Peggy’s Leg: il Sacro Graal si svela – di Magar

Il prepotente ritorno del vinile ha decisamente dato una accelerata vigorosa alla riscoperta di Album e gruppi destinati altrimenti a restare chiusi entro confini creati da polverosi scaffali e sbiaditi ricordi. Il mercato delle ristampe è così esploso in tutta la sua gioiosa magniloquenza, regalando a chi è in grado di approfittarne, dischi che all’epoca era probabilmente impossibile notare. È questo il caso di “Grinilla”, strepitoso e unico album di un gruppo Irlandese del tutto sconosciuto che risponde al nome di Peggy’s Leg. Siamo nel 1973, ma per raccontare di loro è necessario tornare indietro di un anno, in quel 1972 che in Irlanda inizia in modo drammatico. Alla fine di gennaio, esattamente il 30, a Dublino va in scena quello che passa alla storia come il Bloody Sunday”: l’esercito britannico spara sui manifestanti per le strade di Derry, facendo quattordici vittime (tredici rimangono a terra, e uno morirà il giorno dopo in ospedale). Il clima che si respirava in quei giorni in Irlanda era davvero pesante e, anche nel resto dell’Europa non erano tempi tranquilli: è sufficiente pensare agli “anni di piombo”, per avere il quadro esatto della situazione. Per quel che concerne invece il panorama musicale, le cose non potevano andare meglio: Il Rock era nel suo periodo di massimo splendore. Dall’america arrivavano gioielli come “Eat a Peach” della Allman Brothers Band e “Harvest” di Neil Young; in Europa Bowie pubblica il seminale “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars”, I Genesis sfornano “Foxtrot”, gli Yes “Colse to the Edge”, i Jethro Tull “Thick as a Brick”, mentre i Pink Floyd danno alle stampe il sottovalutato “Obscured By Clouds”. Non dimentichiamoci poi di John Lennon che, assieme a Yoko Ono, pubblica “Some Time in New York City”, e di Lou Reed con il suo splendido “Transformer”. Per quel che riguarda l’Hard Rock, ecco “Machine Head” dei Deep Purple e “Vol. IV” dei Black Sabbath a rappresentare degnamente il genere. Un tripudio di grande musica, quasi a voler esorcizzare il cupo periodo storico. In tutto questo ecco Jimi Slevin, chitarrista di buona fattura che si mette in testa di formare una band un po’ fuori dall’ordinario. Assieme al batterista Don Harris, al chitarrista Jimmy Gibson e con Vincent Duffy al basso, ecco che nacono i Peggy’s Leg, capaci da subito di trovare la perfetta alchimia sonora. In breve diventano famosi, ovviamente a livello locale, suonando un po’ dappertutto. Siamo nel 1973 ormai, e ai quattro ragazzi sembra ovvio dar seguito al tutto con la registrazione dell’Album di debutto: alla fine dell’anno, sotto la direzione di John Dee, un tempo membro del gruppo di culto irlandese Mushroom, la band registra “Grinilla” per la Bunch Records, un’opera composta da cinque lunghe composizioni originali e una versione di Sabre Dance (il successo dei Love Sculpture di Dave Edmonds) ampiamente rivista in chiave personale. Per registrare “Grinilla” sono state sufficienti poche ore (o stesso Jimi parla di 23 ore), con pochissime sovraincisioni per eliminare qualche errore. Ne vengono stampate appena 500 copie, vendute solo a livello locale, nonostante il fatto che la stampa e i fans siano da subito molto entusiasti. Non ci saranno altre ristampe e, dopo poco più di un anno, Peggy’s Leg si sciolgono. Il disco diviene una leggenda e, i pochi che hanno avuto la fortuna di acquistarlo, si trovano tra le mani un piccolo capitale. Poi…
Poi arriva internet, arriva la condivisione di tutto, arrivano i siti dove trovi cose di cui hai solo sentito parlare, di cui hai letto qualcosa sui testi di Vernon Joynson… e così, finalmente, riesci ad ascoltare “Grinilla” e scopri un ulteriore tassello di quel meraviglioso momento musicale. Certo, gli anni sono passati, ma la voglia di avere tra le mani un “disco nuovo” è rimasta intonsa, come l’entusiasmo che provi quando il vinile si adagia sul tuo piatto. Si, adesso è possibile. Nel frattempo “Grinilla” è stato ristampato e anche quelli come noi possono permettersi l’ascolto di questo gioiellino senza dover spendere diverse migliaia di euro (ammesso che una copia originale sia ancora reperibile). Così, dopo averlo ordinato al negozio di fiducia, quello gestito da amici, ecco finalmente materializzarsi il nuovo oggetto del desiderio, che momentaneamente placherà la nostra voglia di vinile. Perché alla fine noi siamo così… quando il traguardo è raggiunto, quando la puntina scende sui primi solchi del vinile inondando la casa di note, una piccola parte di noi sta già pensando al prossimo desiderio. Ma questa è un’altra storia, quella di cui parliamo ora inizia con i cinque minuti abbondanti di History Tells: la chitarra acustica e la voce, con il basso pulsante, introducono un pezzo elettrico di difficile catalogazione. Accenni di Prog, forse un profumo di Jazz Rock con tocchi di Classica, a creare un amalgama avvolto da una sensibilità psichedelica che denota carattere. Si, il “Sacro Graal” che si svela alle nostre orecchie è una promessa mantenuta. Le tante voci captate nel corso degli anni raccontavano di un disco strabiliante, fatto di atmosfere a volte sognanti a volte rabbiose, quasi lisergiche nel loro incedere e, ora che la chimera si sta svelando, è bello capire che il passare del tempo non ha minimamente intaccato l’ascolto del disco. Forse saranno le migliaia di ore trascorse a sentire musica, o forse le note, passate a milioni nelle nostre orecchie, a valorizzare questo ascolto: come un terreno preparato con cura, il substrato che abbiamo creato riceve e valorizza un suono di splendido livello. La copertina che teniamo tra le mani è composta da un disegno in bianco e nero che raffigura un gorilla vestito con una tuta spaziale: sulle spalle ha un’enorme banana collegata mediante un tubo al sistema di respirazione della tuta spaziale. Un nutrimento che gli dipinge sul volto un enorme e maligno sorriso. Un artwork decisamente affascinante, tipico del periodo ma comunque inusuale. I Peggy’s Leg sono bravi, hanno il senso del riff e i richiami a ELP e Nice non sono per nulla casuali. I cambiamenti di stile si susseguono, con la chitarra elettrica  che svela trame a volte evanescenti e a volte decisamente irruente. Lo scorrere della puntina sui solchi è un piacere visivo che si unisce a quello uditivo: lo spesso cartone della copertina che stringiamo tra le mani emana un profumo che non abbiamo mai dimenticato. È impossibile non associarlo ai tanti ascolti inanellati nel corso di una vita scandita anche dalla musica. Anche la pausa necessaria a girare il vinile ha un che di magico, quasi a ribadire la sacralità di gesti che si susseguono sempre uguali nel tempo. Terminato l’ascolto, il senso di vuoto che sempre accompagna la visione dello shell a fine corsa è solo momentaneo: il riascolto è d’obbligo come ovvio, vista la qualità di questo diamante riapparso a pacificare momentaneamente le nostre pulsioni. Poi si torna alla quotidianità, alla vita di tutti i giorni, in attesa di un nuovo vinile, di nuove emozioni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.