Pino Daniele: “Bella ‘mbriana” (1982) – di speea

C’è stato un periodo della mia vita un po’ turbolenta, sono un figlio inquieto della mia città e da piccolo un po’ “scugnizzo”, in cui lavoravo in un supermercato a calata capodichino ed il mastro salumiere, un certo Don Antonio napoletano verace e con il culto delle credenze antiche e popolari, aveva un suo rituale che si ripeteva puntualmente: la mattina quando arrivava nel reparto salumeria ed entrava esclamava: “Buongiorno bella ‘mbriana” e, a fine giornata, quando si andava via esclamava: Buonasera bella ‘mbriana, m’arraccumanne”.
Per noi napoletani è una cosa seria, la “bella ‘mbriana” è lo spirito benigno delle case e delle puteche” (negozi) commerciali, quella che ti protegge ma che non devi mai offendere perché puoi attirarti disgrazie pesanti, una a cui non piace il disordine e quando si doveva effettuare un trasloco se ne doveva parlare lontano dalle mura per non causare la sua ira; in contrapposizione c’è “o munaciello” che al contrario è molto dispettoso, ad esempio ti sposta gli oggetti in casa facendoti dannare perché non li trovi al loro posto, non è cattivo ma bizzarro sicuramente… e Pinuccio Daniele figlio di questa Città, napoletano verace del centro storico non poteva esimersi da questa credenza e addirittura titolare il suo quinto album in suo onore: “Bella ‘mbriana” (EMI 1982). Pino veniva da quattro album fondamentali nella storia della musica italiana. Il primo, Terra mia” (EMI 1977), fu un capolavoro assoluto e soprattutto un colpo di genio, una ricerca delle tradizioni popolari con l’uso di strumenti che riportavano indietro con gli anni, con grandi sonorità acustiche e, soprattutto, un dialetto molto stretto con strofe – che rimandano al popolo e al suo vociare – che magicamente si fondono con il suo essere blues… e allora momenti altamente poetici come Napule è e Terra mia incrociano il loro destino con Saglie Saglie e Furtunato, con Pino che ti accompagna per mano nei vicoli della città. Poi ci furono l’eponimo Pino Daniele” (EMI 1982) con la rivoluzionaria Je so’ pazzo Il mare, dove Pino torna ad imbracciare il 4 corde con un giro corposo e potente e, a seguire, altri capolavori come 
“Nero a metà” (EMI 1980) – perfetto nella scelta e nella sequenza dei brani e con una registrazione ottimale – e Vai mo’” (EMI 1981) con tutti musicisti napoletani e per il quale fu coniato il termine napoletan power”.
Questo “Bella ‘mbriana” segna a nostro avviso la maturazione completa del Nostro amico ed eroe. L’album porta a maturazione accenni di jazz-rock intravisti nel precedente album con Ma che ho e Viento ‘e terra, grazie alla presenza di mostri sacri come Wayne Shorter e Alphonso Johnson, sassofonista e bassista delle
mitiche formazioni dei  Weather Report… e allora si parte forte ma con calma perché Annarè è brano suggestivo che ti cattura l’anima da subito ed i testi confermano la poesia semplice ma immediata nella sua scrittura e ognuno si sente citato dall’artista: tocche ‘o pietto e s’annasconne ‘o bene” oppure e falle pazzià pecchè e creature songhe ‘e ddio”.
Pino poi suggella il tutto con la sua chitarra acustica e le tastiere di Joe Amoruso a stendergli un favoloso tappeto di note. Segue la carica di Tutta ‘nata storia a ribadire la sua napoletanità e al non voler accettare le famose chimere d’oltreoceano americane, nonostante il suo amore per la musica di quel paese a cui si è anche ispirato: lui ha napoli nell’anima e qui vuole creare. Poi c’è il brano eponimo e l’entità viene evocata da Pinuccio in una strofa – t’aggiù viste dint’o scuro e chi mi vede con la chitarra acustica duplicata dalla sua voce ed il sassofono di Shorter a ricamarci sopra. C’è poi l’attacco di Tarumbòcon la chitarra rock di Pinuccio ed il suo amore per Pat Metheney… e che dire di I got a blues, con il Nostro che amorevolmente ricorda l’amico Carminequi chiamato “… Giò, che voglie e te verè” e poi un piccolo delicato assolo di Alphonso Johnson e le tastiere di Joe Amoruso ad incalzare il tempo; qui siamo all’amore più profondo per la grande passione di Pino Daniele: “‘o Blues”. C’è poi il romanticismo più assoluto dell’Artista in Io vivo come tecon uno Shorter insuperabile, la chitarra elettrica appena accennata in reminiscenze alla George Benson e poi una strofa che recita così: Il mio sole nascerà dove cammini tu, il mio sole morirà dove vivi tu” (e quando la sussurravi all’orecchio di una donna, lei non poteva non caderti tra le braccia) e dopo tanta dolcezza blues. Con Ma che mania si attacca con un Funky SoulTullio de Piscopo meraviglioso ed un Amoruso notevole; Toledo è l’unico strumentale con Pino e Wayne a rincorrersi e ben supportati dagli altri tre.
Si va verso la fine dell’album, con il
blues di E po’ che fadove la voce di Pino dispensa poesia purissima: tutta l’armonia del brano ha una delicatezza incredibile perfettamente sospesa tra la sua 6 corde e gli arpeggi tastieristici del piano elettrico di Joe Amoruso e con il nostro favoloso dialetto, anzi la nostra Lingua:“mannaggia a me e a quanne so’ asciute” (maledetto me e a quando ho deciso di uscire). Anche nel brano finale Pino Daniele non si risparmia ed anzi, a nostro avviso scrive una delle pagine più belle della sua straordinaria carriera: quel Maggio se ne va che inizia con il piano di Amoruso ed il sax di Shorter, subito incalzati dalla voce di Pinuccio in un canto ed un testo che scavano in profondità. In quelle poche righe il Compositore è alla ricerca di un qualcosa che sta dentro di noi: nujie ca cercamme ddio stamme pe sempe annure” (noi che cerchiamo una fede ci troviamo sempre spogli e denudati nell’animo), per fare poi spazio ad un piccolo assolo di Shorter che ti cattura il cuore via via che il brano va poi dolcemente a decantare con la tastiera di Joe Amoruso.
A proposito di questo brano, riportiamo qui un episodio raccontato dallo stesso Amoruso nel film uscito postumo dopo la morte di Pino, Il tempo resterà” (2017), trasmesso già due volte dalla Rai e curato da Giorgio Verdelli: Joe era seduto al pianoforte e in piedi al suo fianco c’era Shorter, insieme dovevano attaccare il brano ma, Amoruso si bloccò, osservava chi aveva di fianco e pensò a quell’artista monumentale che aveva suonato e composto brani nel Quintet” di Miles Davis e che ora guidava i Weather Report. Un artista è grande anche in questi momenti… Wayne capì l’imbarazzo del giovane Amoruso e lo invitò ad alzarsi: poi mostrò a Joe la maglia che indossava e che presentava un buco; Joe lo guardò e Shorter iniziò a ridere di se stesso… pacche sulle spalle, un abbraccio e tutto si sciolse come neve al sole. L’album è la giusta chiusura di un periodo pieno di creatività e con grande spazio alle contaminazioni funky e jazz che Pino in “Bella ‘mbriana” ha sublimato. Rispetto ai dischi precedenti, la presenza di due giganti internazionali ha ancor di più aperto orizzonti che l’Artista coltiverà negli anni a venire, con incontri e concerti con musicisti del calibro di Richie Havens, Chick Corea, Eric Clapton, Gato Barbieri, Carlos Santana, Pat Metheny, Steve Gadd, Mel Collins e tanti altri. “Bella ‘mbriana” vede anche il prezioso supporto di un amico di sempre, il percussionista Rosario Jermano e rafforza ancor di più il ruolo predominante di un Artista unico ed irripetibile, nato per suonare e che meglio di chiunque altro ha saputo coniugare la tradizione partenopea con le contaminazioni più larghe e sconfinate possibili, non ponendo limiti alle potenzialità e aprendo scenari nuovi ed imprevisti nel panorama musicale italiano ed europeo.

Pino Daniele: voce, chitarra elettrica ed acustica. Joe Amoruso: tastiere, melodica.
Tullio De Piscopo: batteria, percussioni. Rosario Jermano: percussioni.
Wayne Shorter: sassofono soprano. Alphonso Johnson: basso.
Musica e testi composti da Pino Daniele.
Registrato agli studi Bagaria* di Formia e pubblicato dalla EMI nel 1982.
Bagaria*: è un termine del gergo parlesia dei musicisti napoletani
che veniva usato per non farsi capire dai non addetti al lavoro e che
indica un qualcosa di qualità scadente o di confusionario.

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