Pier Vittorio Tondelli: “Altri Libertini” (1980) – di Gabriele Peritore

Tutto quello che si voleva nascondere, tutto quello che a livello sociale, alla fine degli anni settanta, con il tramontare delle ideologie, sfociato poi in scontri politici violenti, voleva essere allontanato e assorbito in una tranquilla serenità borghese; tutto quello che lo scintillio degli albori degli anni ottanta voleva coprire abbagliando con i suoi lustrini, riemerge, in maniera incontrollata e inarrestabile, dalle pagine di “Altri Libertini”, l’opera prima di Pier Vittorio Tondelli uscito nel 1980. Tutto quello che dava fastidio al tranquillo svolgersi quotidiano, come in un reflusso involontario dall’inferno, con tutta una grottesca parata di personaggi dall’esistenza dannata, si affaccia alla luce del giorno disturbando la pubblica morale. Una tossica che si spidocchia e con occhi da cane affamato elemosina un’altra dose; poi quando arriva questa agognata dose, arriva anche l’ingordigia che non sa valutare la quantità adeguata: così il fisico non regge, e lei se ne va con una panchina per letto e il cielo per tetto. Un travestito che si prostituisce, non si rende conto neanche che ogni notte subisce violenza, e con gli occhi gonfi di botte, e con i pochi spiccioli racimolati, può finalmente dedicarsi ai suoi vizi. Le iniziazioni sessuali, consumate in piedi, nei cessi dei bar o delle stazioni. Le orge omosessuali. I figli di papà che per fuggire dalla staticità letale della provincia italiana si spostano verso le capitali del nord Europa: Londra, Amsterdam, Berlino ma… non riescono a fuggire da loro stessi. Gli ex sessantottini che non riescono a fare i conti con il tramonto delle loro ideologie e non sanno più in che cosa riconoscersi, se non nel trionfo di un ego narcisistico, dedito al sesso, alla droga, all’autodistruzione, al libertinaggio di una nuova generazione senza valori. Il libro si snoda in sei racconti, come capitoli intrecciati tra di loro, simili a un concept, a formare un romanzo unico. Ambientato a Bologna, alla stazione di Bologna, deturpata dall’esplosione della bomba. Episodio che ha segnato la fine dell’epoca terroristica, la conclusione definitiva degli anni di piombo, come una tabula rasa, e che avrebbe proiettato il Paese verso i ruggenti anni dello yuppismo rampante, con la “Milano da bere” a fare da traino economico. Personaggi che non trovano la loro collocazione, non si riconoscono nei nuovi cliché imposti dal cambiamento epocale e vengono delegati ai margini della società e segnati dalla necessità di evasione. Quindi non importa che sia Bologna il luogo, o Correggio, paese natio dell’Autore: potrebbe essere qualsiasi periferia di qualsivoglia provincia italiana… è lo stesso, non cambia niente, è un ritratto generazionale. Per questo motivo in alcuni momenti della narrazione usa il “noi”, la prima persona plurale, invece che la prima o la terza singolare; quel “noi” che nell’ideologia di quel periodo doveva abbattere l’io, e con esso l’individualismo si scontra cruentemente, invece, con il ritorno dell’ego, ancora più forte, ancora più malato. Con un linguaggio mimetico, costituito da idiomi giovanili, dialetti, citazioni letterarie alte, e linguaggio di strada, bestemmie comprese, oltre a linguaggio della musica, del cinema, dei fumetti. Molta della terminologia creata da Tondelli nel libro maledetto rimarrà nel parlato delle generazioni a seguire. Insomma, un libro blasfemo che ha tutti gli ingredienti per suscitare scandalo e successo infatti, più o meno puntualmente, si presentano tutti e due. A fronte delle migliaia di copie vendute da subito, arriva la denuncia di un privato cittadino offeso dal turpiloquio contenuto nelle sue pagine, così il Procuratore Generale de L’Aquila predispone il sequestro per oscenità e oltraggio alla pubblica morale. Tutto si risolve in un nulla di fatto, il libro è ormai un successo e l’arte è arte, fortunatamente… non siamo più in un’epoca di proibizioni e divieti manifesti, da anni in giro c’è di molto peggio. Forse il colpo più duro, però, è lo stesso autore a riceverlo. Probabilmente per la sua formazione cattolica o per una esigenza di libertà espressiva che lo fanno sentire limitato nell’etichetta di icona gay che il successo del libro gli ha appiccicato addosso. Il suo percorso letterario cambia o forse perde quell’impeto giovanile, e opta per una narrazione più moderata, forse più matura. Nel 1985 esce “Rimini” e nel 1989 “Camere separate” e Tondelli, però, rimane fedele alle tematiche omosessuali e all’importanza della Letteratura come guida imprescindibile. Nel frattempo, negli anni che intercorrono tra una pubblicazione e l’altra, si dedica al giornalismo, attività che ha praticato fin dagli inizi e che gli permette, tra le altre cose, di inventare il personaggio Acci, per poter raccontare le disavventure di un militare durante il servizio di leva nei suoi articoli antimilitaristi, raccolte in “Pao Pao” del 1982. Si dedica al teatro, alla formazione e lancio dei giovani scrittori. In tutto questo periodo, però, deve fare i conti con la malattia che si porta dentro e che lui stesso fa fatica a nominare e ad ammettere ma che presenta il conto abbastanza presto. L’AIDS lo porta via nel 1991 a soli trentasei anni, lasciando un vuoto incolmabile per la Narrativa Italiana di fine Novecento. Sarebbe importante il pensiero di un intellettuale trasparente come lui in questo periodo storico per aiutarci a comprendere la tabula rasa telematica e culturale di inizio millennio e il nuovo linguaggio anglotecnologico… che non sono altro che il triste sbocco di quell’“edonismo reaganiano”, che Pier Vittorio Tondelli denunciò da subito, proprio con “Altri Libertini”.

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