Peter Gabriel: “Peter Gabriel III (Melt)” (1980) – di Fabrizio Medori

Sta iniziando un nuovo decennio e molti stili stanno cambiando, nell’arte e nel costume. L’uomo occidentale sta correndo sempre più rapidamente verso la tecnologia, verso l’innovazione e verso il modernismo. Nella musica rock si fanno strada nuovi suoni e nuovi strumenti, nuove tecniche di registrazione e nuovi effetti sonori… le possibilità espressive aumentano molto velocemente, Peter Gabriel, trentenne con un importante carriera alle spalle, potrebbe tranquillamente rimanere nella comoda posizione di molti suoi coetanei, un giovane “dinosauro” ancora abbastanza giovane da potersi godere le fortune ed il prestigio accumulati negli anni del “prog”, quando era il cantante dei Genesis, uno dei gruppi più innovativi degli anni 70. Ma i suoi anni 70 si sono chiusi dopo “The Lamb Lies Down On Broadway”, nel 1975. Abbandonato il gruppo sta costruendo il suo stile personale, sperimentando un modo differente di concepire le canzoni, di usare la voce e di mostrarsi sul palco. Dopo un primo disco nel quale si scrolla faticosamente di dosso le scorie del passato, con il secondo compie enormi passi avanti e inizia a delineare le sue caratteristiche stilistiche, spingendo al massimo l’utilizzo di tutte le macchine più recenti a sua disposizione. Intorno a lui si è creato un gruppo di collaboratori perfettamente in grado di trasmettere, attraverso gli strumenti, la formidabile tensione creativa del leader, tecnicamente preparatissimi ed artisticamente in piena sintonia con Gabriel e tra di loro. Fin dall’inizio dell’avventura solistica lo affiancano il bassista Tony Levin ed il tastierista Larry Fast, capaci entrambi di affiancare alla perizia strumentale una preziosa abilità nella ricerca sonora. Gabriel decide, per questo disco, di collaborare anche con Robert Fripp, che aveva prodotto il suo disco precedente, Phil Collins, Kate Bush, Paul Weller, Dave Gregory degli XTC, John Giblin, Jerry Marotta, David Rhodes, Morris Pert e Dick Morrissey, affidando la produzione a Steve Lillywhite, prezioso nella creazione di un suono moderno ed estremamente dinamico, capace di proiettare nel futuro le canzoni utilizzate. Per “Peter Gabriel III” il cantante e il produttore avevano espressamente chiesto a Phil Collins di non utilizzare i piatti che, quindi, non vennero montati, ma il batterista aveva difficoltà e al loro posto furono montati dei tom. Anche tutti gli altri musicisti dovettero mettere una particolare cura nella ricerca timbrica, con un risultato straordinario ed un sound che spostava molto in avanti il confine tra il vecchio e il nuovo. La prima traccia del disco, Intruder, è un po’ la porta d’ingresso in un universo sonoro assolutamente innovativo, dove non trovano posto il romanticismo, le atmosfere gradevoli e la speranza in un mondo migliore. Tutto è serrato ed opprimente, grigio e opaco, incubo e mai sogno. Anche il sax che introduce No Self Control è lontano e straniante… poi la sequenza ossessiva della marimba accentua il senso di impotenza di qualcuno che non riesce a controllare il proprio corpo e le proprie emozioni. Dopo il breve e inquietante passaggio di Start si passa a I Don’t Remember, esplosione di suoni elettronici e ritmica claustrofobica, a descrivere perfettamente lo sgomento di una persona colpita da amnesia. A contrastare le atmosfere cupe del disco arriva Family Snapshot, con il piano elettrico ed il basso fretless in evidenza, ad incorniciare una storia che parla dell’assassinio di John Kennedy. Il primo lato del disco finisce con And Trough The Wire e con il suo ritmo potente ed aperto, restando ancora per un po’ fuori dall’atmosfera claustrofobica tipica del disco. Tutte le caratteristiche principali del sound di “Melt”, come verrà chiamato dai fans questo disco, tornano nella spettacolare Games Without Frontiers, nella quale i suoni sintetici agganciano perfettamente un testo che, parlando di giochi tra bambini, nasconde riferimenti precisi alla storia del ventesimo secolo e ai suoi aspetti più tristi, citando, per esempio, Fermi e Hitler. Ancora ambientazione sonora post industriale e crescendo asfissiante per Not One Of Us, nella quale Gabriel si scaglia contro la guerra e l’odio tra gli uomini. Tornano i mallets e il pianoforte in Lead A Normal Life, dove si racconta di chi, per un motivo o per un altro, non può vivere un’esistenza “normale”. La conclusione è grandiosa, un vero e proprio inno che si apre con il lamento funebre in memoria del leader sudafricano anti-apartheid, Steven Biko, assassinato dalla polizia nel 1977. Biko è diventato il finale di tutti i concerti di Gabriel e di tutti gli eventi in favore di Amnesty International, organizzazione che vede lo stesso Gabriel tra i suoi più importanti sostenitori. La canzone, che si basa su un disegno ritmico ossessivamente ripetuto e su suoni che a tratti ricordano le cornamuse scozzesi, si chiude con un infinito coro che simboleggia magnificamente il corteo funebre di un uomo che ha dato la vita per la libertà dei suoi fratelli e dei suoi figli, fino a sfumare di nuovo nel coro reale. Una pietra miliare del rock e un monumento alla genialità dell’Autore.

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