Pierrot Lunaire: “Gudrun” (1977) – di Alessandro Freschi

Nel Maggio del 1975 l’etichetta Vista si rese artefice del rilascio alle stampe di ben otto 33 giri. Niente di particolarmente eclatante se questa energica concentrazione di diffusioni discografiche non avesse rappresentato, nello stesso tempo, per la piccola appendice della RCA Italiana l’‘alpha et omega’ di un’effimera esistenza artistica, fatalmente segnata dallo stesso destino avverso che solo due anni prima aveva visto sorgere ed immediatamente eclissarsi la ‘sorella di bandieraTomorrow. Orientata verso una proposta di taglio avant-guarde la Vista annoverò nell’esiguo catalogo nomi eccellenti del Jazz tricolore come Enrico Rava e Mario Schiano ed un lavoro decisamente insolito, Desbandes” (1975), realizzato dal tandem argentino Gato Barbieri  – il mitico sax di “Ultimo Tango a Parigi” (1972) di Bernardo Bertolucci) – e Luis Enrique Bacalov, arrangiatore del celeberrimo “Concerto Grosso” trollsiano. Prima di abbassare definitivamente la saracinesca, il talent scout Micocci, il Vincenzo della IT tanto ‘caro’ ad Alberto Fortis, caldeggiò fortemente la produzione di un singolo (Plaisir d’Amour e Giovane Madre) che avrebbe dovuto nelle intenzioni costituire il traino di un full lenght e rilanciare le quotazioni della label. Purtroppo il velleitario ‘colpo di coda’ non sortì l’effetto auspicato; il 45 giri conobbe una tiratura molto limitata ed il progetto che avrebbe dovuto seguire, Gudrun” (1977), si arenò irrimediabilmente. A celarsi dietro lo sperimentale disegno, un brillante trio con monicker preso in prestito dall’opera magna di Arnold Schömberg: i Pierrot Lunaire.
Una nivea stella campeggia su uno sfondo corvino. È crepata, perde sangue da una punta. Sovrasta cinque lettere scarlatte che, incastrandosi, vanno a formare una parola apparentemente sconosciuta: Gudrum. Sono trascorse tre stagioni dall’eponimo debut act (quello con la decadente bambola di ceramica in copertina) ed i Pierrot Lunaire tornano a far parlare con un inedito. L’esperienza in casa Vista si è rivelata disastrosa ed il ritorno alla originaria IT è apparso quanto mai imprescindibile, visto anche il particolare credito che patron Micocci avanza nei loro riguardi. Conosciutisi ai tempi nei quali frequentavano il liceo classico Tacito di Roma, il polistrumentista Gaio Chiocchio e il diciottenne pianista classico Arturo Stalteri formano, nel 1974, il primo nucleo della band. Se nel primo lavoro il ruolo del ‘terzo incomodo’ è incarnato dal chitarrista Vincenzo Caporaletti, ben presto chiamatosi fuori dalla line-up a causa della personale brama di intraprendere un cammino prettamente jazzistico, per l’inedito Gudrun la scelta ricade eccentricamente sul soprano gallese Jacqueline Derby. Il contatto con il background dodecafonico della cantante lirica spontaneamente devia il cliché della proposta Pierrot Lunaire in prossimità di registri compositivi radicalmente innovativi, ben distanti dalle acustiche Sympho-Folk degli esordi. Una frammentazione estrema delle melodie, di non facile presa e allo stesso tempo misteriosamente ammaliante.
Nel percorrere in diagonale l’opera intitolata alla divinità scandinava, appare quanto mai seducente l’alchimia generata dalle ossesse interpretazioni di Jacqueline Derby caoticamente immerse in surreali corti circuiti temporali che amalgamano irrazionalmente passato e futuro, medioevo e futurismo, strumenti antichi, proto-campionamenti e datati bollettini di guerra anni trenta. Difficile pertanto trascrivere su carta l’allucinante ‘deformazione’ della romanza
Plaisir d’Amour di Jean-Paul-ÉgideMartini, la marzialità Punk di Mein Armer Italiener, i minimali abissi elettro di Sonde in Profondità o gli undici minuti della main-title, corpo extraterrestre incastonato tra orditi classici ed atmosfere arcaiche. Una sorta di viscerale cocktail sonoro nel quale affiorano nitidi elementi provenienti dalle colte elucubrazioni degli Opus Avantra, Saint Just, Egisto Macchi e del Franco Battiato di inizio settanta nonché riverberi della pionieristica ricerca elettronica. Purtroppo come frequentemente accade, l’esperimento finirà per rappresentare l’inatteso canto del cigno dei Pierrot Lunaire, nonostante tanto Chiocchio (prematuramente scomparso all’età di quarantadue anni) quanto il Maestro Stalteri non mancheranno di dispensare anche in seguito ottime prove d’autore. Coraggioso, anacronistico, a tratti ostico, Gudrun”, a distanza di quasi mezzo secolo dal suo concepimento, resta una ermetica pietra d’angolo della avanguardia nostrana. “Plaisir d’Amour ne dure qu’un moment, Chagrin d’Amour dure toute la vie. Un disco irrimediabilmente destinato a non essere per tutti.

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