Peter Gabriel: “Peter Gabriel” (1977) – di Maurizio Pupi Bracali

Siamo nel fatidico anno 1977, il punk avanza e impazza, il dinosaurico rock progressivo è parzialmente alle corde e vi sono alcuni notevoli stravolgimenti nella musica rock di quel periodo. Il glam tiene ancora bene, oltreoceano nasce la disco music e ci si prepara all’arrivo degli edonistici anni 80. È anche l’anno in cui Peter Gabriel, dopo un album monstre come The Lamb Lies Down On Broadway pubblicato tre anni prima con i Genesis, ideato e scritto quasi interamente da lui, abbandona la band dopo un accordo/disaccordo turbolento e baruffoso del quale non spetta a noi in questo contesto valutarne colpe e ragioni. Vero è che la separazione farà bene a entrambe le fazioni: i Genesis sotto la guida di Phil Collins si trasformeranno, album dopo album, in una piacevole e simpatica pop-band di enorme e miliardario successo mentre Gabriel, disdegnando classifiche e commercialità varie, intraprenderà la straordinaria, e ben più geniale di quella degli ex compagni, carriera solista, tra sperimentalismi, word music e visionarietà live e su video. L’atto di nascita di cotanto percorso è il primo album pubblicato in quell’anno fatidico e titolato semplicemente col nome dell’artista che, come un affilato rasoio, trancia di netto radici prog, comunanze soniche coi vecchi sodali e appendici barocche, puntando a un’essenzialità strutturale sonora che a un primo ascolto lascerà perplessi e meditabondi. Lo dimostra il blues pianistico (Jozek Chirowski ai tasti), trasversale e onirico di Waiting For The Big One che il popolo prog mai si sarebbe aspettato da un ex Genesis, lo dimostra il ficcante solo di chitarra di Steve Hunter nello stesso brano e lo dimostrano brani come Modern Love che, pur con un arrangiamento più complesso e prodromicamente Gabrieliano, ha la scansione dell’hard rock e lo straniante divertissement pseudo gospel. Excuse Me dal gusto retrò (Tony Levin sostituisce il basso con una reboante tuba) di cui rimarrà traccia nel DNA di Gabriel fino a quando nel 2002 scritturerà il gruppo vocale gospel Blind Boys of Alabama per l’album “Up” e rispettivo live tour.
Ma, a dire il vero, di quel progressive Genesisiano ormai bell’e mangiato e digerito qualche romantico residuo è rimasto incastrato nelle splendide corde vocali del Nostro: non solo per la presenza, ancorché discreta, di un prog master come Robert Fripp che si destreggia, con poca appariscenza invero, tra chitarra elettrica, classica e banjo, e il recupero da parte di Gabriel di uno strumento squisitamente prog quale il flauto, ma proprio per quel paio di bellissime canzoni quali la dolcissima e delicata Humdrum (in effetti flautata) e la diluviante Here Comes The Flood, quest’ultima con ospite alla chitarra solista quel Dick Wagner che proprio col chitarrista “ufficiale” di quest’album, Steve Hunter, forma l’accoppiata vincente famosa per essere l’ossatura chitarristica del Lou Reed di “Berlin” (1973) e per aver profondamente segnato due album live epocali come “Rock’n’Roll Animal” del 1974 e il suo “gemello diverso”, “Lou Reed Live” del 1975
Dick Wagner presta la sua chitarra anche nella vivace e ancora vagamente progressive Slowburn, mentre in Down The Dolce Vita il magnifico ritmo galoppante e stoppato recupera la pesantezza e l’eccessiva pomposità sinfonica della London Symphony OrchestraSolsbury Hill è la deliziosa e spensierata canzonetta, cavallo di battaglia ancora oggi del Peter Gabriel live e brano capostipite della futura carriera dell’ex Genesis. Con la produzione dell’acclamato (ma discutibile per chi scrive) Bob Ezrin, l’album scivola via tra alcuni brani capolavoro, anche Moribund the Burgermeister tra questi, e altri meno incisivi nella loro comunque indiscutibile piacevolezza, proprio come si addice a un’opera prima. La decisione di non attribuire un titolo a questo e ai successivi tre album, non compresa da alcuni gazzettieri dell’epoca e stigmatizzata sulla stampa come mancanza di fantasia e creatività, è invece per il vostro redattore ulteriore esempio della straripante originalità Gabrieliana. Il pubblico identificherà il disco come quello con la macchina e nel tempo verrà chiamato “Car” da fan ed estimatori. L’italianissima Lancia Flavia di Storm Thorgerson, grafico, fotografo e ideatore insieme ad Aubrey Powell dello studio grafico Hipgnosis responsabile di molte copertine dei dischi dei Genesis e di Peter Gabriel, avrà così il suo piccolo-grande ruolo nella realizzazione totale dell’album.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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