo di intendere la musica. “Pino Daniele” – il secondo disco  del cantautore napoletano – inizierà con una virata decisa verso un soul jazzato, con un raffinato ma anche arrabbiato piano elettrico. E così siamo già ormai negli anni 80 (“Pino Daniele” richiama molto più “Nero a metà”, uscito nel 1980, che “Terra mia”). Il bellissimo uso delle chitarre (l’arpeggio iniziale, l’assolo ad libitum finale) qui è ancora tutto anni 70. Questo è un congedo, quelle di prima erano un testamento. Pur in uno stile già originale, c’è in “Terra mia” un filone che riprende in modo quasi filologico (a partire dall’uso degli strumenti, degli impianti ritmici, dell’alternanza voce solista e coro) la tradizione che è già comunque un miscuglio di influenze. Per ora il sentore e il sentimento napoletano hanno ancora il sopravvento. ‘Na tazzulella ‘e cafè – a metà strada tra il Renzo Arbore più carosonesco e il De Andrè più sociale – come pure Ce sta chi ce penza – più tradizional-popolano che popolare, più verace che pittoresco – sono due esempi che declinano le denunce neorealiste in chiave più poetica, attraverso il ricorso a immagini quotidiane che si incidono nella memoria per la loro incisività. Il lirismo di Pino non si costruisce su sentimenti, emozioni o idee astratte ma parte sempre da un particolare concreto attorno al quale le parole sanno ricreare un mondo che è nello stesso tempo trasfigurato, in una specie di transustanziazione. Nasce così una nuova lingua in cui tutti si riconoscono ma che è originale, solo sua eppure di tutti. In Ce sta chi ce penza questa lingua attinge a un ambiente concreto (“dinto ‘e quartieri e ‘a Sanità”), con i vicoli in cui si puzza di miseria, ricorda devozioni concrete (‘a Maronna e s. Gennaro), che sfociano nella superstizione, mostrando un popolo che aspetta la fortuna (la “ciorta” di Napule è) giocando i numeri e confidando in una inesistente classe dirigente che dovrebbe pensarci… Due parole chiave sono “simmo strunz”. “Mo’ chiamammo a quaccheduno; ccà quaccosa s’adda fa’”: contro un immobilismo passivo che ricorre ad altri o altro – e in cui Pino Daniele non si riconosce – non resta che riconoscere di essere causa del proprio destino di miseria. Ma pur criticando questa attitudine fatalista, il cantante si riconosce nella sua gente (“simmo”). La lingua poetica e musicale crea questa alchimia di simbiosi e distanziazione, di com-passione ironica, appassionata ma nello stesso tempo lucida, se non impietosa. Così capita a Pulcinella in Suonno d’ajere, in cui ritornano alcune parole, come degli specchi che rifrangono frammenti di verità sparpagliati nel disco. Torna – tema fondamentale come si è visto – la libertà (“Mo t’arragge e pienza a’ guerra / e nce parli e libertà”). Tornano “e creature” di Napule è, la cui voce (“‘a voce d’e creature… e tu sai ca nun si sulo”) qui si fa grido (“I ‘allucco ogne minuto ncoppa ‘e vocche d’e creature”). Sembra che Pulcinella si sia levato la maschera, in realtà ha preso un nuovo corpo, si è trovato un nuovo corpo, quello dei bimbi e delle donne. La denuncia della miseria si esprime poi nella caciarona vicenda di Maronna mia, un blues scanzonato che racconta uno scippo. Pino riesce a costruire in pochi minuti dei quadretti vividi che spesso toccano il problema atavico del lavoro come in Che calore (che sarebbe potuto finire in un disco di Edoardo Bennato) o in ‘O padrone (che potrebbe essere un pezzo della Nuova Compagnia di Canto Popolare fatto dagli Osanna). C’è poi lo straordinario ritratto di Fortunato che fa da pendant con quello di Chillo è nu buono guaglione in “Pino Daniele”: il suo è un mondo di persone vere, vive, colte nella loro concretezza, senza moralismi e senza abbellimenti o abbruttimenti fittizi o caricaturali. Un altro filone della poetica canzonettara di Pino Daniele è quello della ballata malinconica, quasi dolente, che assume il tono di una pausa di riflessione. Ecco allora Saglie saglie che conclude il lato A, una canzone che è più una declamazione, con il tintinnio dei triangoli a creare una atmosfera sospesa e vagamente magica, su cui qualche arpeggio di chitarra e degli archi, quasi come un presagio opprimente, fanno da sfondo a una ragazza che sale e scende per vendere corone d’aglio e che la voce di Pino traspone su un altro livello emozionale, lirico, personale, quasi una meditazione sulle contraddizioni della vita che si fa stupore: “sole d’oro / a matina me daje forza / mentre attuorno tutto more… quanti cose aggio perduto / quanti cose aggio truvato”.  Il tema della morte, discreto ma esplicito, che sta pure in Terra mia (anzi ne è quasi l’esito che precede la libertà: “’a paura ‘e chesta morte / ca’ nun ce vo’ lassà”), torna nell’interludio Chi po’ dicere. C’è la nenia di Cammina cammina, dolente di solitudine; anche qui si affaccia la morte e il mare, che si fa quasi ricettacolo metafisico, come quello che si troverà in Chi tene ‘o mare. Questo il variegato mondo (musicale, armonico, ritmico, melodico, socialeculturale…) di “Terra mia”. Armato di chitarra, intelligenza, intraprendenza, indipendenza, sensibilità, Pino Daniele dà voce a Napoli e questa voce -ancora una volta – non viene da una pseudo élite borghese, da un intellettuale di professione, ma da uno dei quartieri popolari, che in sé coniuga “miseria e nobiltà”, quella vera, non quella di un blasone ormai stinto o di chi, sagliuto, rimane suo malgrado pezzente. Più “lazzaro dei Quartieri” che “professionista del Vomero”, Lui che avrà una carriera professionale invidiabile e invidiata, evolverà la sua poetica nei dischi a venire per svoltare (diciamo – convenzionalmente – dopo “Bella ‘mbriana”) verso altre terre ma, a ben vedere, già da qui, già da “Terra mia” – come Dante – vive la sua commedia terrena come esilio.

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