Piero Ciampi: “Il Vino” (1971) – di Francesco Picca

Di lui Gino Paoli ha detto: “Il più lirico, il più poeta, il più artista, il più folle”. La vita ha provato in tutti i modi a disinnescare Piero Ciampi, a ricondurlo nel solco di un’esistenza facile da raccontare, comoda da proporre, efficace da vendere. La vita, però, ha sempre colpevolmente, ingenuamente, clamorosamente omesso di tener conto dell’anima dell’uomo Ciampi, ovvero di quel velo stropicciato e sdrucito che, di tanto in tanto, ha persino provato a stendersi sotto il pallido sole della critica e del sentire comune. La platea degli anni 60 e 70 però, irrigidita dal perbenismo e mortificata da una cultura musicale al ribasso, non ha mai colto appieno il messaggio, il grido, la denuncia del poeta Ciampi; i suoi temi sono stati sempre troppo poco popolari: il fallimento, l’incomprensione in amore, la solitudine, l’espediente come filosofia di vita e, prima ancora, come appiglio salvifico.
Su tutto, poi, come una coltre bruna, ha sempre prevalso la fuga. Prima la fuga dalle bombe sganciate sulla sua Livorno quando era ancora bambino, poi la folle corsa tra mille città senza nome, senza una direzione precisa, passando persino da Parigi, accompagnato da una chitarra, da una sola camicia di ricambio e dalla sua arte, apprezzata da molti ma raccolta da pochi; tra quei pochi anche Louis Ferdinand Céline per il quale, evidentemente, Ciampi incarnava un personaggio ideale per la retorica nichilista della propria scrittura. La circolarità della fuga lo riportò ancora a Livorno, perno delle sue giornate dissolute, culla delle sue liriche scomode e irriverenti. All’artista Ciampi le occasioni non sono certo mancate, cucite su misura da amici sinceri e disinteressati come Gino Paoli, o il compositore Gian Franco Reverberi, o il produttore Ennio Melis, tutti convinti che ogni minuto dedicato a lui, che ogni lira investita e persa nella sua arte avessero comunque un ritorno prezioso sebbene poco percepibile.
La composizione del tutto, come un sigillo, come un rumore di fondo impossibile da eliminare, è stata affidata al vino; è stato il vino a porgere il braccio a Piero Ciampi, ad adempiere all’ingrato compito di risolvere ogni questione della sua vita e dipanare le matasse di dubbi, dissolvere gli errori, diluire i sensi di colpa, sebbene nella sua storia complicata aleggi una certezza ingombrante, e cioè che il rimpianto non abbia mai alterato e reso meno efficace quello stato di consapevole, confortevole, apparente stordimento che ha accompagnato ogni istante. Il vino, antro consolatorio, panacea per il corpo, carezza dell’anima, tema esistenziale cantato e narrato da tanti, da troppi, trova nella poesia di Ciampi la giusta collocazione: non è causa del male, non è esso stesso il male; è la vita, semplicemente la vita, in una delle sue sfuggenti declinazioni, in una delle sue molteplici sfaccettature.
Ritengo che nessuno, come ha fatto Ciampi in Il Vino, un brano pubblicato per la prima volta nell’album “Piero Ciampi” (Amico 1971), abbia concentrato in una sola lirica, minimale, asciutta e inattaccabile, tutta la storia e l’anti-storia dell’amico più controverso che un uomo possa incontrare lungo la propria strada. Un amico che non ha bisogno di essere nominato, o invocato, al quale si può tuttavia, all’occorrenza, tributare qualche verso, in segno di gratitudine, come ricompensa per quell’esserci a prescindere e senza chiedere nulla in cambio, se non un pezzetto d’anima, finché ce n’è. Piero Ciampi, di anima, ne ha preservata abbastanza, sino all’ultimo, anche in un corpo consumato e sofferente.
E l’ha narrata l’anima, e l’ha sempre cantata con quella malinconia distaccata un po’ bohémien e con quel piglio genuinamente anarchico che hanno reso la sua vita inafferrabile. Quella vitacorta” che chiama in causa nei versi de Il Vino, la vita che fugge “tra le dita” e che sfuma nella sua voce strozzata sul finire del brano. Nel 1977, in uno speciale della RAI a lui dedicato, accompagnato al pianoforte dall’amico compositore Gianni Marchetti, Ciampi parla proprio della vita e dell’amore: “Morto un poeta se ne fa un altro, per cui nessuno è indispensabile. Ma io sto pensando che la vita è l’unica cosa che ho, è la cosa più bella. La sposa della mia vita è l’amore. È per questo che io canto sempre l’amore. E l’amore che cos’è? L’amore viene dal basso, dalle stature; per questo canto i miei figli. Quanti ne ho? Non lo so. Per me sono tutti uguali. Amo tutti voi, l’umanità, tutti”.

Com’è bello il vino / Rosso rosso rosso / Bianco è il mattino
Sono dentro a un fosso / E in mezzo all’acqua sporca
Godo queste stelle / Questa vita è corta / È scritto sulla pelle
Ma com’è bello il vino / Bianco bianco bianco / Rosso è il mattino
Sento male a un fianco / Vita vita vita / Sera dopo sera
Fuggi tra le dita / Spera, mira, spera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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