Penguin Cafe Orchestra: un ensemble senza confini – di Fabrizio Medori

Se non avete mai ascoltato la Penguin Cafe Orchestra avrete la fortuna di trovarvi di fronte ad una formazione strabiliante, da tutti i punti di vista, perché nella storia della musica “Pop” (maiuscolo e virgolettato) si sono sentiti spesso gli strumenti dell’orchestra sinfonica, ma una vera e propria orchestra da camera che suonasse con una spiccata attitudine Rock non si era mai sentita prima di loro… e mai più verrà proposta, almeno fino ad oggi. Il gruppo nasce da un’idea di Simon Jeffes, chitarrista classico che fatica a rimanere nei rigidi confini della musica “colta” e che si è ritagliato un piccolo spazio nella storia del rock scrivendo gli arrangiamenti degli archi nella versione di My Way eseguita da Sid Vicious. L’Orchestra incide il suo primo disco, “Music from the Penguin Cafe, tra il 1974 ed il 1976, pubblicandolo nel ’76 per la Obscure Records di Brian Eno. Nel disco, andando a spulciare le note di copertina, viene utilizzato un gruppo di soli quattro musicisti, all’interno del quale Jeffes si occupa della maggior parte degli strumenti, oltre che della composizione della quasi totalità dei brani e della produzione artistica del progetto. Il lavoro si presenta come una novità assoluta, non riconducibile a nessun suono precedentemente noto, ed è prevalentemente strumentale, con una nettissima tendenza verso lo sperimentalismo. Già da questa prima prova si possono comunque intuire le coordinate caratteristiche dello stile della Penguin Cafe Orchestra, sebbene non tutti gli aspetti del sound che li contraddistingue siano ancora perfettamente a fuoco. All’inizio Jeffes sembra un po’ timoroso nel proporre quell’impasto che poi, già dal disco seguente e omonimo, pubblicato dalla E.G. Records nel 1981, sarà il marchio di fabbrica dell’anomalo ensemble. All’organico si uniscono gradualmente sempre più elementi, fino a raggiungere le dodici unità; e questo è un aspetto unico nel panorama musicale moderno. La caratteristica più evidente del gruppo, che ha cessato la sua attività nel 1997 a causa della prematura scomparsa del suo leader, è la ricchezza timbrica, che parte dallo strumento intorno al quale ruota il tutto, cioè l’ukulele di Simon Jeffes, per arrivare a violino, violoncello, oboe, flauti e molti altri strumenti classici. A questi vanno sommati suoni elettronici come, ad esempio, il segnale telefonico inglese di “libero”, intorno al quale Jeffes costruirà uno dei suoi capolavori, Telephone and Rubber Band. L’altra caratteristica peculiare della Band è il costante utilizzo di schemi ritmici iterativi che, spogliati della freddezza dei suoni elettronici e rivestiti di una produzione geniale (che utilizza in modo fresco e fruibile i suoni acustici) acquisteranno un sapore completamente inedito. Nel corso della sua carriera, la Penguin Cafe Orchestra ha anche realizzato, nel 1988, “Still Life at the Penguin Cafe”, colonna sonora di un meraviglioso e surreale balletto, pubblicato su disco nel 1990. Qualche anno dopo il balletto fu ripetutamente trasmesso dall’emittente Tele più 3, in chiaro, per la gioia degli appassionati del balletto contemporaneo e del gruppo inglese. Non è facilissimo, oggi, trovare i dischi della Penguin Cafe Orchestra, soprattutto in vinile, ma posso assicurare tutti quelli che si pongono di fronte alla musica senza preclusioni che l’ascolto di questo straordinario gruppo (capace di coniugare folk, elettronica, musica da camera e attitudine spiccatamente rock, tanto da farli considerare antesignani della musica New Age) riusciranno a trarre grandissimo godimento dalla conoscenza di una serie di prodotti unici e inimitabili. In rete è disponibile pure la registrazione della loro apparizione in un programma condotto, negli anni 80 da Gegè Telesforo e Monica NanniniD.O.C. Da qualche anno il figlio di Jeffes, Arthur, prosegue il discorso iniziato dal padre con un gruppo che, più modestamente, si chiama soltanto Penguin Cafe.

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