Pavlov’s Dog: “Prodigal Dreamer” (2018) – di Magar

Quarantaquattro anni dopo “Pampered Menial” (1975), che rappresentò il debutto della band, I Pavlov’s Dog tornano a proporre la loro visione del Rock con “Prodigal Dreamer” (2018). Sicuramente gli anni passati hanno prodotto cambiamenti sostanziali, anche e sopratutto nel loro sound, ma la voglia di stupire e di mettersi in gioco è rimasta intonsa: David Surkamp (voce e chitarra), Sara Surkamp (voce e chitarra), Manfred Ploetz (batteria), Mark Maher (tastiere), Abbie Steilling (violino), David Malachowski (chitarra), e Rick Steilling (basso), ci regalano un sontuoso esempio di ArtRock finemente cesellato che si fa classico nel suo incedere a volte dolente, ma sempre molto elegante. Questa nuova avventura discografica ha diverse cose in comune con l’illustre predecessore, iniziando dalla splendida copertina ancora una volta ricavata da una illustrazione di Sir Edwin Landseer, pittore e scultore inglese di Epoca Vittoriana, celebre per le sue dettagliate figure di animali. Come in “Pampered Menial”, il meticcio che fa bella mostra di se con espressione fiera racconta di una passione molto viscerale. Per un gruppo che in media pubblica un album ogni dieci anni, un nuovo lavoro è senza ombra di dubbio un evento straordinario, e le canzoni che lo compongono raccontano di storie personali, raccolte nello scorrere del tempo e legate tra loro a comporre un insieme affascinante. L’ascolto del disco è di per se una seducente avventura, frutto dello splendido lavoro di Paul Hennerich, ingegnere del suono che tra le altre cose gestisce le registrazioni della St. Louis Simphony Orchestra e il monitoraggio di sontuosi progetti Jazz, capace di rendere perfettamente il suono registrato con il metodo del “room-miking”. Con questo sistema di registrazione, la band suona collettivamente in una stanza apposita e senza nessun tipo di “click track”, lasciando che i microfoni raccolgano l’insieme del suono in modo essenzialmente pulito. Il risultato è stupefacente, e l’ascoltatore si ritrova al centro del suono, immerso in un torrente di note che sembrano emergere nello spazio a suo esclusivo beneficio. E’ sicuramente il violino di Abbie a connotare il disco, ma la voce di David e il suo fraseggio ancora molto personale riesce a tenere perfettamente il passo, regalandoci un disco che ha il profumo della notte, che spazia dal Folk, al Blues e dal Funk al Country, senza soluzione di continuità. Un brano come Easter Day suona tipicamente America anni sessanta, e potrebbe essere stato inciso dai Buffalo Springfield, mentre l’iniziale spendida Paris, sostenuta da violino e pianoforte in stato di grazia, dipinge un quadro che ricorda ballate di altri tempi. Da rimarcare anche la bellissima Hurting Kind, che pare essere country senza essere western e la limpida Winterblue che trattiene in sé il suono di Bob Dylan e quello di Woody Guthrie. “Prodigal Dreamer” è un disco da ascoltare con estrema attenzione, che sa regalare attimi di puro piacere.

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