Pietro Di Donato … Cristo fra i muratori – di Benito Mascitti

E’ finita in un primo pomeriggio d’aprile. Passato è il giorno fatidico della celebrazione, delle targhe viarie di periferia e dei convegni dedicati per un tempo tanto breve, destinati anch’essi all’oblio. Per la verità, in questi effimeri giorni d’aprile, è arrivata anche la notizia di un bel premio che ci ha visti protagonisti, a Taranta Peligna, con “Una giornata da manovale”, splendido pezzo di Antonio D’Amore sulla sofferenza degli ultimi, nel silenzio duro dell’anima frustata in onore del profitto… nei giorni nostri, uguali a quelli di Geremia, Annunziata e Paolino. Un bel giorno di sole sferzato ancora dall’inverno, lo scorso 13 aprile 2011.Cento anni dalla nascita di Pietro Di Donato, autore di Christ in Concrete, capolavoro della letteratura americana degli anni ’30, bestseller rimasto unico e ineguagliato, consegnato anche alla storia del cinema. Pietro, muratore e scrittore scomparso nel ’92, questa giornata l’avrebbe spesa tra la gente, a leggere e divulgare il suo romanzo e il romanzo della sua vita. Il racconto fedele della storia sua e della sua stirpe, del suo popolo; senza l’enfasi dello scrittore e con la ferma volontà di testimoniare. Perché poi, se non avesse avuto questo ed altri riconoscimenti da letterato, di Pietro non si parlerebbe… tanto era scomoda al potere la sua natura.
I giornali distrattamente ne accennano, anche a sproposito, spesso col solo intento di ricordare l’abruzzesità dello scrittore, fatalmente contesa tra campanili. Oggi Pietro si sarebbe detto tunisino, ne siamo certi. Quel che ci impedisce di capire chi siamo e cosa diventiamo è l’assenza del ricercare e del testimoniare. 
Ci proviamo spulciando tra i pochi documenti di questa storia straordinaria – eppure comune a tanti – fatta di sofferenza, disperazione e riscatto. Pietro era figlio delle terre che dalla Maiella Madre (Maya) guardano al mare, verso sud. Nato in America per il crudo destino della sua gente  che da queste lande, tra mare di cobalto e roccia amara, partiva con la morte nel cuore, alla disperata ricerca di un futuro… verso “terre assai luntane”.
S’imbarcavano a Napoli quelli di Vasto, classificati per etnia  Italian/South Italy avviati come bestie verso l’oltreoceano americano, alla ricerca di una speranza che sempre si rivelava vana o fatta di durissimo sacrificio. Geremia Ventura s’imbarcò a Napoli sul bastimento Italia con altri cinque o sei vastesi e sbarcò a New York – Ellis Island, il 6 aprile 1906. Per ottenere la “chiamata”, indispensabile per il visto d’entrata negli USA, Geremia s’affidò a un tal Di Sciorno Luigi – qualificatosi suo “cugino” – abitante al numero 137 di Mott Street a New York. Un falso ricongiungimento familiare insomma, visto che Geremia Ventura era stato registrato all’anagrafe il 27 gennaio del 1887 dalla pubblica ricevitrice dei proietti, e cioè dei “gettati”… uno di quei tanti neonati affidati alla Ruota degli esposti per disperazione. Di Sciorno era invece cugino di Domenico Celenza e a sua volta, da questi, “chiamato” in America. Prima di partire, il 1 marzo del 1906, diciannovenne, Geremia sposò una giovane vastese, Annunziata Cinquina. Cominciano così anni di duro lavoro e lontananza, nei cantieri dei docks e in quelli delle mastodontiche strutture che a quel tempo s’innalzavano… fino al cielo, al prezzo di sudore e sangue di eserciti sfruttati e senza tutela, senza speranza; emarginati da una macchina del profitto impazzita che, da lì a un ventennio, sarebbe implosa drammaticamente con la Grande Depressione del ’29, tanto simile alla crisi del capitalismo globale di oggiGeremia accettò la sfida, si fece forte e strinse i denti, fino a quando, nel 1909, riuscì a “chiamare” la sua Nunziatina, rimasta in Italia, vedova bianca, con colei che, nel 1907, riconobbe Geremia Ventura come figlio naturale: Filomena Di Donato fu Maria, da Taranta Peligna… la nonna di Pietro, la madre che aiutò Geremia ad affrontare una vita da uomo e da cristiano, nel senso siloniano del termine.
Ci lasciamo guidare dalla lettura e dalle note di quarta di Cristo tra i muratori,  la vera storia di Geremia e Nunziatina… e quella di Paolino, la voce narrante. Pietro Di Donato si racconta e ci regala la sua impareggiabile testimonianza, in forma di scrittura sperimentale, fatta di oralità, lessico e sintassi abruzzesi, supportati da un inglese inaspettato, difficile, elaborato, di una sensibilità imprevedibile ad ogni passaggio.
“Una prosa tutta mutuata dal linguaggio parlato degli italiani d’America, con dialoghi aspri e veloci, densi di riferimenti alla patria d’origine, violentemente lirici che esprime con schietta semplicità la sofferta condizione di personaggi emblematici nella loro umana avventura”.

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“Il palazzone torreggiava fradicio grigio intirizzito: le sue membra scheletriche aspettavano (…) Cazzuola risuona contro mattone scucchiando calcina, chiodi mitragliati da martelli stridono rabbiosi (…) Anche quel giorno finì, come gli altri. Corpi incalliti e contusi sospirarono, piedi di piombo si strascinarono verso le squallide case dei sobborghi. A casa. A casa, dove ci aspettan la sposa e i rampolli. A casa, dove addio mal di schiena. A casa, dove fra lo squittir di marmocchi ci lasceranno dondolare in un sonno benedetto, coi piedi sulla sedia e la testa sul morbido seno della moglie. E i bambinoni si separano senza cerimonie e, rincasando a piedi o in tram, hanno tutti il petto gonfio d’orgoglio. Gesù benedetto, mi sono battuto col vento e col freddo, ho posato pietra su pietra con queste due mani e il palazzone cresce, mi son guadagnato il pane per me e per i miei. La lotta inumana dell’oggi è dimenticata e le membra doloranti s’allentano, permettono al sangue di correr pulsando nelle turgide vene. Solo il lavoro rimane alle loro spalle… e, con esso, la parte maggiore della loro vita. La fredda bestia, il Job, si erge spettrale, nudo, e il vento di marzo lo avvolge nelle ombre crude del crepuscolo. Quella fu la sera culminante nella vita terrena di Geremia. S’era comprata una casa. Da vent’anni nel Nuovo Mondo fabbricava case pel prossimo. D’ora in poi vivrebbe in una casa sua. Non importava che fosse solo un casotto di legno: era suo. Ci aveva messo la firma, non senza sussiego, al mirabolante contratto che gliene garantiva la proprietà, e ci aveva anche fatto mettere la croce da Nunziatina. E Nunziatina era felice, perché la sua creatura, imminente ormai, sarebbe nata sotto il tetto loro. All’Avemmaria gridò tutta giuliva: – A nanna, bambini, e domani zitti, mi raccomando, non dir niente a nessuno, o qualche paesano cattivo ci fa il malocchio sulla casa ancor prima che ci mettiamo i piedi – ”.
“Questo è il romanzo di due generazioni di emigrati italiani in America che hanno lottato a lungo per rendere possibile l’integrazione dei figli in una società nuova e contraddittoria”.
Questo è il romanzo che Gaetano Salvemini descrisse come: “Una delle più belle esperienze di lettura della mia vita. Cristo tra i muratori è veramente un capolavoro d’arte e vita vissuta che emana autenticità da ogni parola e sprigiona un eccezionale potenza espressiva”.
Pietro era il primo degli otto figli di Geremia e Nunziatina Di Donato
(Lui capomastro, lei mamma di casa) e viveva felice – come lui stesso dice – pur nel contesto di emarginazione e povertà che l’America riservava alle classi più umili e meno integrate nel tessuto sociale.

“ Monelli smunti e sudici e ragazzini puliti e ben messi mi gridavano dietro
– Wop, guinea, dago, tony macaroni, ue… paesano! – Ignoravo il perché di quegli insulti, tuttavia finii con lo scoprire chi erano i paesani, coloro che incontravo a casa nostra, in chiesa, al mercato. L’idea di appartenere anch’io a loro, alla gente del Babbo e della Mamma, così diversa dai freddi americani, suscitò in me un amore intenso ed esclusivo per tutti i compaesani”.
Una vita difficile, che gli mette davanti la tragica morte del padre trentaseienne, in cantiere, a seguito di un crollo, tra strutture senza nessuna protezione per le maestranze. A Geremia tocca una sorte orribile e annega nel cemento di una gettata il giorno di Venerdì Santo del 1923. Nunziatina partorisce l’ottavo figlio una settimana dopo la morte di Geremia e s’avvia verso un calvario che la costringe a sopravvivere con un dollaro al giorno di sussidio postale, giusto per comprare il pane e nient’altro. Così Pietro si fa capofamiglia, affronta la stessa vita di Geremia e, a soli dodici anni, perde l’innocenza…

“L’oscurità, la lunghissima notte che per molti anni m’avrebbe avvolto calò a celare il sole delle mie dolci, gioiose e ridenti giornate infantili. La diletta serena puerizia se ne fuggì lontano”. Lavora da facchino e si fa muratore come il padre e la maggior parte dei maschi della sua comunità, tra un’America indifferente alla morte di uno dei tanti lavoratori stranieri e una comunità di paesani legata a riti e tradizioni lontani. Riesce a guadagnare cinque dollari alla settimana che non bastano neanche a condurre una misera vita. Decide così di trasferire tutta la famiglia dalla perduta periferia del West Hobocken – New Jersey a Brooklyn, per guadagnare di più e poter frequentare i corsi serali del City College, col sogno di diventare ingegnere. Ma la vita continua a sbattergli in faccia il suo destino.
A sedici anni la sua sensibilissima natura rimane scossa ed impotente di fronte all’esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti e alla rabbia che questa mastodontica ingiustizia – simbolo stesso dello sfruttamento e della discriminazione riservata agli ultimi – provoca nella società civile statunitense. Si forma nel giovane Pietro una coscienza di classe contro le ingiustizie della società americana verso le classi più deboli. Decide allora di iscriversi al Partito Comunista. I suoi compagni lo formano anche culturalmente. Lui che non avrebbe mai potuto pagarsi adeguati studi dopo la morte del padre, inizia a leggere molto, scoprendo Zola, Tolstoj, Dostoevskij, l’impegno sociale e la cultura operaia.
Nel 1932, la morte prematura della madre dopo una vita di stenti indicibili,  segna la definitiva rottura con il “mito cristiano” e la speranza nel “sogno americano”. Pietro capisce che l’unica via è tentare il riscatto, attraverso la testimonianza. La scoperta della scrittura avviene quasi per caso. Scrive una lettera a Franklin Delano Roosevelt – che non spedirà mai – sollecitandolo a salvare i lavoratori dalla depressione economica di quegli anni. Lo immagina come un Cristo moderno.
“Tu si’ come ‘nu Crist… sinza huerre, sinza sanghe, sinza miserie… facéme ‘na Nazejiòne di tutti frate… come a li timbe de ‘na vote… e poi pensava a mio father… a mio padre… come ere morte hesse e haje cumenzàte ‘na sturiella”.
Nel marzo del ’37 Esquire pubblica un racconto breve intitolato Christ in Concrete (Cristo nel cemento). La storia ottiene un immediato successo di critica: è solo il primo capitolo del libro che nel ’39 vince il Book of the Mounth Club. Un bestseller americano nello stesso anno di Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck. Di fatto, il primo classico della letteratura italoamericana, tanto segnata dagli abruzzesi. Pascal D’Angelo prima e John Fante dopo lo avevano preceduto, ma questi, seppur più conosciuti, non avevano avuto un successo tanto clamoroso e fulminante.

Nel ’41 Valentino Bompiani pubblica nella versione italiana di  Eva Kuhn Amendola – moglie di Giovanni e madre di Giorgio – il capolavoro dello scrittore ormai trentenne, rimasto muratore per scelta. L’America, dopo Pearl Harbor, entra in guerra e Pietro viene emarginato come scrittore e come uomo. Si dichiara obiettore di coscienza e finisce in un campo di reclusione a Cooperstown, per scontare il prezzo di questa coraggiosa scelta. Christ in Concrete finisce relegato ai margini della letteratura degli USA e Di Donato, seppur considerato un esponente di primo piano della cultura italoamericana, continua a vivere tra la sua gente, da muratore, sopportando stoicamente i lunghi anni della persecuzione maccartista riservata ai rossi nel dopoguerra.

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Pietro continua a scrivere e testimoniare. Nel 1941 American Scenes pubblica The love of Annunziata, dramma scritto a Cuba, dove ritornano molti dei temi di Christ in Concrete.
Edward Dmytryck, regista sfuggito alla “caccia alle streghe” e riparato in Inghilterra, gira nel 1949 Give us this day, tratto dal bestseller di Pietro. Il celebre film, con Sam Wanamaker e Lea Padovani, è premiato alla Mostra del Cinema di Venezia nel ’50, ma subisce l’ostracismo decretato dal Comitato delle Attività Antiamericane  e il regista viene anch’esso bollato, pur non essendo mai stato comunista.

Nel 1958 Di Donato pubblica il suo secondo romanzo, This Woman, senza grande successo, proseguendo il processo di liberazione dai fantasmi che lo tormentavano; questa volta riguardanti, non la morte del padre, ma la devastante gelosia verso la precedente relazione della moglie. Con Three circles of light, romanzo pubblicato nel 1960, si conclude la serie autobiografica. Pietro parla della sua infanzia prima del dramma… delle tradizioni, degli amori e dei tradimenti, di Dio e del peccato, del fato, del lavoro e delle credenze popolari; visti con gli occhi di un bambino dodicenne legato indissolubilmente alla comunità dei muratori abruzzesi. Nella produzione letteraria successiva emerge in maniera esplicita uno dei temi dominanti della scrittura di Pietro: la sua religiosità conflittuale.
Nel 1962 racconta la storia di Alessandro Serenelli. L’uomo che uccise, nelle Marche, la dodicenne Maria Goretti, poi consacrata santa dalla Chiesa.
Per scrivere The Penitent – “The powerful story of a brutal murder that transformed an innocent young girl into a heroic saint, and sent the murderer on a passionate search for redemption” Pietro visita per la prima volta l’Italia nel 1960 e completa la ricerca necessaria per la stesura del libro, incontrando le persone coinvolte nella vicenda.

Nel ‘60 scrive anche un altro romanzo, dedicato alla prima santa americana, Francesca Saverio Cabrini, esempio di impegno sociale a favore degli ultimi, nominata patrona degli emigranti da Pio XII. In entrambi i lavori, Di Donato indaga da consumato giornalista il contesto culturale e spirituale della fede, il conflitto tra il bene e il male, tra lo spirito e la carne. Ma questo viaggio è anche il ritorno del bambino alle sue radici, ai luoghi della sua gente che si coglie nella struggente emozione che prova da subito, appena atterrato a Ciampino…
“L’Itaglie aveve state sempre nu’ dream… ‘nu sogne… de tante paesàne…
di li pariente de Papà e Mammà… quande haie arrivate a Ciampine…
ha state ‘nu sogno ca devventàve rialtà… ma la rialità ere angòre cchiù belle de lu sogne… ah, la bellezze di chille facce….”
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I diritti d’autore dei suoi libri gli hanno fruttato più di cento milioni di lire dell’epoca ma Pietro rimane povero e continua a vivere di lavoro vero, nei cantieri, tra la sua gente.

Nel 1970 dà alle stampe Naked as an author (L’autore nudo), una variegata raccolta di storie brevi, articoli e racconti, pubblicati sulle più importanti riviste americane dell’epoca. La vita di Little Italy, la mafia in Italia e in America, la sessualità, il peccato e la redenzione, la smorfia e la strega… ancora la vita degli emigranti. Nella raccolta spicca The tropic of Cuba, un pezzo pubblicato nell’ottobre del ‘66 su Playboy, dove Pietro racconta un suo incontro con Ernest Hemingway. Dalla collaborazione con la rivista Penthouse arriva uno dei suoi lavori giornalistici più significativi, Christ in plastic.
Nel 1978 Pietro torna in Italia per conto del giornale, per scrivere questo articolo, sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Passa due mesi a Roma intervistando amici dello statista, inquirenti, sacerdoti, politici, gente comune e anche persone vicine alle Brigate Rosse. La sua inchiesta vince il premio Overseas Press Club of America nello stesso anno, ma, dall’inizio degli anni ’70 fino alla fine dei suoi giorni, Pietro lavora a quella che considera la sua opera più importante: l’urlo della morte, dopo quello della vita di Christ in ConcreteThe Gospels. Già nel ’73 una prima stesura viene ultimata a Pescara e tradotta da Camillo Fattore che lo ospita. Pietro immagina un Giudizio Universale ambientato nell’anno 2000
Dio è rappresentato nei quattro vangeli – Maya, New Testament, Death and Transfiguration e The Last Judgement –  da un indiano, da un ebreo, da una donna cinese e, infine,
da una donna nera (Angela Davis) che compie la profezia. L’opera è un’invettiva contro i crimini della storia, in particolare del Ventesimo secolo. L’assassinio di Sacco e Vanzetti e dei Rosemberg, l’Olocausto, Hiroshima e Nagasaki, la guerra del Vietnam e il massacro di piazza Tienanmen.

Un libro visionario e difficile da leggere. Anticristiano, antisemita, ambientato in un novella Commedia dantesca, dove i fratelli Kennedy e il segretario di stato alla difesa, Robert McNamara, bruciano nelle fiamme dell’inferno. Nel suoi ultimi viaggi in Italia parla, nelle interviste giornalistiche, di due progetti dedicati alla sua gente rimasti inediti.
La Presentuosa, romanzo ambientato nelle filande di Taranta Peligna e Il sangue alla fonte, ambientato a Vasto. Quando vede il mare di Histonium dalla loggia Ambling per l’ultima volta, piange e giura di morire in quei luoghi. La fine, invece, lo coglie in un inverno americano del ’92, rapito alla vita da un male incurabileOggi Pietro Di Donato è tra gli scrittori più amati dagli studenti americani che ricordano soprattutto le sue parole, pronunciate per spiegare il suo credo incrollabile…
“A dodici anni ho dovuto lasciare la scuola per la morte di mio padre. Ho fatto il muratore per aiutare la mia famiglia con sette fratelli.  Avevo un senso di fantasia e una forza innata di intimi contrasti che mi portavano a scrutare ed assimilare i vari aspetti dell’ uomo. La sola maniera di rappresentare questa sensazione era quella di tradurla nello scritto … così ho cominciato. Nei miei romanzi c’è la storia della mia vita… il mio ideale è la verità, la verità, la verità”.

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3 pensieri riguardo “Pietro Di Donato … Cristo fra i muratori – di Benito Mascitti

  • Settembre 9, 2016 in 11:02 pm
    Permalink

    … “Il mio ideale è la verità, la verità, la verità”…ha state ‘nu sogno de tante paesàne…

    P.S.
    L’avessero trovato di grande interesse pure gli studenti -e insegnanti- italiani,
    -forse- potremmo, tra le altre, essere di qualche decennio più avanti su tematiche quali
    immigrazione e di conseguenza, accoglienza.

    Interessante e sapientemente esposto il lavoro di ricerca .
    Grazie

    Risposta
  • Settembre 10, 2016 in 1:50 pm
    Permalink

    grazie a te da tutta la redazione Anamika

    Risposta
    • Agosto 15, 2019 in 12:01 pm
      Permalink

      Non conoscevo la storia e le opere di Pietro Di Donato. Anche mio nonno Andrea Di Donato è partito…. e tante volte nei miei pensieri cerco di immaginare la sua vita… Ho scoperto una meravigliosa persona.. Pietro Di Donato

      Risposta

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