Paul McCartney: “McCartney III” (2020) – di Maurizio Garatti

Tra le tante cose che le recenti feste ci hanno lasciato, un posto speciale lo merita senza dubbio “McCartney III” (2020), diciottesimo album solista dell’ex Beatles, che ideologicamente segue quel “McCartney” del 1970 con il quale esordì dopo lo scioglimento della band, e il “McCartney II” del 1980 che uscì dopo la fine del progetto Wings. Come per gli altri due dischi, anche in questo caso Paul fa tutto da solo e il risultato è decisamente altalenante. Tranquillamente al sicuro nella sua tenuta situata nel Sussex, il “Baronetto” si prende tutto il tempo che occorre: scrive, arrangia, produce, e ovviamente suona. Suona tutti gli strumenti che servono, che sente di dover usare e, come detto poco fa, il risultato è discontinuo, saltellante. È inutile ribadire in questa sede la qualità del McCartney compositore: le sue canzoni sono nella mente di tutti, tutti le canticchiamo in un modo o nell’altro, e la sua vena compositiva è ben lungi dall’essere al capolinea. Anzi, a settantotto anni Paul dimostra di saper scrivere ancora grandi canzoni. Ciò che lascia un po’ stupiti è tutto il resto: naturalmente la pandemia in corso ha quasi obbligato l’artista a fare il self-made man, ma il risultato lascia a volte a desiderare. La prima cosa che appare in modo evidente è la grande differenza con il precedente “Egypt Station” del 2018, che lo riportò in vetta alle classifiche dopo ben vent’anni di assenza. “Egypt Station” può essere definito un concept album, lirico, orchestrale, solare e splendidamente prodotto (da Greg Kurstin), mentre “III” è un disco ovviamente molto più intimo, spesso acustico. Il tempo che scorre lentamente ha permesso a Paul di rimettere mano a pezzi appena abbozzati, brani mai conclusi, appunti musicali lasciati qua e là: ha preso tutto questo e lo ha trasformato in un’opera compiuta composta da undici canzoni.
Long Tailed Winter Bird – 5:16. Find My Way – 3:54. Pretty Boys – 3:00. Women and Wives – 2:52.
Lavatory Lil – 2:22. Deep Deep Feeling – 8:25. Slidin’ – 3:23. The Kiss of Venus – 3:06.
Seize the Day – 3:20. Deep Down – 5:52. Winter Bird / When Winter Comes – 3:12.
Con questa scaletta McCartney si ripresenta alla platea mondiale, che lo ringrazia riportandolo ancora una volta in cima alle classifiche di vendita, e facendo il pieno di consensi critici. Tutti, proprio tutti, a tessere le lodi di Sir Paul, e non può essere altrimenti, vista la grandezza dell’artista. Alcune scelte però ci lasciano alquanto stupiti, diciamo perplessi. Se dal punto di vista della scrittura nulla possiamo dire, da quello della produzione invece avvertiamo alcune imperfezioni che mal si accompagnano alla validità del prodotto: qualche effetto un po’ troppo sintetizzato, qualche strumento un po’ fuori luogo, qualche scelta non opportuna, abbassano in definitiva la qualità di un lavoro che probabilmente in mani più esperte avrebbe avuto migliore fortuna. Quello che non ci convince non è certo il McCartney autore, ma la produzione e, in alcuni casi, l’arrangiamento non ci paiono all’altezza. Lo si capisce immediatamente, con l’iniziale Long Tailed Winter Bird, brano praticamente strumentale, acustico e con il riff riprodotto anche dal sintetizzatore. Si sentono anche dei flash vocali, molto effettati, che stupiscono non poco.
Appare evidente la voglia dell’autore di allontanarsi dai canonici cliché ai quali siamo abituati, e la cosa è in effetti alquanto sorprendente. Poi arriva Find My Way e lo scenario cambia completamente: canzone melodica tipicamente pop che Paul canta in modo elegante, seguendo la melodia accennata da clavicembalo e mellotron. Un brano piacevole, che avrebbe avuto maggior impatto con un arrangiamento più consono. L’elettrofolk di Pretty Boys prosegue sulla stessa scia, mentre Women and Wives è una canzone completamente avulsa agli standard di Paul: una sorta di lento e roco blues pianistico che tira fuori la parte più intima e scura dell’autore. Probabilmente la cosa migliore del disco. I due minuti di Lavatory Lil lasciano l’amaro in bocca: un blues rock di buona fattura che avrebbe meritato un approccio migliore, meno scanzonato. Avrebbe potuto essere un grande pezzo. La seguente Deep Deep Feeling, con i suoi otto minuti abbondanti, è un viaggio a sé stante nell’universo sonoro dell’ex Beatles: sperimentale, acida, jazzata, a volte cupa e ridondante. È tutto ciò che non ti aspetti da Paul. Un brano perlomeno coraggioso, che sicuramente crescerà alla distanza ma che lascia perplessi. Giocata sulla triade basso chitarra batteria ecco Slidin’, brano heavy con sapore funky cantato in sottofondo: un’altra scelta suscita più di qualche dubbio.
Si prosegue poi con The Kiss of Venus, brano acustico con sapore rinascimentale, al quale il clavicembalo crea danni irreparabili: se la melodia è piacevole, l’arrangiamento è proprio da dimenticare. Quello che manca a questo disco è il McCartney autentico, puro e pop come è sempre stato. La sua grandezza era la contrapposizione popolare all’incipit intellettuale di Lennon: insieme erano la perfezione, da soli hanno seguito strade differenti e qui Paul pare proprio aver smarrito la sua. Seize the Day è rockeggiante e semplice, più vicina alle cose che Paul faceva con i Wings, ma il contesto è completamente diverso e il risultato resta in linea con il resto della produzione. I quasi sei minuti di Deep Down, con base elettronica somiglia più a una demo che a un brano vero e proprio, lasciando trasparire la voglia di fare cose che non sono nelle sue corde. A differenza di Bowie, McCartney non ha il necessario trasformismo per accedere a certe cose: il suo è un territorio meno vasto, più quieto e conosciuto, entro il quale girovagare per ritrovare sapori e sensazioni dimenticate.
Tutto il resto crea confusione. Non è una produzione di questo tipo, e neppure la ricerca di suoni per lui inusuali, a fare di Paul un artista pronto a nuove esperienze musicali: lui deve rinnovare in modo vigoroso i canoni del pop classico, non rivolgersi a elucubrazioni sonore per lui sostanzialmente inaccessibili. Il disco si chiude con i tre minuti di Winter Bird / When Winter Comes, brano che risale al lontano 1992: acustico e dolce, prodotto da George Martin, che chiude in modo decoroso un disco per noi difficile e controverso. Nonostante i ripetuti ascolti, non ci è piaciuto: resta un disco caotico e confuso, che si ascolta a fatica. Il lavoro in solitudine di Paul è minuzioso e curato, nessun dubbio su questo, ma in definitiva ciò che fa di un disco un buon disco è la voglia di riascoltarlo, e in questo caso la sola cosa che resta è l’urgenza di passare oltre.

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