Peter Brötzmann: “I Surrender Dear” (2019) – di Girolamo Tarwater

A Brötzmann (padre) sono arrivato tardi, tardissimo. Del resto uno non può stare dietro a tutto. Lo spiraglio – ma è forse meglio dire folgorazione – è stata la collaborazione con Heather Leigh, un dialogo lirico e potente fra due solitudini, presenti a sé e all’altro/a, in un gioco di equilibri che non svigorisce ma esalta l’energia (più compenetrazione che empatia, qualcosa di più fisico che emotivo, anche se l’emotività è incandescente) tra i due musicisti. Dopo un live intenso qui a Napoli, qualche mese fa, ecco “I Surrender Dear” (Trost Records 2019), un disco solista in cui riprende alcuni dei classici che ama e tra cui infila pure un paio di pezzi suoi. Non si tratta di revival perché lui è tutto presente, tutto al presente, vivo in una pienezza di vita che, se si fa carico di un passato glorioso e importante, lo declina solo al presente.
In quel concerto mi era parso una solitudine fiera e arcigna che il tempo ha stemperato in una consapevole malinconia che non teme di esporsi. Mente e passione, fisicità e idee sembrano giocare tra di loro nel formare un approccio poetico, una poesia fatta non di parole ma di fiato, una fisicità non più baldanzosa come quella di un giovanotto, ma in realtà altrettanto viva e fresca. Forse anche più vera perché temperata da decenni di vita. Ecco allora l’approccio a questi classici, come dei noccioli d’oliva che ha girato e rigirato in bocca e ora può sputare fuori, impastati della sua vita. Sono pezzi degli anni 30 come degli anni 50. C’è il primo successo di Bing Crosby, i film di Fred Astaire, Billie Holiday, ma anche Sonny Rollins e Dizzy Gillespie. Tutto molto intimo ma non intimistico, più tendente allo spigoloso che al dolce, più dolcemente aspro che amaro, pacato come onde che si placano sulla spiaggia senza sosta, come un nocciolo di oliva che si gira e rigira in bocca. Non a caso le note di accompagnamento, ricordando la genesi del disco, sono sì una riflessione sul tempo che è passato ma anche (citando un imprevedibile ma calzante Slavoj Žižek) su tante speranze che la storia (o meglio certa politica) ha disatteso. Di sicuro lui non sbanda.
“Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”.
(Erri De Luca, “Nocciolo d’oliva”). 

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
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