Philip Roth: “Goodbye, Columbus and five short stories” (1959) – di Dario Lopez

Sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi di “Goodbye, Columbus and five short stories” sono stampate poche parole dello scrittore statunitense Saul Bellow che sintetizzano in maniera egregia la forza del talento dirompente di Philip Roth. Sono queste: “A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Philip Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare”. Se “Goodbye, Columbus” è l’esordio, l’opera prima dello scrittore di Newark, e lo è, allora è impossibile trovare parole migliori di quelle usate da Bellow per tracciare un contorno alla vena creativa di Roth, indubbiamente un uomo che è nato per scrivere. Se da un romanzo d’esordio ci si aspetta uno stile ancora in via di definizione, immaturo, tutto da affinare, qui invece c’è già di che rimanere a bocca aperta per la padronanza della prosa da parte di uno scrittore che all’epoca contava ventisei primavere. “Goodbye, Columbus” in realtà è una raccolta di racconti più che un vero romanzo, come precisa il titolo originale dell’opera: l’episodio che dà il titolo al libro è una novella che supera di poco il centinaio di pagine, la raccolta è poi completata da altri cinque racconti tutti abbastanza brevi: “La conversione degli ebrei”, “Difensore della fede”, “Epstein”, “Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta” e, infine, “Eli, il fanatico”. In tutti gli scritti si avverte la presenza di quello che è uno dei temi portanti dell’opera di Roth: il retaggio ebraico, le tradizioni, le abitudini che da questo derivano e il rapporto che c’è tra tutti questi elementi e la necessità d’integrazione di un ebreo di seconda (o terza) generazione nella società statunitense, in questo caso quella florida degli anni 50/60. Il maggior pregio attribuibile a Roth, lasciando per un attimo da parte lo stile di scrittura e i meriti innegabili del traduttore, è la lucida distanza, l’ironia con la quale lo scrittore dipinge gli ebrei americani, mettendone sotto i riflettori sia gli aspetti più inclini all’essere divertenti, sia alcune delle ipocrisie e delle idiosincrasie verso il proprio stesso retaggio. Proprio per questi motivi, alcuni degli scritti contenuti in questa raccolta provocarono presso la comunità ebraica scontento e disappunto; non furono poche le critiche che arrivarono all’opera di Roth dagli stessi ebrei che tacciarono lo scrittore addirittura di antisemitismo“Goodbye, Columbus” narra un breve arco di tempo della vita di Neil Klugman, ebreo americano di Newark che lavora nella biblioteca comunale, appartiene a una classe sociale popolare e vive con la zia Gladys, donna all’antica legata alle tradizioni ebraiche. Il giovane si innamora di Brenda Patimkin, d’origine ebree anche lei ma appartenente a una famiglia più facoltosa, arricchitasi grazie all’azienda di famiglia (la Acquai e lavandini Patimkin) e residente nel sobborgo ricco e borghese di Short Hills. Sotto i riflettori il desiderio delle famiglie ebree di trovare una loro collocazione e un loro riconoscimento, passando anche per la via economica, all’interno della società statunitense, con conseguente omologazione e perdita d’identità; il conflitto di classe, se non aperto almeno sotteso e, ovviamente, la breve storia d’amore tra i due giovani, gli egoismi, le dispute, la passione. Non poco per una novella breve. “La conversione degli ebrei”, meno di una ventina di pagine, parte in maniera molto dissacrante e vede come protagonista Ozzie Freedman, un ragazzo che partecipa alle lezioni del Rabbino Binder alla scuola ebraica, ponendosi delle domande, dando voce ai suoi dubbi e, facendo questo, crea tutta una serie di problemi e grattacapi che si risolveranno con esiti non prevedibili sul tetto della sinagoga. In “Difensore della fede” Roth mette in luce l’opportunismo di un ebreo sotto servizio di leva… il soldato Grossbart che, proprio sulla fede ebraica, fa leva nei confronti del suo superiore, anche lui di origine ebraica, per avere dei favori e scansare le fatiche e i pericoli della vita nell’esercito. Il personaggio viene dipinto come un bieco manipolatore, egoista e profittatore… uno degli aspetti che forse non piacquero alla comunità ebraica all’epoca dell’uscita del libro. “Epstein” è invece una breve ma centratissima riflessione sul passare del tempo, sulla vecchiaia, su ciò che si è perduto ma che ancora si vorrebbe avere, sulla vitalità, sul desiderio ma anche sui sentimenti, sull’amore, sulla rabbia, sul tradimento, sulle occasioni mancate, sulla futilità di ciò che si è ottenuto. Un piccolo gioiello. “Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta” è probabilmente l’episodio più trascurabile del libro, il ricordo di una vecchia amicizia del protagonista con un compagno turbolento negli anni della scuola, come al solito ben scritto ma meno interessante nei contenuti. Decisamente critico e pungente è “Eli, il fanatico” che denuncia la totale assimilazione degli ebrei alla cultura moderna americana a discapito della fede e delle tradizioni dell’ebraismo… altro racconto riuscito che coglie nel segno con spietata efficacia. Che altro aggiungere? Un’opera prima davanti alla quale non si può far altro che togliersi il cappello, non per nulla Philip Roth è considerato pressoché all’unanimità uno degli scrittori fondamentali a cavallo degli ultimi due secoli. Per quel che vale non posso che avallare questa tesi.

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