Paul Verhoeven: “Elle” (2016) – di Lisa Costa

Elle” è un film spiazzante, girato da un regista non nuovo a tematiche simili e che ritorna ai suoi primi passi, il cui successo ha sorpreso tutti, in primis la sua protagonista, Isabelle Huppert. Un successo più travolgente, questa pellicola tipicamente francese ma diretta da un olandese, l’ha avuto in America, tanto da portare proprio Isabelle alla sua prima nomination agli Oscar, consentendo a lei ed al film di Paul Verhoeven, di vincere rispettivamente il Golden Globe come miglior attrice protagonista in un film drammatico, e come miglior film straniero. Tutto ciò appare strano, perché “Elle” è un film che fatto in America non funzionerebbe per niente, risulterebbe inguardabile. Immaginarne un remake hollywoodiano fa rabbrividire e mostra una semplice verità: solo i francesi si possono permettere un film simile.
Solo loro (con la grazia che li contraddistingue, con il loro essere chic nonostante tutto) possono parlare di stupro, di violenza, di sesso strano e sporco, di una donna che nonostante la violenza subita è così ossessionata dal suo stupratore da desiderarlo ancora e ancora,
in modo perverso, senza però scadere mai nel ridicolo, nel cattivo gusto anzi, mantenendo una classe e un’eleganza innegabili. 
Paul Verhoven (che ha nel suo carnet film patinati e di facile presa come “Robocop”, “Basic Istinct” e “Showgirls”) torna sostanzialmente alle origini e a quei lavori decisamente underground che lo avevano imposto all’attenzione generale, con pellicole come “Fiore di Carne” e “Kitty Tippel”, in cui anche grazie all’apporto fondamentale di un attore del calibro di Rutger Hauer, esibiva una verve ruvida e graffiante alquanto coinvolgente. Il regista torna a quelle tematiche e a quello stile dopo la parentesi commerciale della sua carriera, riprendendo la tematica dello stupro e del legame che si instaura tra il carnefice e la vittima già affrontato in “Flesh + Blood”, seppur con toni meno drammatici. 
Per realizzare questo ritorno, si affida a Isabelle Huppert, che ai ruoli sporchi è abituata: basti ricordare la sua credibilità e la sua eleganza, ne “La Pianista” e nei ruoli che Chabrol ha saputo cucirle addosso. 
Elle, Isabelle, è Michèle
borghese parigina divorziata, a capo di un’azienda di videogiochi: con il suo villino incantevole, il suo gatto incantevole, un figlio non perfetto e incastrato da una giovane incinta. Sola e indipendente, fugge da un marito traditore e da un passato scomodo, che l’ha però resa così fredda e forte. Tutto ciò però potrebbe rompersi, con il materializzarsi di un’ombra nera che si insinua dentro questa sua costruita perfezione, dentro la sua casa, arrivando a stuprarla. Ma Michèle non si scompone, lascia correre come niente fosse successo; si rialza, lava via l’onta subita, e rende partecipi con noncuranza di quanto successo gli amici e l’ex marito, rifiutando il ruolo di vittimaQualcosa, però si è incrinato: c’è tensione, ansia nel chiudere le finestre, nel leggere messaggi minatori che le arrivano via mail. C’entra con quel suo passato involontariamente sotto i riflettori? Con quel padre serial killer che chiede nuovamente la grazia per poter uscire di prigione e che ha ovviamente segnato la sua infanzia e la sua vita?
Tutte tematiche importanti: dalla reazione allo stupro al rapporto malsano con la sessualità, dalla ricerca di potere ai nodi mai risolti che si legano alla famiglia; 
“Elle” mette tanta carne al fuoco.
Letto così, tra stupratori, stalker, amanti, figli illegittimi e serial killer, sembra di essere dentro al più pacchiano dei noir di serie B; ma qui non siamo in America ma a
 Parigi, e non c’è vendetta, non c’è uno scarto, c’è la vita che va avanti, tra un’ossessione e l’altra. Tutto all’interno di “Elle” mantiene un equilibrio, precario a tratti, ma perfetto. Si passa con semplicità dall’ansia che porta quell’ombra nera (anche quando svelata) al ridere ironicamente su situazioni paradossali che coinvolgono quel figlio di Michèle che diventa a sua volta padre di un figlio che, nonostante il colore della pelle diverso, continua a credere suo, o verso tradimenti evidenti e nascosti, pruriginosi. A lasciare il segno è lei, Michèle, un personaggio difficile da incasellare, difficile da amare, eppure talmente contorto, passionale, forte e indipendente, da farsi ammirare. La si ammira, Michèle, per come reagisce, per come quella sua forza viene punita più e più volte senza che ciò riesca a piegarla, arrivando alla conclusione che quelle punizioni finiscano per piacerle. Un film strano e straniante “Elle”, che tuttavia non ci nega una buona dose di ironia e un nuovo sguardo verso quella borghesia apparentemente perfetta che tanto si ammira e, anche se la pellicola sembra reggersi sugli eccessi della trama (in realtà equilibrata) e sulla bellezza e la bravura di Isabelle Huppert che a 60 anni è più in forma che mai, c’è dell’ altro: una regia elegante e patinata totalmente francese, pur essendo Paul Verhoeven olandese.

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