Pino Daniele: la “prima Trilogia” – di Gabriele Peritore

Napule è a voce de’ criature/Che saglie chianu chianu/ e tu sai ca’ nun si sulo”, che rimbomba tra le strette pareti dei vicoli del centro storico, che si diffonde chiassosa, e precede la comparsa degli scugnizzi che si rincorrono giocando a guardie e ladri o a calcio con un pallone inventato con gli stracci. Tra le gambe di quei bambini ci sono anche quelle di Giuseppe Daniele, che tutti chiamano Pino. Con occhi curiosi, scorrazzava tra i cattivi odori e la tristezza malcelata dei suoi quartieri, scolpendo queste immagini per sempre nella sua memoria, consapevole che già poter giocare era una ricchezza. A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta tanti bambini, oltre che un pallone, a causa della povertà diffusa, sono costretti a lavorare o a inventarsi la vita. Nella famiglia Daniele sono talmente tanti che i genitori hanno difficoltà a pagare la retta scolastica per tutti i figli. Il piccolo Pino fa le valigie e si trasferisce dalle zie più agiate per inventarsi la sua di vita. Nel suo bagaglio le ricchezze più grandi, la fantasia e la sensibilità spiccata. Sensibilità che si manifesta avvicinandosi con passione e serietà alla musica, l’unica in grado di farlo sentire vivo. Sono gli anni della formazione e il giovane Pino sa cogliere insegnamenti da ogni impulso proveniente dalla scena musicale napoletana, provando a esprimersi già a dodici anni.
Napule è na’ carta sporca/E nisciuno se ne importa/e ognuno aspetta a’ ciorta”. Meglio abbuffarsi di caffè, coprire gli occhi con il fumo che sale dalla tazzina, che vedere quello che non si vuole vedere. Politica e camorra stringono un patto per mangiarsi la città, tra speculazione edilizia, che, negli anni sessanta e settanta, crea disastri ecologici non indifferenti, cambiando l’aspetto naturale dell’urbanistica, e lo smaltimento abusivo dei rifiuti che minaccia la salute dei cittadini. Un senso di impotenza unito a un moto di ribellione si fa strada nell’animo nel musicista che proprio in quegli anni batte i suoi primi colpi creativi. Sono gli anni anche delle contestazioni studentesche, della dialettica critica, delle analisi, degli approfondimenti, tutti intorno a un tavolino del bar a commentare gli articoli dei giornali o a frequentare le librerie caratteristiche con i volumi a basso prezzo. Creando un’apertura particolare verso la cultura che viene da fuori, e soprattutto la musica, come Il rock, il jazz, la bossa nova, e, inevitabilmente, il blues, le cui note echeggiano dai giradischi, dai Jukebox e nei locali da ballo, contribuendo a cambiare i gusti giovanili.
Napule è tutto nu suonno/E a’ sape tutto o’ munno/ma nun sanno a’ verità”. La ricchezza che un napoletano ha a sua disposizione può essere anche il suo limite. Il sole, il mare, San Gennaro e la Madonna, Pulcinella e la Smorfia, rischiano, con il loro potere seducente, di nascondere tutta la miseria che imperversa per la città, di offuscare questa forma di sonnolenza, di indolenza, di fatalismo immutabile, padroni di ogni gesto e ogni pensiero, impedendo di cambiare lo stato delle cose. Amore e odio per Pino, sentimenti contrastanti che sente l’esigenza di esprimere, ma con una cifra artistica personale, che deve ancora trovare. Suonare con Enzo Gragnaniello, James Senese, Tony Esposito, Enzo Avitabile, Tullo De Piscopo, Ernesto Vitolo, gli permette di confrontarsi con varie sonorità e stili, di sperimentare la giusta misura tra legami alle radici musicali e aperture verso tecniche espressive provenienti da ogni parte del mondo. Nasce il suo genere inimitabile, indefinibile, che lui stesso prova a battezzare “tarumbò”, taranta e blues.
Napule è mille culure/Napule è mille paure”, e tra questi colori ci sono le tonalità blu del mare ma anche del blues che Pino interiorizza nella maniera più completa, più totale. Come un nero, un nero afroamericano, che canta il dolore della schiavitù, sua e di tutto il suo popolo, Pino è un nero a metà che assorbe questa impotenza, la sofferenza dell’anima imbrigliata, imprigionata, la personalizza, la fa depositare al fondo delle sue radici, dove trova la tarantella, e la melodia, e finalmente può tirarla fuori rinnovata, in un linguaggio tutto suo, mai sentito prima. Con un talento unico nelle mani che scanalano e scalano volteggiando le corde della chitarra e l’agrodolce naturale nella voce, può dichiarare la sua follia, calarsi nei panni di Masaniello, può raccontare le vite degli emarginati, può denunciare il mal costume e i luoghi comuni, può sfogare tutto il suo amore per la vita, per la libertà di pensiero e d’azione e soprattutto per l’arte. Può confessare l’amore tormentato per le caratteristiche più nascoste e vibranti della sua Città, trasformandosi nella voce di un’intera comunità. A soli diciott’anni compone Napule è, brano esemplare, straziante e suadente, contenuto nell’album “Terra mia” (1977), che apre un filone inesauribile e prezioso, che continua nel secondo Long Playing “Pino Daniele” (1979) e matura pienamente nel terzo disco della serie, “Nero a metà” (1980). Poi verranno due dischi che dalla “prima Trilogia” attingono e definiscono la “grande Bellezza” di un ragazzino trasformatosi in mito e che coglie puntualmente le mutazioni del nostro tempo: “Vai mo‘” (1981) e “Bella ‘nbriana” (1982). Percorso poi ripreso in occasione di un altro storico “giro di boa” della nostra società con “Che Dio ti benedica” (1993)… tutto il resto è leggenda e dolore per la sua drammatica scomparsa che vorremo ancora raccontare.

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