Peter Farrelly: “Green Book” (2018) – di Maurizio Fierro

“Carry your Green Book with you. You may need it”. Proprio così. Per un uomo di colore in viaggio per gli stati dell’America segregazionista degli anni Sessanta, la frase che compare in esergo sulla copertina del “The Negro Motorist Green Book” è più che un invito. Tanto più se il viaggiatore è un raffinato concertista, ideale rappresentante di quel “Nuovo Negro”, emancipato ed evoluto, teorizzato dal filosofo dell’Harlem Renaissance Alain Locke nell’omonima antologia del 1925. Come il pianista co-protagonista del pluripremiato “Green Book” (Oscar come migliore pellicola e Golden Globe per miglior film commedia), per esempio: Don Shirley che, insieme agli altri musicisti del suo trio, viaggia nel “profondo Sud” per allietare con il suo talento serate per soli bianchi. Se poi ad accompagnarlo nel tour è Frank “Tony Lip” Vallelonga, un buttafuori italoamericano assunto per fargli da autista e guardaspalle, può anche capitare che fra i due nasca una di quelle amicizie destinata a mutare la prospettiva di entrambi, in uno di quegli incroci a metà fra due destini. Ispirato a una vicenda realmente accaduta (il figlio del vero “Tony Lip”, Nick Vallelonga, attore e regista, è fra gli sceneggiatori e produttori della pellicola), Peter Farrelly (qui senza l’inseparabile fratello Bobby“Tutti pazzi per Mary”, “Amore a prima svista”) dirige un piacevole road movie sorretto dalla presenza di due personaggi abilmente contrapposti da una sceneggiatura a più mani che ha nei dialoghi, mai scontati, il proprio punto di forza. La vera storia dell’amicizia fra il pianista e compositore Donald Walbridge Shirley e il rozzo buttafuori italoamericano Frank “Tony Lip” Vallelonga, è resa indelebile dal talento istrionico di Viggo Mortensen (per l’occasione, ingrassato di venti chili), capace di donare credibilità al “broccolino” logorroico e alla classica gestualità da italoamericano del buttafuori Frank, a cui fa da contrappunto il rigoroso autocontrollo e l’icastica laconicità di un superlativo Mahershala Ali (al suo secondo, meritatissimo, Oscar come attore non protagonista dopo “Moonlight”), perfettamente a suo agio nei panni dell’artista di colore colto e charmante che ha conseguito un dottorato in musica, in psicologia e persino in arti liturgiche che magari non conosce la musica di Little Richard e Aretha Franklyn (“minchia, la tua gente”, lo canzona Frank), ma ama Beethoven, Brahms, Liszt e Chopin, che suona divinamente il pianoforte e si è esibito alla Casa Bianca, e che sembra possedere tutte le virtù dell’afroamericano colto auspicato da Locke. Siamo però nel 1962, la marcia su Washington con il famoso discorso di Martin Luther King al Lincoln Memorial è di là da venire, e le leggi di segregazione razziale, le cosiddette “Jim Crow” (termine dispregiativo con il quale l’americano di razza bianca identifica la gente di colore, mutuato dal canto degli schiavi americani “Jump Jim Crow”), devono ancora essere scalfite (lo saranno con il Civil Rights Act del 1964, con il Voto Rights Act del 1965, e ancora con il Fair Housing Act del 1968… faticosi steps ahead nel processo di integrazione razziale). Al contrario, è ancora d’attualità “The Negro Motorist Green Book”, una guida turistica per afroamericani scritta da un postino di Harlem, Victor Hugo Green che, dal 1936, elenca motel, ristoranti, alberghi che, contravvenendo alle leggi segregazioniste, danno ospitalità alla gente di colore che viaggia in compagnia o magari sola. Sola con se stessa. Perché al di là delle circostanze e del colore della pelle, è un uomo solo anche Don Shirley. Ritirato in una sorta di dojo interiore, riflesso nello splendido appartamento che abita, più che gli impeccabili completi da sartoria, il bagaglio a mano che il pianista si porta appresso nel suo tour è una distanza che lo separa dal prossimo: lui, dal savoir faire quasi élitario, sensibile e colto e omosessuale. Perché “se non si è abbastanza nero per i neri e abbastanza bianco per i bianchi, e nemmeno abbastanza uomo per gli uomini”, come confessa Don a un certo punto della pellicola; allora quello che rimane è un’anima sola, e non importa se si è dei geni, se si ha talento e una cultura superiore: tutte aggravanti nel reato di “lesa uniformità”. Ha coraggio, Don. Potrebbe rimanere a New York, riverito e strapagato, ma decide di uscire dalla sua confort zone e spendere il proprio talento come passe-partout per scardinare i lucchetti mentali che ingabbiano menti e cuori, perché “Il talento non basta, ci vuole coraggio per cambiare il cuore della gente”… e poi con lui c’è Frank. C’è la sua semplicità, il suo essere diretto, il suo gergo elementare privo di barocchismi lessicali. Insomma, c’è la sua autenticità, che gli permette di perforare la barriera protettiva del suo temporaneo datore di lavoro, consentendo a Don di uscire dai confini della propria solitudine, che è poi un modo di sopravvivere alle cose che accadono. Nasce un’amicizia, e in questa reciprocità nel donare qualcosa all’altro emerge la gratuità del dono di sé, che può declinarsi nel dettare lettere indirizzate alla moglie che non assomiglino a “richieste di riscatto”, oppure nell’invitare bruscamente l’amico a riallacciare i rapporti con un fratello di cui non sa più nulla. Allora la jam-session che Don improvvisa a Birmingham, in un locale underground dove si suona il Jazz, è già più un segnale che sembra avvicinarlo alla gente, oltre che alla “sua”, di gente. Se il viaggio come topos narrativo ha spesso il potere di educare il viaggiatore, favorendo quel cambiamento interiore necessario ad acquisire maggiore consapevolezza di sé, (“La strada è la vita”, scrive Jack Kerouac), dove il percorso conta più della destinazione, allora le otto settimane trascorse per le strade che dal Midwest conducono nel profondo Sud, attraversando Indiana, Iowa, Kentucky, North Carolina, Georgia, TennesseeArkansas, Louisiana, Mississippi… fino al concerto di Natale di Birmingham, in Alabama, sono il tempo necessario per modificare la geografia interiore dei due protagonisti. Perché tornano cambiati, Don e Tony, con un senso di frattura nelle loro esistenze fra la vita del prima e quella del dopo e, nelle ultime sequenze del film, che forse cede un po’ alla tentazione didascalica, sembra quasi di vederli uscire dalle persone che erano per entrare in quelle che sono destinate a diventare. Durante la cena di Natale in famiglia, Tony redarguisce un cugino per aver apostrofato con un’espressione irriguardosa Shirley, recuperando il senso del rispetto per la dignità altrui, proprio pochi momenti prima che Don bussi alla sua porta, dopo aver deciso che il tempo della solitudine è finito, perché c’è qualcuno disposto ad accettarlo per quello che è: essere umano fra gli esseri umani, che un po’ come una nuova realtà da abitare.

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