Oriana Fallaci: “Penelope alla guerra” (1962) – di Cinzia Pagliara

Penelope alla Guerra“ (1962) è il primo romanzo di Oriana Fallaci. Il secondo suo libro dopo “Il Sesso Inutile. Viaggio intorno alla donna” (1961), un reportage sulla condizione femminile in Oriente. Reportage, perché la giornalista Oriana non scrive mai senza sapere personalmente di cosa sta parlando e, proprio perché lo sa e spesso lo ha vissuto in prima persona, non ha paura di esprimere le sue idee. Può difendersi da qualunque attacco. Non teme di essere non capita, perché questo è ciò che capita a chi non si limita a ripetere il già detto, a chi non gioca a fare l’equilibrista per non dare mai fastidio. Perché ha scelto di essere libera. “La sottomissione è sempre peccato mortale: sia che la sopportino le donne come nei paesi mussulmani o rigidamente cattolici, sia che la esercitino gli uomini. È peccato mortale perché limita la propria libertà o la avvilisce. E chi si sottomette va all’inferno: come chi è prepotente” (“Annabella“, 24 giugno 1962, intervistata da Vittorio Buttafava).
Nel romanzo, la protagonista Giò (nome che può essere anche maschile) viene mandata a New York per trovare idee per una nuova sceneggiatura. Per Giò l’America ha il volto e il sorriso di Richard, giovane soldato che la sua famiglia aveva nascosto per un breve periodo durante la guerra, e che lei crede morto. Richard è vivo invece e il caso li fa incontrare, ravvivando un’amicizia che sa troppo d’amore. New York viene descritta in pagine che sono intrise di poesia, quasi struggenti, vive. La gita alle cascate del Niagara poi, rasenta – raggiunge? – la perfezione stilistica: Era un grattacielo di acqua che da uno spigolo tondo, lassù, precipitava abbandonandosi tutto nel vuoto. Liscio, prima, più di una vetrata, mosso dopo più di un mare in tempesta, si sfaceva sul fondo in un gorgo di schiuma. Intorno a quel gorgo, i gabbiani volavano bianchi e impazziti buttandosi a capofitto con strilli di orrore risalendo in frullare d’ali, e tutto era grigio: il cielo, l’acqua, e le pietre“.
Giò è una donna spregiudicata in una società per lei nuova – ancor più spregiudicata – una società in cui conta solo il denaro, dove il denaro è “la suprema religione“, una società dove essere “giovane, sana e donnasignifica poter giocare buone carte.
Gli altri personaggi femminili sono un suo contorno, anche se perfettamente caratterizzati: Florence (madre-matriarca di Richard e causa, presumibilmente, della di lui inadeguatezza verso la vita). Chissà se il nome FlorenceFiorenza ma anche Firenze – sta ad indicare il  legame profondo e indissolubile di Oriana con la città amata. (“La mia terra è,  più che l’Italia,  la Toscana: sono fiorentina”) e Martine (“frivola, ricca svagata” ma anche donna con un suo dolorosissimo vissuto). Richard uomo (?) fragile e incapace – se non troppo tardi – di scelte, e il suo amico Bill, uomo (?) forte, sicuro, protettivo, sono i vertici di un triangolo da cui Giò fuggirà perché… non potevamo dormire in un letto a tre piazze, senza tuttavia fuggire dall’amore (…) aveva davvero cessato d’amarli?“.
Giò rinuncia a “quell’amore” e ritorna.
Oriana più volte ricorda, nel libro, che bisogna essere forti per sopravvivere in America, per saper affrontare l’Uragano (cinque pagine sono dedicate alla descrizione della forza implacabile della Natura) e ripete puntualmente il suo odio-amore per questa terra. Lei era così… si arrabbiava per ogni cosa che non andava – non lo nascondeva mai – e forse questo era il suo modo più vero di amare. “Penelope alla guerra” è un libro da leggere o da rileggere, per comprendere meglio la forza e il coraggio di una lotta femminile che non è mai finita; per ascoltare la voce di una donna che da tutti è definita forte, di una donna che sa che le Penelopi non si usano più (ma poi, invece, non è vero); di una donna che ha nascosto le lacrime perché non c’è tempo per fare storie se si è in guerra come un uomo… se si è in guerra, ancora oggi, contro la violenza dell’uomo. Una donna che – nonostante tutto – lo sa che le lacrime hanno un sapore di sale.

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4 thoughts on “Oriana Fallaci: “Penelope alla guerra” (1962) – di Cinzia Pagliara

  • Agosto 20, 2015 in 8:10 am
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    Donna nevrotica e rancorosa, che sicuramente è stata una buona cronista, ma che è stata impropriamente prestata alla letteratura, dove, nonostante la sua buona prosa, ha ampiamente dimostrato d’essere un abisso di nullità.
    Una operazione di marketing editoriale che ha assemblato pensieri altrui e banalità proprie.
    Insopportabile infine, il suo integralismo e il suo reazionarismo, che tuttora generano insensato odio, in chi è incapace di Analisi.

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    • Agosto 20, 2015 in 9:42 am
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      La stessa Fallaci , come tutti coloro che la hanno conosciuta, parla del suo carattere senza farne mistero. Questo,a mio parere, non può pero’ essere costantemente usato per sminuire e giudicare a mo’ di sentenza una donna che ha trascorso la sua vita “immersa” nella vita stessa, mai a lato, difendendo con coraggio le sue idee – che si è ovviamente liberi di non condividere,ma che si deve essere altrettanto liberi di esprimere, se siamo ( siamo ? ) veramente…liberi.
      La sua durezza verso GLI integralismi non mi sembra così assurda, ne’ è apparsa nell’ ultima fase della sua vita, tanto da far mettere all’ indice i suoi libri (…che neppure l’ Inquisizione…)
      Ma il nostro Occidente ha strani parametri di valutazione, e legge sempre ciò che vuole.
      Ciò significa che la Fallaci ha ragione su tutto ? Ovviamente no. Ma forse si dovrebbe rileggere senza la rabbia ma con tutto l’ orgoglio che abbiamo dimenticato.
      Per quanto riguarda la Fallaci scrittrice, ovviamente, i gusti sono personali e credo sia normale che ciò che piace a qualcuno sia ad altri non gradito. Ed e’ una delle cose che mi affascina dell” arte.

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    • Agosto 20, 2015 in 3:51 pm
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      ho risposto utilizzando la modalità errata, come se fosse un mio commento. Ma ciò che ho scritto è in risposta al tuo… grazie delle tue considerazioni, è una bella sensazione, la molteplicità di pensiero.

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  • Agosto 20, 2015 in 2:01 pm
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    Ho sempre pensato che Oriana fosse una che sa scrivere.
    Indipendentemente da ciò che scriveva.
    Cronista efficace, certo, ma anche abile tessitrice di pensieri, argomentati mai banalmente.
    E come tutte le persone di livello, divide e fa discutere.

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