Piero Ciampi: professione Poeta (1934 – 1980) – di Hermione Jardin

Piero Ciampi è senza alcun dubbio una figura unica e immensa nel panorama della musica italiana d’autore, eppure sono in pochi oggi a ricordarsi di lui. Emarginato in vita e dimenticato dopo la prematura scomparsa: questo è lo scotto pagato da un artista troppo complesso per il tempo in cui è vissuto; una mente troppo lucida per mentire a se stessa o agli altri di fronte all’indifferenza del mondo che lo circonda; uno spirito talmente limpido e coerente da non riuscire ad accettare i compromessi di una vita “allineata”, borghese. A Ciampi va il merito di avere affrancato il testo musicale dal perbenismo ipocrita di una società che vuole apparire migliore di quello che è. Con Lui la canzone d’autore fa il suo ingresso in una dimensione sconosciuta e oscura, quella dei disillusi, dei diseredati, dei disadattati, che sente vicini e simili a sé. Arte e vita in lui si sovrappongono confondendosi, non per artificio esibizionistico, ma come scelta inevitabile, sprezzante anche delle conseguenze più dolorose, delle sconfitte, della solitudine. Le donne, le canzoni, le fughe, il vino… sono queste le sue passioni, insieme a Livorno, la città natale alla quale ritorna sempre ​​come si torna a un porto sicuro. In una intervista rilasciata nel 1976 a Lina Agostini del Radiocorriere TV Piero Ciampi, visibilmente ebbro, parla così di Livorno e di se stesso:Sono arrabbiato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunistaLivorno è un’isola, è la città più difficile per tutti, anche per me. Perché a Livorno c’è tutta la contraddizione di questo mondo: ci sono gli americani, c’è il più grande Monte di Pietà che si possa immaginare, io ne so qualcosa. C’è anche una delle più numerose comunità ebraiche in Italia. A Livorno sono nati il partito socialista e quello comunista e c’è anche una squadra di calcio che milita in serie C ma che meriterebbe lo scudetto in A. Ecco, io sono il Robinson Crusoe di questa isola che poi è un mondo”L’amico Riccardo Venturi, livornese come lui, lo descrive così: “Piero era alto un metro e ottantasei. Aveva gli occhi scuri e uno sguardo dolcissimo. Non mi ricordo di averlo mai visto pettinato; ma a Livorno c’è sempre vento”. D’altra parte il vento, quello dell’inquietudine e dell’insoddisfazione, soffia sempre anche nel suo animo. Ribelle, litigioso e insofferente di ogni disciplina, abbandona presto gli studi per fondare insieme ai fratelli, Roberto e Paolo, un trio e fare le prime esperienze di cantante nei locali da ballo. La sua voce è già molto singolare: declamatoria e a tratti prepotente, ma capace di modulazioni dolcissime. Per guadagnarsi da vivere vende olio lubrificante per conto di una ditta nel porto di Livorno, quel porto che canterà in una indimenticabile canzone: Io non ho lasciato il mio cuore / A San Francisco, / Io ho lasciato il mio cuore / Sul porto di Livorno. / Le luci si accendevano sul mare, / Era un giorno strano: / Mi rifiutai di credere che fossero  lampareChiamato a svolgere il servizio militare, fa il CAR a Pesaro, dove stringe amicizia con il compositore genovese Gianfranco Reverberi, uno degli incontri più importanti nella vita e nella carriera musicale di Ciampi. Già a quel tempo si abbandona a solenni bevute e cerca la rissa con i “nonni”; spesso poi diverte i compagni declamando stravaganti versi improvvisati lì per lì e scrive alla figlia del comandante appassionate lettere d’amore che Reverberi ricorda come “degne di Cyrano de Bergerac”. La storia d’amore però si tronca bruscamente quando Piero chiede alla ragazza di intercedere presso il padre al fine di ottenergli il trasferimento a Livorno. Terminata la naja, verso la metà degli anni Cinquanta suona per un po’ il contrabbasso nelle orchestrine della Versilia. Ha imparato da autodidatta a suonare questo strumento e anche in modo dignitoso, ma quella non è la sua musica, non la sente, allo stesso modo in cui gli è insopportabile il clima vacanziero vacuo e fasullo degli anni del boom economico. Ecco quindi la prima delle sue fughe: senza una lira in tasca né un progetto preciso parte per la Francia facendo tappa a Genova, dove Reverberi gli regala una stecca di sigarette. Per un certo periodo vive a Parigi, a volte non ha neppure di che pagarsi da mangiare, ma qui viene a contatto con un clima culturale ben diverso dal provincialismo da cui è fuggito, che lascerà  un’impronta fondamentale nella sua formazione artistica. Conosce Louis Ferdinand Céline e si innamora delle canzoni di George Brassens molto prima che venissero importate in Italia. Scrive poesie sui tovagliolini dei bar e le canta per pochi franchi, conquistando anche una certa fama. Lo conoscono come “l’italianò” pronunciato alla francese con l’accento sull’ultima sillaba. Piero Litaliano, senza apostrofo né accento, è lo pseudonimo col quale inciderà i primi dischi una volta rientrato in Italia, senza una lira proprio come era partito; “Piero Litaliano” è anche il titolo del primo album inciso a Milano con il patrocinio dell’amico Reverberi per la casa discografica CGD e firmato solo in un secondo tempo (1963) con il suo vero nome. L’album contiene dodici canzoni (“questi dodici ricordi sono la Bastiglia del mio cuore”: così le presenta lo stesso Ciampi), tra le quali Autunno a Milano, Fino all’ultimo minuto e, soprattutto, Lungo treno del Sud. La critica lo stronca pesantemente definendole “canzoncine tutte uguali”, “musiche lentissime e snervanti”, “motivi eccessivamente diluiti per restare in mente”. Solo Natalia Aspesi afferma che “nei suoi versi si trova qualcosa di abbastanza poetico per riuscire incomprensibile all’amatore abituale di canzonette”. Da Milano Ciampi torna a Livorno, poi si trasferisce a Roma al seguito di Gaetano Pulvirenti che, uscito dalla RCA, gli offre la direzione artistica della sua piccola etichetta discografica Ariel. Segue per lui un periodo di scarsa rilevanza artistica, in cui scrive e canta brani orecchiabili di più facile impatto ma di identico insuccesso. Buona invece l’accoglienza del brano Ho bisogno di vederti, scritto per Gigliola Cinquetti e piazzatosi quarto in finale al Festival di Sanremo del 1965. L’incide anche lui nella sua versione personale per la Ariel, che però due mesi dopo chiude in quanto la direzione artistica di Ciampi l’ha portata al fallimento. I primi anni Sessanta sono caratterizzati da incessanti vagabondaggi per lo più senza meta: Stoccolma, Barcellona, l’Inghilterra, l’Irlanda, forse perfino Tokio. Scappa senza dire niente a nessuno, così come scappano le sue donne, infatti agli insuccessi artistici si sommano quelli della vita privata. Ha amato due donne / Erano belle, bionde, alte, snelle / Ma per lui non esistono più. Così recita in Ha tutte le carte in regolaL’irlandese Moira, fugge il più lontano possibile da lui dopo meno di un anno di matrimonio, portando con sé il figlio Stefano, nato nel ’63. Quando gli dicono che è in America, Piero comunica agli amici che andrà a cercarla, ma lo ritrovano ubriaco a Livorno… e fugge, dopo appena otto mesi di convivenza, con effetti ancora più devastanti su Piero dell’abbandono di Moira, anche la seconda donna amata: la romana Gabriella, dalla quale ha una figlia, Mira, ricordata nel finale della delirante, stupenda Il vino: Vita vita vita / Sera dopo sera / Fuggi tra le dita / Spera, Mira, spera. Da questo momento come compagni fissi avrà soltanto la bottiglia, i ricordi dei suoi amori perduti e la Poesia. Non lo conosce nessuno, ma esige di essere chiamato poeta e ottiene di farsi qualificare “poeta” anche nel passaporto: questa è la sola cosa a cui tiene veramente. Nel 1967 esce per la casa discografica Sibilla “Lucia Rango Show” un album di una cantante poco conosciuta che contiene alcune canzoni scritte da Ciampi su musiche di Elvio Monti e passa regolarmente inosservato. In questo periodo scrive anche il testo di Livorno, uno dei suoi capolavori: Triste triste / troppo triste è questa sera, / questa sera, lunga sera. / Ho trovato / una nave che salpava / ed ho chiesto dove andava. / Nel porto delle illusioni, / mi disse quel capitanoDa Livorno passa a Roma, dove su segnalazione di Gino Paoli, un altro amico che non lo abbandonerà mai, ottiene un contratto in RCA e un sostanzioso anticipo in denaro… ma Ciampi lo sperpera in bevute senza produrre un solo pezzo, provocando la rottura dell’accordo. L’incontro più determinante per lui avviene tuttavia nel 1970 col musicista Gianni Marchetti,  il cui talento, come quello di Ciampi, è inversamente proporzionale alla fama raggiunta. Fino a quel momento ha composto splendide colonne sonore per insignificanti film. Marchetti resta affascinato dalle canzoni di Ciampi e inizia un sodalizio di amicizia e collaborazione di rara sintonia artistica, che produrrà brani musicali di altissimo pregio. Nasce subito un 45 giri memorabile, contenente Barbara non c’è e Tu no, da molti considerato il capolavoro assoluto di Ciampi. Ne resta ammaliato perfino Charles Aznavour, tanto da invitarlo alla sua puntata nel programma televisivo monografico “Senza rete” (tra le cose più belle prodotte in musica dalla Rai). Ciampi accetta l’invito, ma all’ultimo momento si fa prendere dal panico e Paolo Villaggio deve letteralmente trascinarlo sul palcoscenico, dove con aria impacciata e le braccia per tutto il tempo conserte canta quella meravigliosa canzone probabilmente scritta per Gabriella. L’intesa tra Ciampi e Marchetti è magica, come scrive Enrico de Angelis, “tipo Chiosso-Buscaglione o Calabrese-Bindi, per non dire Prévert-Kosma”. Le musiche di Marchetti accarezzano ed esaltano i versi di Ciampi, moltiplicando le suggestioni della sua voce arrochita dagli anni e da ettolitri di vino. A Roma dove li ha raggiunti anche Roberto, il fratello avvocato, come lui dedito all’alcol e appassionato di musica, Piero frequenta sia i soliti derelitti che gli sono cari, sia personaggi eminenti in campo culturale come Alfonso Gatto, Alberto Bevilacqua, Ugo Pirro e Carmelo Bene; abita di fronte ad Alberto Moravia, proprietario di quel merlo parlante, nero col becco giallo, che gli ispirerà  un altro suo capolavoro, Il MerloTu, merlo, cantami una canzone / Da portare all’editore / Perché sono senza una lira… / Merlo, ripetila ancora…è bella, lo sai? / Ripeti lento che vado al piano a suonare./ Sono contento di non aver dato / Alcun seguito a quel peccato / Di volerti un giorno mangiareAlla fine il povero merlo non finirà mangiato da Piero, ma strozzato da Moravia in un accesso di collera, si dice provocata dagli schiamazzi notturni di Piero che quando rientrava ubriaco faceva fischiare il merlo interrompendo il riposo dello scrittore. Nel 1971 Ciampi viene ingaggiato da un’etichetta  sussidiaria della RCA, la Amico, il cui direttore, Ennio Melis, prende a cuore il suo caso e per anni lo sosterrà contro tutto e tutti. Lo fa partecipare  persino al “Disco per l’Estate” con la canzone L’amore è tutto qui, che si piazza ultima. Nello stesso anno esce un 33 giri che porta il suo nome e contiene canzoni (tra le quali proprio Il merlo), poesie, un album fotografico e quattordici tempere di Aldo Turchiaro, un pittore calabrese scelto da Ciampi che è appassionato di pittura e amico di artisti anche noti. L’album viene insignito del “Premio della critica discografica”, ma le vendite restano deludenti. Eppure  Ciampi ha davvero tutte le carte in regola per essere un artista e ne è consapevole, tanto da proclamarlo in una canzone che è una sorta di epitaffio umano e artistico: Ha tutte le carte in regola / Per essere un artista: / Ha un carattere melanconico, / Beve come un irlandese… / Preferisce stare solo anche se gli costa caro, / Non fa alcuna differenza tra un anno ed una nottetra un bacio ed un addio… / Vive male la sua vita / Ma lo fa con grande amore… Questi sono gli anni in cui Ciampi, nel pieno del suo fulgore artistico, riceve una maggiore attestazione di stima da parte di alcuni personaggi del suo ambiente, anche se il suo nome continua ad essere ignorato, o peggio discriminato dai più. Dalida incide il brano La colpa è tua, rielaborazione realizzata dallo stesso Ciampi di Cara, un altro suo brano la cui carica drammatica si stempera nelle suggestioni più melodiche della interpretazione di Dalida. Nicola di Bari incide Io e te, Maria e Carmen Villani porta a Canzonissima Bambino mio. Anche Ornella Vanoni prende contatti con Gianni Marchetti perché vorrebbe incidere un album con tutte canzoni di Ciampi, ma il progetto va a monte perché lui è introvabile e quando ricompare l’occasione è sfumata. Nel 1973 escono un secondo album doppio di Piero con l’ormai inseparabile Marchetti e il cantautore calabrese Pino Pavone: “Io e te abbiamo perso la bussola” (messo in vendita direttamente a metà prezzo), un volume di poesie stampato dalla stessa RCA e, soprattutto, un album intitolato “Ho scoperto che esisto anch’io” che contiene dieci canzoni – di cui una sola non di Ciampi/Pavone/Marchetti – affidate all’interpretazione di Nada Malanima, livornese come Piero e nel 1973 già considerata una delle migliori interpreti italiane. La collaborazione con Ciampi segnerà per tutta la vita la cantante (come lei stessa ha affermato), tanto che ancora oggi Nada si esibisce spesso in spettacoli dedicati alla figura e alle canzoni di Piero. Nel 1975 viene pubblicato il quarto album “Andare camminare lavorare e altri discorsi”, parziale raccolta di brani significativi estratti dai lavori precedenti più due inediti e, nel 1976, il quinto e ultimo (doppio) “Piero Ciampi Dentro e fuori”, forse più ripetitivo dal punto di vista musicale ma particolarmente ispirato nei testi. Tra la fine del 1976 e gli inizi del 1977 Ciampi prova ad esibirsi in concerto con alcuni amici conosciuti alla RCA: sono, oltre a Nada, Paolo Conte e Renzo Zenobi, ma le serate non riscuotono molto successo; viene anche registrata una trasmissione televisiva, che però la Rai non trasmetterà mai. Subito dopo registra uno special intitolato “Piero Ciampi, no!”, nel quale appare visibilmente ebbro e per questo la Rai lo trasmetterà il 3 agosto alle 13:00. In compenso, in questi stessi anni le sue canzoni vengono regolarmente trasmesse da Radio Capodistria, l’emittente jugoslava all’epoca molto seguita in Italia centro settentrionale. Degli ultimi anni della sua vita, si ricordano soprattutto alcuni episodi mondani, come la rissa a Roma con Franco Califano – colpevole di averlo invitato nel suo night club senza premurarsi di offrirgli da bere -, le liti col pubblico e i concerti lasciati a metà o appena iniziati. Del 1976 è la sua storica apparizione al Club Tenco: la serata viene registrata ed anni dopo pubblicata anche su CD. Per parecchi minuti, con la sala immersa nel buio e la base musicale già partita, il palcoscenico resta deserto perché lui è nel camerino a bere e a contrattare qualcosa con Amilcare Rambaldi, organizzatore del premio Tenco. Finalmente entra in scena barcollando e suscitando fischi, ai quali risponde con l’ormai leggendaria frase: “Taci tu, parla quando te lo dico io perché, scusami, se tu vuoi parlare vieni qua: io rischio, te no.” Subito dopo, però, fa seguire la sua immancabile e signorile sollecitudine: “Però non te la prendere come un’offesa, prego”… seguono applausi. Ad un altro isolato fischio, interrompe la canzone e urla in puro livornese: “Dè, ma te perché ‘un tìompri un sassofono?”… e così via. Canta improvvisando una strampalata versione di Te lo faccio vedere chi sono io, con Adius grida al mondo il suo celebre vaffanculo, alterna monologhi leggendari alle struggenti Ma che buffa che sei e Il giocatore, poi terminata la mezz’ora a sua disposizione si stacca sorridendo dal microfono, fa un passo di lato e si inchina. Così, tra gli applausi, scompare Piero Ciampi: è la sua ultima esibizione davanti ad un pubblico teatrale. L’anno dopo viene di nuovo invitato al Tenco, ma stavolta non si presenta, inviando un telegramma così laconicamente formulato: “Non sono potuto venire. Piero.” Morirà a Roma nel 1980, non di cirrosi come aveva tenacemente pianificato, bensì per un tumore alla gola, assistito dall’amico Marchetti e dal suo medico Mimmo Locasciulli, anche lui cantautore. Bohémien a vita, poéte maudit in ritardo, punk ante litteram… sono molte le etichette che gli vengono attribuite, tutte inutili, perché il genio non deve e non può essere etichettato. Di sé ha lasciato poche fotografie, pochissime riprese video delle sue esibizioni perché detestava apparire in televisione e cinque album pieni dei suoi versi, della sua musica e della sua libertà di non essere altri che se stesso: Piero Ciampi, il poeta.

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