Pensieri dall’epidemia teatrale – di Isabella Dilavello

Continuo a pensare alla privazione nella privazione. Al detenuto che già vive isolato dallo scorrere esterno e, per motivi più o meno corrispondenti a una vera necessità, viene messo in una cella a parte, distante e separato anche da chi come lui vive la stessa condizione. Certo, è forse un paragone ingiusto e che non tiene conto dei pesi, dei giudizi, delle condanne, della colpa. È evidente la differenza. Oddio, davvero lo è? Il punto è questo: musicisti, scrittori, giornalisti, educatori, fotografi, video maker, disegnatori continuano a suonare, a scrivere, a pubblicare se non libri quantomeno articoli, riflessioni, meditazioni, fotografie e elaborati video dall’esperienza nella clausura imposta nella propria abitazione, portano in radio, TV, su YouTube, sui canali social la propria presenza, il proprio pensiero, le proprie strisce. E va tutto benissimo, nessuno dice loro di fermarsi a riflettere, di approfittare di questo momento per fare silenzio, ritrovare il centro, rielaborare il futuro come non avevamo immaginato, costruire nella propria celletta da eremita quello che sarà lo spartiacque, contribuire al presente artistico e culturale che verrà, scavando nella propria anima e visionaria prospettiva.
Ma l’attore di teatro non può. Privazione nella privazione. Appena appare in dirette streaming, o ripropone video, estratti del proprio lavoro o di colleghi, pillole di letture Zac, arriva qualcuno a sentenziare “guarda, non è teatro”. Ma va? Davvero? Non ce ne eravamo resi conto. Decenni su palchi, vicino al pubblico tanto da sudargli addosso ogni emozione, a fare scambio di quel sangue invisibile che rende sacra la rappresentazione dell’umano, attori e pubblico nello stesso spazio e nello stesso tempo, e non avevamo colto l’impossibilità di fare lo stesso via streaming. Dio santo, questa è la considerazione che si ha di noi teatranti? Ci viene chiesto perché, a che serve, ma senza chiedercelo direttamente. È una cosa buttata lì senza contraddittorio. E non viene voglia di rispondere, di cogliere comunque l’occasione di raccontare cosa ci sta accadendo per via di una nemmeno tanto velata accusa di presenzialismo, di vanità, di egocentrismo, di sovraesposizione che porterà inevitabilmente alla rovina del rapporto Teatro/Spettatore.
“Anche perché in tutte queste piccole cose da niente che teatro non sono, si vede pure che siete poco capaci”
sembrano dire con un sorrisino supponente. Qualcuno lo penserà davvero, qualcuno non se ne rende nemmeno conto. E quindi noi attori non possiamo. Dobbiamo stare zitti. Roderci dentro. Per amore dell’arte, della cultura, del futuro poetico della nazione. Tutta la responsabilità su di noi, allora? Noi che siamo sempre gli ultimi nella ruota della considerazione? Zitti. Buoni. A riflettere come cambiare la scena. Ecco, una cosa voglio dirla e lo faccio a nome mio. Io come attrice rifletto (sulla realtà e sulle possibilità e sulle spinte che mi muovono nel teatro e nella società) anche ad alta voce, studiando testi, poesie, suoni. Sto in silenzio e meditazione più della metà del mio tempo di veglia. E poi lo elaboro con tutto il corpo. Ma da sempre, non da quando me lo ha imposto il coronavirus, è una mia necessità. Ora ancora rifletto, mi fermo e poi dico, cerco le parole che possano raccontare uno stato d’animo in questa dolorosa confusione e affrontarlo. E condivido in cerca di confronto o forse almeno conforto. Condivido perché qualcuno mi sta dicendo che gli serve.
C’è, e non lo nego, anche il desiderio egocentrico di non perdere il contatto con chi segue il mio lavoro e confesso di fare una fatica boia quando mi chiedono di fare prove/lezioni in videoconferenza (perché non funziona, è penalizzante). Ma perché tutti possono pensare a come sopravvivere e io attrice, noi attori no? Credo, spero, che la scelta riguardo la modalità della propria messa in discussione sia libera, che rispecchi un proprio sentire, una propria sensibilità. Si può discuterne, prendere vie diverse. Ma dubito ci sia un universalmente giusto. Se Nick Cave sceglie il silenzio da un lato, dall’altro Michael Stipe ci ha regalato una canzone che è una carezza. Amo entrambi. Onestamente non so se alla fine di tutto questo, e intendo proprio alla fine visto che il comparto teatrale è stato il primo a fermarsi e sarà l’ultimo a ripartire, io e tanti, tanti altri saremo in grado di continuare a vivere di Teatro. Rinunciare sarà, in caso, una ferita inguaribile. Forse è quello che merito, in proporzione alle mie capacità. Ma ve lo giuro, continuerò a pensare a voce alta.
Tu che avresti potuto essermi strappato soltanto dalla morte Neppure dalla morte potrai essermi strappato (Ovidio Le Metamorfosi).

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