Pierrot Lunaire: “Pierrot Lunaire” (1974) – di Maurizio Pupi Bracali

Il nome Pierrot Lunaire, sottratto con destrezza alla celebre opera omonima del musicista dodecafonico Arnold Schönberg, non tragga in inganno. Non c’è ombra di astrusa dodecafonia né di atonalità in questa deliziosa operina di progressive italiano degli anni 70 che si sviluppa invece in una dozzina di delicati brani orientati verso un suono medievaleggiante dato anche dall’uso di strumenti quali il flauto, il mandolino, la celeste e la spinetta, e con testi di viaggi e di battaglie dal sapore fantasy e barocco. I Pierrot Lunaire, che titolano questo loro primo disco con il loro stesso nome, sono un trio: Gaio Chiocco e Vincenzo Caporaletti, che si destreggiano prevalentemente tra vari strumenti a plettro, scartando di lato con qualche leggera digressione e Arturo Stalteri che si occupa di tastiere e di cantare i testi immaginifici che raccontano di re, guerrieri, personaggi mitici, tutti e tre compositori provenienti da studi classici, si dividono quasi equamente la stesura dei dodici brani in scaletta.
Si va quindi dalla ritmata e medievaleggiante Overture XV che apre l’album alla quasi sperimentale Mandragola che lo chiude dopo quarantatré deliziosi minuti. In mezzo ci sono tante belle cose: la rarefatta e quasi psichedelica Narciso, il minuetto seicentesco recitato di Arlecchinata che vede ospite alla voce i vocalizzi di Laura Buffa, lo strumentale per sole due chitarre acustiche Ganzheit, il brano più composito e forse migliore dell’album Sotto I Ponti, l’unico che si avvicina a un tiro rock grazie anche all’innesto di una batteria (Caporaletti), alle molteplici variazioni stilistiche, di tempo e atmosfere e a una frenetica chitarra elettrica solista. Ancora Lady Ligeia è un breve strumentale che si sviluppa dal contrasto tra chitarra acustica e pianoforte, mentre la guerresca Invasore vede la presenza di un sitar come nella già citata Narciso. Raipure e Il Re Di Raipure rinverdiscono i fasti leggiadri di una parvenza di folk inglese elisabettiano che ricorda i maestri del genere Amazing Blondel e le cose più folk dei Magna Carta (guarda caso entrambe le band erano un trio). In sostanza trattasi di un album leggero, arioso, dalle atmosfere dolci e dai colori tenui, prevalentemente acustico e senza percussioni, dove si respira il profumo di un folk rinascimentale, antico e colto di stampo anglosassone in una riuscita alchimia musicale con tradizioni prettamente mediterranee.
Dopo l’esperienza Pierrot Lunaire che consterà di un solo altro album “Gudrun” del 1977, Gaio Chiocco si muoverà sotto varie vesti nel mondo della musica leggera italiana fino al 1996 quando, causa un infarto, mancherà prematuramente, Vincenzo Caporaletti dopo una parentesi nel jazz diventerà quello che attualmente è uno dei più importanti tra i teorici e musicologi di fama internazionale, il pianista Arturo Stalteri ha perseguito un’interessante e apprezzabile carriera solista che consta di diversi album e che è arrivata fino ad oggi con il suo ottimo e nuovo album “Trilogy” (Felmay Records) pubblicato da soli pochi mesi.

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