Philip K. Dick: “Solar lottery” (1955) – di Dario Lopez

Philip Kindred Dick arriva al suo primo romanzo nel 1955, dopo aver pubblicato una settantina di racconti di fantascienza. Quello che era nelle intenzioni dello scrittore fu probabilmente spazzato via dal buon successo di questo suo primo libro, “Lotteria dello spazio”, conosciuto anche come “Il disco di fiamma” e, in lingua originale, come Solar lottery” o anche “World of chance”. Da quel che si deduce dalle biografie scritte su Dick, nelle quali diversi accadimenti sono sottolineati da un senso di labile ipoteticità dovuta alle precarie condizioni mentali dell’autore, il reale interesse dello scrittore di Chicago sembrava essere quello di inserirsi nel filone mainstream della letteratura, considerato ai tempi più autorevole e rispettabile se paragonato agli scritti fantascientifici, bollati con poca considerazione come mere letture di consumo (da supermercato o di cassetta diremmo oggi) con lo stesso disprezzo con cui lo stesso Dick venne in passato considerato poco più che un imbrattacarte. Purtroppo per lui i vari tentativi di pubblicare romanzi che esulavano dal genere fallirono uno dopo l’altro, costringendo Dick a riversare tutto quel che aveva da dire su rapporti umani e società nei suoi romanzi di fantascienza, sui quali influirono in buona misura anche la sua crescente schizofrenia e i suoi deliri paranoidi. “Lotteria dello spazio” è quanto di più lontano possa esserci dai filoni epici dell’esplorazione spaziale, dalla space opera più avventurosa o dal concetto di un’umanità avanzata e perfetta, si avvicina invece più al pessimismo delle distopie, magari presentate con una bella mano di vernice fresca a indorare la pillola, ci mette di fronte alle carenze dell’uomo, alle sue ingiustizie più che a utopiche future prese di coscienza. In tutto questo gli interessanti spunti di riflessione forniti dall’opera si rivelano anticipatori (nel 1955) e per certi versi attuali e allo stesso tempo amaramente ironici per quella che è la realtà di oggi. Nel 2203 in una società futuristica governata da un sistema per noi a dir poco rivoluzionario, sussistono strani fenomeni e credenze superstiziose: “un insolito volo di cornacchie bianche sui cieli svedesi, un’inspiegabile sequenza di incendi distrusse circa metà degli edifici della corporazione Oiseau-Lyre Hill, una delle industrie più importanti di tutto il Sistema Solare. Piccole pietre sferiche caddero vicino alle installazioni del campo di lavoro su Marte. A Batavia, sede del Direttorato della Federazione dei Nove Pianeti del Sistema Solare, era nato un vitello di razza Jersey con due teste: un segno indiscutibile che qualcosa di importante stava per accadere”
Eppure è un mondo d’ordine quello in cui vive il protagonista Ted Bentley, un mondo che proprio per gli eventi sopra descritti per lui andrà gambe all’aria. Un mondo in cui l’ingiustizia è debellata e dove anche la più alta carica del Sistema Solare, quella del Quizmaster, è affidata al volere dell’Urna, una sorta di scelta casuale, di vera e propria lotteria, a cui tutti i cittadini classificati (che neanche lontanamente equivale a dire tutti i cittadini) possono partecipare sperando di salire nella scala sociale. Quello del Quizmaster è un ruolo di enorme potere, proprio per questo; una volta eletto, è possibile per gli altri pretendenti tentarne legalmente l’assassinio per mezzo di sicari atti al compito, impresa peraltro non propriamente facile in quanto il Quizmaster ha a sua disposizione un intero reparto di telepatici a suo servizio, ben preparati per fermare ogni aspirante sicario. Eppure a Ted Bentley questo sistema non sembra così equo: esclude tutti quei cittadini che non posseggono una tessera professionale e rendono schiavi delle corporazioni quelli che la posseggono, molti dei quali, dopo esser stati costretti a prestare giuramento a una corporazione, vivono felicemente in una beata indolenza, senza farsi alcuna domanda e senza mai preoccuparsi di ciò che accade al proprio prossimo più sfortunato. Riflettendo sul tema dell’inclusione o su quello della schiavitù da capitale (traslato il tutto ai giorni nostri) sembra che Dick abbia voluto nascondere blandamente tra le sue pagine una critica alla nostra società odierna, proprio come se un libro pubblicato sessantadue anni fa fosse stato scritto ieri. È già avvilente vedere come uno scrittore proiettato in avanti come lo era Dick non avesse predetto grandi miglioramenti per la razza umana del 2203 (e per questo fortunatamente abbiamo ancora del tempo, magari non io ne voi che leggete) lo è ancor di più constatare come nonostante tutta l’acqua passata sotto i ponti, per alcuni e importantissimi versi, abbiamo forse fatto anche qualche passo indietro. Inoltre, quel che può cambiare le sorti di ogni uomo (e abbiamo capito che con ogni uomo non intendiamo proprio ogni uomo) è un semplice gioco, un colpo di fortuna capace di catapultare in alto chiunque, senza che il fortunato vincitore si sia meritato alcunché e senza che nemmeno gliene sia stata data la possibilità; un terribile parallelismo alla piaga fatta di disperazione che oggi è il gioco d’azzardo, l’esponenziale moltiplicarsi di sale scommesse dentro le quali molti sfortunati ripongono le loro ultime speranze, cadendo nel vizio, spesso inconsapevoli, forti solo di un’unica certezza, cioè che un’altra speranza loro non ce l’hanno (o nessuno è in grado di fargliela vedere). Resiste in questo mondo avanzato il legame con la religione, con la ricerca di qualcosa di più elevato. Proprio il nuovo Quizmaster Leo Cartwright è il massimo esponente della fede Prestonita il cui nocciolo è la speranza teorizzata dal capostipite Preston che oltre il Sistema Solare conosciuto ci sia un pianeta, il Disco di fiamma, capace di accogliere l’umanità per iniziare una nuova vita più semplice e libera, basata sulla cooperazione. 
Se la critica di Dick era rivolta principalmente all’America degli anni 50, ormai avviata verso una spersonalizzazione dell’individuo all’inseguimento costante del benessere, del soldo e del consumo, colpisce ancor oggi quel giuramento fatto all’azienda, obbligatorio da parte del lavoratore che volesse avere una tessera professionale; e se oggi le cose sembrano all’apparenza quasi ribaltate in virtù di un precariato sempre più spinto, il gioco (o giogo) del potere è sempre lo stesso e mette il lavoratore in condizioni ancor più difficili e disumanizzanti. A conti fatti il mondo di Dick, che è un mondo democratico e libero in superficie, nasconde tutte quelle insopportabili magagne che ancora oggi celano le nostre democrazie che continuano a dirsi illuminate (certo non per tutti). Pur non essendo tra i romanzi più celebri e celebrati di Dick, “Lotteria dello spazio”, oltre a una narrazione comunque piacevole e coinvolgente, offre già tantissimi spunti di riflessione nonostante a una prima lettura sia evidente come lo stile di Dick non sia colto ne particolarmente ricercato, uno scrittore d’idea più che di forma.

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