Pietro Maffi: “Gli Sparvieri” (2018) – di Nicoletta Prestifilippo

Esistono paesaggi che sono come un quadro: serve lasciarli appesi e contemplarli il più possibile per sapere nel dettaglio la realtà riprodotta in un momento specifico, e spesso non più accessibile. Così accade coi libri che rivelano uno scorcio di natura benevola e un miscuglio di usanze lasciate sgretolare per l’inclemenza del tempo e dell’uomo che impara presto a tralasciare, a sminuire, a richiamare il potere della scelta quando questa serve a soddisfare un bisogno. Occorre che tutto sia funzionale, che ogni cosa si adatti con precisione millimetrica alle misure, ai contorni, alla velocità che è quasi sempre sinonimo di approssimazione, alle tecnologie che spengono interessi e vivacità, che distraggono a un livello che non è di semplice spostamento dell’attenzione da un punto a un altro, ma è proprio alienazione; è sottile e costante annientamento. Eppure, in un’epoca che si stacca di netto dalla nostra attuale siamo stati altro, e proprio da altri discendiamo: è interessante e sconfortante a tratti, notare quanto non somigliamo più al nostro passato, pur avendo con quello dei legami innegabili, anche in termini di eredità atavica, genetica. Abbiamo osato un passo lungo più della stessa gamba e delle buone speranze di chi è venuto prima, allontanandoci dalla terra, dall’odore del pane già pronto e non più impastato con mani e forza di braccia; dalle storie ad allietare le sere d’inverno intorno al fuoco e a un pasto caldo. Abbiamo scordato la genuinità, ci siamo fatti scaltri a discapito dell’umore e delle alleanze, che troppe volte vengono strette su un fondo di opportunità, più che di affinità. Il buono prevale ogni volta che sorridiamo del sorriso altrui, sentendo germogliare un affetto che non risponde a nessuna regola ed è spontaneo, come le storie che sgorgano dalle pagine di un libro, e la fantasia che si solleva da quelle e si fa quasi tangibile, poiché non è difficile darsi uno sguardo intorno e paragonare visioni e pose, cogliere ancora un’ombra di ciò che avremmo potuto dare, ed essere. A volte basta arrendersi quel tanto che basta a vedere sparse ovunque le cose da aggiustare, e non accanircisi più contro: vedere come va se leggiamo un poco oltre, e se quei difetti li pensiamo da una prospettiva differente, in un tempo da declinare al futuro, secondo predisposizione e insegnamento. “Gli Sparvieri” di Pietro Maffi, edito da Divergenze, è perfetto in tal senso: narra degli scorci di paese, delle visioni striminzite degli abitanti, delle personalità invisibili, chiassose, esuberanti; di quelle che hanno un ghigno appeso in faccia fin dallo spuntare del sole abbottonato a un cielo sempre diverso e sempre uguale, antico e calamitante. Delle anime pure, delle disavventure che temprano lo spirito e segnano il corpo, della bontà d’animo che ha spesso le fattezze di una madre, anche quando questa è da ritenersi tale in via di sentimento, più che di legame effettivo: il teatro di un simile assembramento di anime è un paese chiamato Ballino, e sarebbe Corteolona sotto altre vesti; paese di fantasia più vero che mai, che si impara a percorrere sotto le indicazioni di Maffi, precise più di qualsiasi coordinata. Nessuna cartina, niente confini ben visibili: eppure ci si ritrova spesso a vagare per le viuzze di Ballino, per le case che spuntano rade, le finestre spalancate, il vociare della gente a insinuarsi tra le tende e l’intimità delle quattro mura, e le porte accostate senza troppa prudenza. Un luogo schiuso e quasi chiuso fitto, dove il nuovo viene con poco e in maniera eclatante: la mondanità è una cosa da forestieri, da abitanti di città, e le dicerie sono un passatempo da posare sulle labbra, pronto ad essere condiviso, urlato se necessario, per dare uno spettacolo che se pure dura poco, ha di che sfamare le menti bigotte e piccine, pronte a vuotare i bicchieri e a riempire la monotonia dei giorni sempre uguali. Chi scrive, è un prete dalle abilità grandi e dall’intelligenza viva, senza troppe restrizioni; con il naso puntato per aria a guardare le stelle, interessato dunque all’astronomia come ai libri: una quantità non irrilevante, una lunga schiera tenuta al riparo dalla trascuratezza, consultata e conservata in una biblioteca che esiste ancora, e porta il suo nome. Pietro Maffi tratteggia il carattere dei protagonisti de “Gli Sparvieri”, pubblicato per la prima volta come romanzo d’appendice su Il Ticino nel 1898, nel modo efficace di chi usa la parola asciutta, senza fronzoli, e non si sforza di creare una sensazione: la percorre scrivendo, e quella cresce da sola insieme a chi legge, e forma un pezzetto alla volta grandi scenari, anche nel contesto più piccolo. Ci si affeziona presto allo stolido dottor Fasolari, detto “il Gippa”: un termine preso in prestito dal milanese antico, per indicare una personalità pomposa, dedita al culto delle apparenze, oppure non estranea all’avarizia… e divertono quel suo pavoneggiarsi continuo e paradossale, e i movimenti goffi, l’ingenuità che scambia la derisione per stupore e sbigottimento. Lui inventa di sana pianta l’impossibile e con quello si infiamma, elevandosi a portatore di una rivoluzione del mondo corrente, e degli usi ormai obsoleti, arrugginiti, di tutte le cose intorno all’uomo, capaci di fornirgli un benessere non più soddisfacente: bisognava elevarsi, e nessuno più di lui poteva rendere Ballino un posto all’avanguardia, capace di fare concorrenza alle grandi città. Uomo affamato di consensi, capace di lasciarsi trascinare dagli eventi per la lunghezza dell’intero romanzo: è un personaggio assurdo e irrinunciabile, che si amerà per quel suo esistere di sbieco. Clotilde è la parte chiara del racconto, la purezza messa a dura prova da eventi a dir poco sfavorevoli, e pur sempre cristallina, lucida: fanciulla dall’aspetto e dalle movenze eteree, votata al giusto, a dispetto di ogni circostanza avversa. La madre Berta dai modi sguaiati e rozzi, impersona il difetto, la freddezza, il cattivo esempio, la totale assenza di istinto materno, e insegna alla figlia senza neppure saperlo, un istinto di protezione che si solleva per reazione e contrasto: ai modi duri di una, si contrappone la gentilezza d’animo di una fanciulla scordata, allontanata, e affidata senza un reale intento alle cure amorevoli della zia Caterina, di una morbidezza e accoglienza esemplari e a lungo sospirate. Le donne, nel romanzo, hanno una forza notevole. Sono ritratte in modi differenti, in sfumature che colorano buona parte degli eventi in maniera decisiva: gli uomini dispongono e ritrattano, ma alla parte femminile è dato il compito e l’audacia della ribellione, che le porta ad emanciparsi, a ravvedersi, a ostacolare e alleviare, a fuggire da una situazione sgradita, per la sola speranza di potersi ricostruire. Agli uomini l’azione, alle donne una crescita e un cammino soprattutto spirituale, intimo. L’esistenza quieta di Ballino viene messa a dura prova da scosse di lieve o di robusta entità, tra amori resistenti e nozze imposte, non promesse e disciolte ancora prima di vedersi concretizzate… e poi da un delitto, reso con toni di particolare efferatezza e di tensione ammirevole, che non ci si aspetterebbe mica da un prete-scrittore, e ancora meno da un romanzo dell’Ottocento. Dopo l’incresciosa vicenda, un salto temporale porta a una visione ulteriore e più larga della vita di tutti i personaggi, che rivela la loro natura, le loro inclinazioni: talvolta le conferma, e in alcuni punti fa luce sulla sconfitta, sull’ostinazione, e sul destino amaro di chi deve rassegnarsi e continuare in qualche modo una versione di sé, almeno vicina all’idea originaria, con gli aggiustamenti dettati dall’esistenza di ognuno, letti fra le righe e sulle righe che in questo caso, nonostante il tempo, non sanno perdere smalto, ironia e profondità.

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