Photoalbum: Paul Armfield in concerto al MOA di Eboli – di Pietro Previti


Paul Armfield
è un nerboruto musicista inglese di mezz’età, ma dall’aspetto ancora bohémien, già al secondo tour italiano in appena dodici mesi. Viene giustamente annoverato tra i più raffinati ed eleganti cantautori indipendenti degli ultimi dieci anni, una sorta di culto per tutti gli appassionati del british folk di ieri e di oggi. L’occasione per assistere al suo concerto nel suggestivo chiostro del MOA (Museum of Operation Avalanche) di Eboli,  lo scorso 25 maggio 2017, è nata da un evento realizzato da Revolver Concerti, in collaborazione con Mo’art, Associazione Sophis e Gigarte Portale d’Arte. La location è assolutamente di quelle fuori dal comune. Si tratta di un complesso monumentale che ricomprende il Convento della SS. Trinità, fondato alla fine del XV secolo da Frati Francescani ed attualmente adibito a museo che raccoglie le testimonianze dello sbarco delle truppe alleate lungo il litorale salernitano durante la Seconda Guerra Mondiale. Nato a Birmingham e cresciuto seguendo una dieta di rock’n’roll, Elton John, Black Sabbath e Sinatra, il Nostro si è trasferito sull’isola di Wight all’età di dieci anni, dove ha iniziato a suonare il basso eletterico ed è entrato a far parte di un gruppo punk. Da lì è ripartito per farsi le ossa,  suonando un po’ di tutto ed ovunque, non disdegnando generi apparentemente lontani dalla tradizione musicale inglese (passi il jazz… ma come la mettiamo con il bluegrass e la gipsy music?). Dopo il ritorno a Wight nei primi anni 90 per sposarsi e mettere su casa, ha aperto una libreria ed iniziato a pubblicare dischi con una certa regolarità. Nel 2003 arriva il primo dei suoi album, “Songs Without Words”, in compagnia dei The Four Good Reasons, lavoro per il quale ha ottenuto lodi e scomodato riferimenti illustri, visto che la sua voce rimanda a quelle di Cat Stevens e Nick Drake, ma ancor di più a Kurt Wagner dei Lambchop, per i quali in passato ha aperto alcuni concerti. Qualche critico sostiene che la musica di Paul Armfield può descriversi come folk noir. Grande fan di Scott Walker, si è lungamente ispirato anche a Jacques Brel, riuscendo a rimanere in equilibrio tra Americana, Chanson francese e folk inglese. Nel 2015 ha pubblicato il suo settimo album “Found”, una suite di canzoni dedicata ad una serie di fotografie pazientemente recuperate in anni di ricerca dalla sua amica Elinor nei mercatini delle pulci di Berlino. Si tratta di immagini il più delle volte bellissime. Scatti di autori sconosciuti da cui affiorano delicati momenti di vita degli anni Venti e Trenta, utilizzati da Paul per una poetica riproposizione in chiave musicale. Se vi capita, cercate di portarvi a casa il notevole cofanetto autografato ed in edizione limitata a sole mille copie, contenente quindici cartoline in grande formato che hanno ispirato Armfield a comporre altrettante canzoni.  Molto fitto il  numero degli accompagnatori e degli strumenti che appaiono nel disco (oltre venti), a differenza del tour in corso in cui il musicista affronta la scena assolutamente da solo. Le sole chitarra acustica e voce non impoveriscono la qualità delle composizioni, ma sembrano piuttosto in grado di esaltarne la bellezza e la semplicità delle melodie. Unica concessione alla serata è l’uso di una sega ad arco, utilizzata per commentare una delle immagini più intense tra quelle proiettate sulla parete del chiostro a sfondo del palco. In tema con la serata, l’inaugurazione della collettiva di fotografia “Noir Fascination”, ideata ed organizzata da Rossana Buccella per Gigarte, dal sottotitolo “Storie di vita in bianco e nero, a scacchi, condite con caffè e sigarette” che richiama apertamente come fonte d’ispirazione “Coffee and Cigarettes”, pellicola cult di Jim Jarmusch.

Foto e articolo di Pietro Previti © RIPRODUZIONE RISERVATA

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