Piero Ciampi: “Andare camminare lavorare e altri discorsi” (1975) – di Lorenzo Scala

La pioggia ticchetta sui lucernai, la puntina del giradischi viene poggiata delicatamente ma con fermezza sull’asfalto nero di petrolio solido e circolare, tra i solchi che girano. Pochi secondi e il gracchiare delle imperfezioni viniliche fluisce dalle casse a riempire la stanza. La stessa stanza che pochi attimi dopo accoglie il ritmo sghembo ma deciso di “Andare camminare lavorare altri discorsi” (1975), di Piero Ciampi. Sembrerebbe un goliardico sberleffo alla cosiddetta società civile e in parte lo è. Potrebbe sembrare anche uno sfogo anticonvenzionale, sarcastico e corrosivo e in parte lo è. La sensazione che prevarica le altre, però, è quella di essere connessi non solo con un’idea che vede nel lavoro non un fattore nobilitante, ma anche con un manifesto di alienazione umana, con lo spicchio dell’anima di un artista. Un artista che sembra volerci dire: attenzione voi tutti, il mio fegato langue, perdo sovente la strada di casa, chiedo prestiti a chiunque e mangio poesia al posto del pane, ascolto le sofferenze e le insoddisfazioni che mi attanagliano, però se vi guardate un attimo intorno, se pensate allo squillo della sveglia che vi assale come un insulto nella luce del giorno, vi accorgerete che neanche voi siete messi tanto bene. Henry Miller ha scritto: “Mi stenderò sul tavolo operatorio e metterò in mostra le budella e tutto quello che non sia questo tremendo spettacolo, tutto quello che sia meno tremendo, meno terribile, meno pazzo, meno avvelenato, meno contaminato, non è arte”.
Piero Ciampi sembra incidersi in verticale il petto, sembra afferrare i lembi di carne con le mani spalancandoselo, mettendo in mostra la gabbia toracica: una gabbia in cui si dibattono poesie nere e ironiche, poesie che è riuscito a liberare nel cielo italiano, un cielo spesso distratto che poggia sulle teste di una massa che non vuole poesia. La massa vuole cantare, emozionarsi per un amore finito, immaginarsi nottate estive, la massa vuole essere coccolata e accudita. Per fortuna la massa è fatta anche da individui con un cervello attento e sensibile ed è grazie a queste teste pensati che Piero Ciampi, dopo la sua morte prematura, è stato sdoganato come prezioso, precursore, esempio di poetica autentica, quella poesia che per natura non può essere edulcorata da parole cangianti. Una poesia delle viscere, piuttosto. Una poesia che non teme la propria malinconica ferocia.Allora avanti! Andare camminare lavorare! E che cos’è questo fuoco? Pompieri, pompieri voi che siete seri, puntuali, spegnete questi incendi nei conventi, nelle anime, nelle banche. Andare, camminare, lavorare. Queste cassaforti che infernale invenzione, viva la ricchezza mobile!” La musica cessa per qualche instante e torna il gracchio dei solchi indomiti nel loro girare, mescolato al ticchettio della pioggia. Seguono altre nove canzoni, nove salti nel vuoto lunare di un’anima tormentata. Un’anima che vaga, beve, soprattutto assorbe. Un’anima che ci narra la storia di 40 soldati 40 sorelle, che scappano insieme salvandosi il destino, liberandosi dalla violenza della guerra e dalle imposizioni del celibato.
Fino ad arrivare all’autoritratto che impressiona per la lucida tenerezza, Ciampi si dipinge con colori naturali, un po’ come faceva il Pittore Ligabue che estrapolava i colori dalle bacche, dalla terra, dalle foglie e persino dalle feci. Stiamo parlando della canzone Ha tutte le carte in regola, divenuta simbolo della poetica dell’autoemarginazione sociale, in cui il protagonista ama entrare in contatto con altre anime rannicchiate ai margini, senza guardarle dall’alto in basso ma dritto negli occhi: “ha tutte le carte in regola / per essere un artista / ha un carattere melanconico / beve come un irlandese / se incontra un disperato / non chiede spiegazioni / divide la sua cena / con pittori ciechi, musicisti sordi / giocatori sfortunati, scrittori monchi”. Fuori la pioggia si è attenuata, ormai il vinile ha traslocato dal piatto e ci gira direttamente in testa. Ne Il giocatore incontriamo un giocatore vestito da un arrangiamento futurista, in questa canzone Ciampi non canta, utilizza il parlato e le note non sono note, sembrano i battiti di un metronomo che scandiscono l’attesa della vincita, l’attesa più sovente della perdita.
In Te lo faccio vedere chi sono io sono i rapporti uomo/donna a emergere con potenza, Ciampi parlando di sé mette in luce la natura umana, l’impotenza dell’uomo nel sentirsi adeguato con la propria donna, sempre in cerca di qualcosa: “io non ti compro il sottomarino: ti compro un transatlantico, basta che tu non scappi”. Finché i solchi del vinile finiscono la loro calda corsa, ormai ha cessato di piovere e noi ci sentiamo meno soli. Ci sentiamo toccati dalla grazia di un talento raro e verace, con doti da antropologo, capace, mettendosi a nudo, di far sentire nudo anche l’ascoltatore, senza vergogna, dialogando in modo costante con i demoni che ci abitano, ma anche con la tenerezza che abita dentro le anime salve.

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