Paul Kantner, Grace Slick & David Freiberg: “Baron Von Tollbooth and the Chrome Nun” (1973) – di Ignazio Gulotta

Baron Von Tollbooth and the Chrome Nun” esce a maggio del 1973 e vede raccolti accanto a Paul Kantner, Grace Slick e David Freiberg buona parte del gotha della scena californiana, ma ha finito poi per rappresentarne il “canto del cigno”. Quell’aura controculturale e psichedelica che è stata la caratteristica della Jefferson band di San Francisco, avrà in questo album l’ultima scintillante perla di una produzione incredibilmente splendida. Ma appunto perché l’ultima, in fondo uscita fuori tempo massimo e con quel sapore amaro di epitaffio per una storia meravigliosa che finisce, l’album è stato guardato e vissuto con sufficienza, con una levata di spalle, quasi a rimarcarne una sua irrilevanza. Va anche considerato il contesto nel quale l’album nasce: ormai la Summer of love sembra quasi un ricordo, la cruda realtà era già entrata con tutto il suo orrore e la sua violenza a far cadere l’illusione di costruire una vita fondata su valori diversi e opposti a quelli dell’American way of life.
Il 1969, anno dell’uscita di Blows Against the Empire, aveva visto in agosto l’uccisione di Sharon Tate e si era chiuso il 6 dicembre con l’uccisione di uno spettatore di colore ad Altamont durante un concerto dei Rolling Stones al quale parteciparono anche i Jefferson Airplane. Ma sono tutti i primi anni settanta che sono costellati negli USA da episodi di violenta repressione di ogni protesta. A tutto questo l’album dei Jefferson Volunteers rispondeva con la rabbia della rivolta, mentre “Blows Against the Empire” immaginava la costruzione psichedelica di una nuova realtà fatta di peace and love, dove i sognatori si sarebbero rifugiati. Ma a partire dal 1970 il movimento hippie e controculturale subì l’onda del riflusso, eroina e crack incominciarono a diffondersi e a sostituire i dolci trip con marijuana e LSD con le paranoie febbricitanti dei tossicomani, mentre i più politicizzati si dispersero leccandosi le ferite della sconfitta o adagiandosi nel benessere del dio dollaro. La rielezione di Nixon nel 1972 col 65% dei voti segnò l’affermazione della maggioranza silenziosa, e condusse la summer of love verso un grigio inverno.
In questo clima “Baron Von Tollbooth and the Chrome Nun” non rispecchiava più lo spirito del tempo, restando in bilico fra le originarie suggestioni hippie e quelle pop mainstream che avrebbero caratterizzato la successiva produzione a firma Jefferson Starship. Del resto né questo disco né il contemporaneo live dei JAThirty Seconds Over Winterland”, uscito appena il mese prima, avrebbero replicato il successo degli album precedenti: infatti quest’ultimo raggiunse la posizione 52 nella classifica di vendita, il risultato peggiore fra tutti gli album dei JA, e “Baron” non andò oltre il posto 120. Classifiche dominate in quell’anno dai Pink Floyd di Dark Side of the Moon, dal pop di Elton John, Carly Simon, George Harrison e dal rock di Stones e Allman Brothers. All’album, uscito per la Grunt, etichetta dei JA, collabora il gotha della musica californiana. Ma dopo questa lunga introduzione che ci è servita a ricostruire il contesto nel quale l’album uscì, veniamo alla musica.
Apre il disco Ballad of the Chrome Nun, con l’acida voce di Grace Slick che si impenna fin dalle prime battute ma, protagoniste sono la tormentata chitarra elettrica di Craig Chaquico che nelle sue volute sembra soffrire e contorcersi e la steel di Jerry Garcia, a disegnare gemme evocative, mentre il testo ripete in modo vibrante: «nobody needs to baptize me / anytime i laugh I got religion». Segue Fat, caratterizzata dal piano di Grace e le scintillanti tastiere di Freiberg, mentre nel coro si esibiscono le Pointer Sisters. La canzone funziona ma già si affaccia larvatamente quella tendenza al pop che caratterizzerà la successiva produzione. Sembrano tornati i tempi di “Volunteers” con Flowers of the Night, inno muscoloso ai «revoutionaries all, dreamed of liberation», e nel loro pantheon siedono accanto Luther King e Lenin, Robespierre e Lumumba, Danton e Paine. È ancora una volta Jerry Garcia, in particolare con le armonie country create dal suo banjo e le impennate del violino di Papa John Creach a rendere significativa la breve ballata psichedelica Walkin’, cantata insieme dal trio Kantner, Slick, Freiberg.
Your Mind Has Left Your Body è un inno psichedelico sul tema della fuga e della salvezza, immaginando nuove dimensioni per i raiders of the rainbow. Il brano è uno dei migliori, con un assolo di Jorma Kaukonen di grande fascino e con la voce calda e armoniosa di Paul Kantner che sembra rinverdire un recente passato sempre più lontano, mentre i vocalizzi sullo sfondo di Grace danno profondità e sembrano provenire da un irraggiungibile passato. È questo il brano che chiude la prima facciata, la seconda inizia con la controversa Across the Board. Grace Slick offre una splendida performance vocale, forse con qualche vocalizzo di troppo, ma è il testo che appare discutibile con versi come «You can’t cock yourself woman / You need a man» e altri che vertono sulle misure del pene: vero che ancora non eravamo in epoca di Me Too, ma certo che queste parole in bocca a Grace suonano veramente stonate. Harp Tree Lamment è un brano folk rock tipicamente West Coast, con le armonie vocali dei tre che si intrecciano su uno scarno arrangiamento su cui spicca il lirismo delle tastiere. Il testo, storie di viaggi, abbandoni, rifugi, è di Robert Hunter, paroliere dei Grateful Dead.
Melodie sognanti e fortemente evocative di scenari futuri di un mondo in bilico fra salvezza e perdizione in White Boy (Transcaucasian Airmachine Blues). Fishman è un fantastico pezzo di rock alla maniera dei Jefferson Airplane, con una smagliante Slick e le chitarre di Chaquico e Garcia che colorano lisergici cieli. L’album si chiude con la suggestiva, Sketches of China, che conferma come questo disco guardi più al passato, a quella flower power della quale gli Airplane erano stati alfieri ma che ormai sembra definitivamente sorpassata, il che spiega anche il senso di nostalgia e malinconia che qui e là affiora. La canzone è evidentemente dedicata alla figlia nata due anni prima dalla relazione fra Paul e Grace ma il testo è piuttosto criptico e al nome della figlia si sovrappongono versi che fanno invece riferimento alla storia del paese asiatico. La musica è una ballata psichedelica di grande impatto, l’intreccio delle voci è magistrale e la chitarra di Garcia accompagna magnificamente: è proprio il giusto canto del cigno per la splendida coppia simbolo della controcultura californiana, di quel sogno hippie di pace, amore e libertà che aveva animato la gioventù americana degli anni Sessanta. Poi ci sarà un bell’album solista, “Manhole” (1974), per Grace Slick e infine un inesorabile declino fra le confortevoli braccia del mainstream e dei successi da classifica ma, nulla sarà più come prima, neanche lontanamente. Non a caso gran parte dei fan dei Jefferson smisero presto – compreso chi scrive – di comprare i loro dischi, preferendo piuttosto riascoltare il periodo d’oro invece di immalinconirsi con quelli del successo da hit parade.

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