Pink Floyd: “The Dark Side of the Moon” (1973) – di Nicholas Patrono

Pink Floyd“The Dark Side of the Moon”,1973: l’articolo potrebbe chiudersi qui. Ma se mi invitassero ad esprimere un desiderio, chiederei di essere nato e cresciuto nell’Inghilterra degli anni 60-70-80, perché certi dischi non vanno ascoltati, ma vissuti. Fucina inesauribile di talenti, l’isola britannica ha dato tantissimo alla Musica, quella con la M maiuscola. È il 1973 e nei negozi di tutto il mondo esce un vinile sulla cui copertina è rappresentata la dispersione ottica della luce in un prisma triangolare. Posizionata al terzo posto tra le migliori copertine di tutti i tempi dall’emittente statunitense VH1 nel 2003, conosciuta anche da chi di musica non è esperto, quella copertina non è che la superficie di un viaggio psichedelico di 43 minuti, da cui si torna sempre troppo presto. “The Dark Side of the Moon” è l’ottavo album dei Pink Floyd, il settimo dall’ingresso del chitarrista e cantante David Gilmour, subentrato in seguito all’addio tumultuoso di Syd Barrett. Una formazione relativamente stabile nel tempo, quella della band britannica, tanto che fino a “The Wall” (1979) l’unico scossone è stato appunto l’abbandono di Syd Barrett, dopo il disco d’esordio, “The Piper at the Gates of Dawn” (1967). “The Dark Side of the Moon” è stato composto e registrato dagli “storici quattro”, lo zoccolo duro dei Pink Floyd: David Gilmour a chitarre, voci e synth, supportato dal basso di Roger Waters, con Richard Wright a organo, piano, tastiere e voce, e la batteria di Nick Mason a completare il quadro. Una famiglia, non una semplice formazione, perché decenni di carriera musicale, di registrazioni, tour e avventure condivise non si dimenticano, lasciano un segno e “The Endless River”, l’ultimo disco dei Pink Floyd, datato 2014, ne è la dimostrazione: un tributo di Gilmour e Mason alla memoria dell’amico Richard Wright, deceduto nel 2008. Questo articolo vuole essere una dedica alla memoria di Richard Wright, dello sfortunato Syd Barrett, nonché un tributo per onorare una carriera che parla da sé, che non ha bisogno di elogi, ma che inevitabilmente li attira. “The Dark Side of the Moon” va a collocarsi nel periodo d’oro dei Pink Floyd, una discografia nella discografia, l’età dei capolavori del quartetto inglese, iniziata nel 1973 con il disco in questione e proseguita con “Wish You Were Here” (1975), “Animals” (1977) e “The Wall” (1979). Una tetralogia impressionante, all’insegna della ricerca continua, che difficilmente trova eguali. I dieci brani di “The Dark Side of the Moon” sono stati registrati da Alan Parsons su un’unica bobina a sedici piste, perché si respirasse un senso di continuità, un’atmosfera unica per tutta l’opera. Dai primi, sinistri momenti di Speak to Me, è chiaro che si è di fronte a qualcosa di particolare. Un battito cardiaco, e poi risate, rumori e grida, che sfociano nella pacata e breve Breathe. Preso per mano, l’ascoltatore si smarrisce, grazie agli accordi dal sapore blues e alla voce Gilmour, e viene trasportato fino a On the Run. Di ben altro tenore, On the Run è un brano strumentale, per nulla orecchiabile, antitetico alla dolce Breathe. Un brano che comunica una sensazione di smarrimento, fino al climax finale, culminando in un’esplosione che apre alla transizione in Time. Squilli di sveglie, rintocchi, rumori di orologi, registrati uno per uno dall’ingegnere del suono Alan Parsons in un negozio di antiquariato, e poi un’atmosfera buia, alienante. Le voci di Gilmour e Wright si alternano nel corso della canzone e riflettono sulla fugacità della vita, fino alla ripresa del tema di Breathe nel finale. Delicate note di pianoforte introducono la successiva The Great Gig in the Sky, dove il cantato senza testo è affidata alla cantante britannica Clare Torry. Fenomenali i virtuosismi di Torry, incastrati perfettamente in un arrangiamento dal tocco magico. La voce, pur splendendo, non ruba la scena, ed è questo uno dei grandi meriti della gran parte delle composizioni Floydiane. Gli strumenti viaggiano assieme, armoniosamente, non si sacrifica il ruolo dei membri per mettere in risalto il talento di uno solo. La pace al termine di The Great Gig in the Sky è disturbata dai trilli di un registratore di cassa, che introducono la grande hit Money. Gli scampanelli del macchinario precedono l’ingresso di una gustosa linea di basso in 7/4, alla quale si aggrega il resto della band. Aspra critica all’ipocrisia del materialismo capitalista, tra i brani più ritmati del disco, Money, con i suoi 6 minuti di durata, scorre piacevolmente, fino al dialogo confuso che occupa gli ultimi 30 secondi. L’epilogo di Money si trasforma nel prologo di Us and Them, il brano più lungo del disco, con i suoi quasi 8 minuti di durata. Nelle sue eteree atmosfere, Us and Them incarna lo spirito più trasognato e psichedelico dei Floyd. Un momento distensivo dopo la movimentata Money, dove trova spazio anche un assolo di sax tenore, eseguito dal sassofonista inglese Rickard “Dick” Parry. Un brano che strega l’ascoltare e lo intrappola in un sogno a occhi aperti. La più breve Any Colour You Like prosegue sulla stessa lunghezza d’onda del brano precedente, ma qui sono i synth a impadronirsi della scena, a disegnare intrecci e trame, accompagnati dalle chitarre effettate di Gilmour. Nei due brani conclusivi, è Roger Waters a impadronirsi del microfono. Disturbante, folle, Brain Damage, penultimo brano, affronta il tema dell’instabilità psichica del povero Syd Barrett, tema enfatizzato dalle stralunate risate che si odono nel corso del brano. “And if the band you’re in starts playing different tunes, I’ll see you on the dark side of the moon”, recita Waters“E se il gruppo in cui sei inizia a suonare melodie differenti, ci vedremo sul lato oscuro della luna”. La frase si riferisce ad un episodio davvero accaduto: era capitato più volte che Syd Barrett, mentalmente instabile, durante i suoi ultimi concerti suonasse brani diversi dal resto della band. La conclusiva Eclipse, brano atipico e privo della struttura-canzone canonica, è speculare all’introduzione. Si conclude come Speak to Me era cominciata, con lo stesso battito cardiaco, che subentra negli ultimi secondi e sfuma nel silenzio. Circolare, un cerchio che si chiude come si era aperto. Degna coda di un disco dall’importanza storica fondamentale, capace di influenzare generazioni di musicisti anche a più di quarant’anni dalla sua uscita. Ascoltare “The Dark Side of the Moon” significa lasciarsi andare ad un lungo viaggio, da qualche parte, molto, molto lontano. Ci si smarrisce, e si è felici di farlo… e quando il viaggio termina, è sempre troppo presto.

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