Peter Green’s Fleetwood Mac: gli incendiari del British Blues – di Claudio Trezzani

Quando si parla di British Blues, del periodo che va dalla seconda metà degli anni 60 ai primi 70, di solito si minimizza l’importanza che Peter Green e i suoi Fleetwood Mac hanno avuto per il movimento; forse oscurati da altre band più d’impatto anche visivo, o forse perché la maggioranza di noi ha le orecchie offuscate dalla seconda parte della loro carriera (quella senza Peter) votata al mainstream… ma così ragionando non rendiamo giustizia ad un gruppo che ha contribuito a portare in Europa il sound di Muddy Waters, Buddy Guy e Willie Dixon e a renderlo innovativo e personale. Peter Green sta al Blues Rock britannico come Syd Barrett sta al Rock Psichedelico: tutti e due intrisi di una folle genialità che li porterà all’autodistruzione, Peter e Syd restano due artisti ai quali la “prigione”del formato 45 e 33 giri non risulta sufficiente a contenere la quantità di idee che affolla la loro mente, spingendoli alla continua ricerca di altro, senza tuttavia mai far loro intravedere la fine del percorso. Dopo essersi fatto le ossa con John Mayall, Peter Green forma la sua Band con il batterista Mick Fleetwood e il bassista John McVie. Come spesso succede, tutto avviene per caso, in un susseguirsi di sliding-doors. La storia narra che la prima jam-session avvenne grazie a Mayall che cedette il tempo a lui avanzato (e già pagato) in sala prove a Peter Green che così ne approfittò per mettere a punto un nuovo progetto. La formazione, oltre a Green, Fleetwood e McVie, si completa con l’arrivo di un altro chitarrista… Jeremy Spencer. Le prime registrazioni mostrano subito una Band diversa da tutte le altre e già fuori dagli schemi classici del British Blues. Viene fuori subito un piccolo capolavoro, Black Magic Woman, che però non apparirà mai su un loro album e verrà poi portata al successo dal grande Carlos Santana. I primi singoli usciti prima del 1968 (come la cover di Robert Johnson, I Believe My Time Ain’t Long) sono esplicativi della voglia di espandere l’idea di Blues-Rock tradizionale per arrivare a delle jam quasi di stampo jazzistico. Firmato il contratto con la Blue Horizon di Mick Vernon, che già lavorava con i Bluesbreakers, i Fleetwood Mac danno alle stampe nel 1968 il primo album omonimo (ribattezzato poi “Peter Green’s Fleetwood Mac”, per distinguerlo dal successivo omonimo del 1975 della nuova formazione). Imprigionare le idee jam-blues della Band in un 33 giri significa però limitarne la genialità e, infatti, il primo album è sì un disco Blues Rock di valore, ma la Band sembra essere frenata. I brani non possiedono la freschezza e l’impatto dei singoli usciti fino a quel momento; anche se, in alcune cover ben eseguite, ci sono lampi di talento e genialità fuori dal comune… su tutte il fantastico blues acustico di The World Keep on Turning e l’insolita I Love Another Woman, che pare quasi gemella di Black Magic Woman: con il medesimo andamento latineggiante e sognante… citiamo infine anche il blues trascinante di apertura: My Heart Beat Like a Hammer. Ascoltando il disco tutto d’un fiato si ha la netta sensazione che l’inventiva di Peter Green sia come l’acqua che riempie un bicchiere fino all’orlo e, a ogni scossone, cerca di tracimare. Un disco che non scorre liscio quindi, ma a tratti si rivela geniale. Questo conferma anche che è ancora nei singoli (e soprattutto nelle esibizioni live) che la Band può dare libero sfogo alla sua singolarità; gli argini del classic Blues Rock vengono spazzati via dalla verve artistica di Peter Green e il tutto lascia sperare a un secondo album di matrice diversa. Infatti, sempre nel 1968, la Blue Horizon dà alle stampe “Mr Wonderful”, col quale le speranze di cui sopra vengono ancora (in parte) disattese. La Band in questo disco torna sui binari canonici del Blues, anche se lo fa con talento e qualità. Brani come Stop Messin’ Around, Rollin’ Man e, soprattutto, la finale Trying So Hard To Forget, sono stupendi, trascinanti e lancinanti messaggi Blues che riportano in auge, in modo evidente, il verbo dei grandi artisti (tormentati) del Delta… Robert Johnson su tutti. Il disco ha un discreto successo commerciale e questo permette alla Band di arrivare dove tutte le British Blues Band dell’epoca vorrebbero: negli Stati Uniti. In questi anni, oltre a partecipare a numerosi festival a fianco dei Led Zeppelin e di BB King, i Fleetwood Mac registrano anche alcune jam-session in quel di Chicago (date poi alle stampe in anni successivi) a fianco di leggende come Willie Dixon. Queste esperienze sono fondamentali e forniscono finalmente alla Band la spinta necessaria per fare il salto di qualità definitivo: gli argini vengono travolti. La line-up si arricchisce di un terzo chitarrista e seconda voce di assoluto talento, il giovane Danny Kirwan. Si tratta di un ingresso fondamentale e, finalmente, Peter Green ha qualcuno a fianco che asseconda la sua voglia di andare oltre, di travolgere i canoni classici della “Musica del Diavolo”, creando un melting pot di Blues e Psichedelia: un Pop Rock originale e schizofrenico. Nel frattempo, prima di partorire una nuova fatica, la Band deve far uscire “English Rose”, una raccolta di b-side e singoli costruita per supportare il tour americano. Al suo interno, oltre a pezzi già noti, troviamo il primo brano scritto da Kirwan, Jigsaw Puzzle ma, soprattutto, la strumentale Albatross: un piccolo capolavoro. Alla fine del 1969 la Band è pronta per il terzo album: viene pubblicato “Then Play On”, il primo con la nuova formazione. In quello che sarà l’ultimo disco di Peter Green con la sua “creatura”, il gruppo dà sfoggio di creatività e di genialità ancor più che in precedenza. Gli argini del Blues tradizionale sono ormai un lontano ricordo. Il disco regala al mondo capolavori di Blues Rock nervoso come Rattlesnake Shake, splendide rock suite acustiche e psichedeliche come Oh Well (che sarà fonte di ispirazione per Jimmy Page e la sua Stairway To Heaven) e, sopratutto, le due parti di Madge (Searching e Fighting): una montagna russa di emozioni. Possiamo parlare di Jazz-Rock-Blues di grande livello… genialità folle al potere. Che dire poi di When You Say (che pare una suite operistica) e di Show-Biz Blues, vera e propria gemma. Andrebbero citate tutte in effetti… ogni canzone è un piccolo grande capolavoro, esplicativo dell’immenso talento artistico di questi musicisti. Tenendo conto che siamo nel 1969, dire che Peter Green anticipò i tempi è un eufemismo: potremmo affermare che inventò i tempi. Da qui in poi nulla fu più lo stesso per il British Blues… anche se l’importanza che ebbe per gli anni successivi fu minimizzata o ignorata dal comune sentire” di allora. Come dicevamo all’inizio, questo fenomeno è paragonabile a quello che Syd Barrett determinò per i Pink Floyd, con la differenza che la strada tracciata da Green venne completamente abbandonata dai successivi passi della Band. Le successive formazioni sposano stili molto più commerciali e legano per sempre il nome dei Fleetwood Mac al Rock mainstream. Un peccato mortale secondo chi vi scrive, perché si è rischiato di perdere la memoria di una Band che ha portato qualcosa di assolutamente innovativo nell’ambito della musica. Purtroppo “Then Play On” è il “canto del cigno” di Peter Green coi Fleetwood… ma è anche il volano della sua carriera solista, che ci ha regalato un altro assoluto capolavoro, questa volta completamente strumentale, libero da qualsiasi vincolo: “End of The Game” (1970). Possiamo insomma affermare che i Fleetwood Mac (conosciuti ai più come Band di Rock radiofonico) furono invece interpreti geniali e tra i fondatori del movimento British Blues della fine degli anni 70, con la stessa fiamma che consumò inesorabilmente il loro leader Peter Green, a cui tante band venute dopo si ispirarono per la loro musica. Ecco, infine, le cinque canzoni (secondo chi scrive) fondamentali per cogliere appieno la vera natura dei Peter Green’s Fleetwood MacI Loved Another Woman, The World Keep On Turning, Trying So Hard To Forget, Oh Well, Searching / Fighting for Madge. Buon ascolto.

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