Paul Heaton & Jacqui Abbott: “Manchester Calling” (2020) – di Michele Faliani

Arriva al quarto episodio la nuova vita artistica di Paul Heaton, 58enne cantautore inglese che da 35 anni flirta con la top ten delle charts inglesi. Tutto nacque nel 1986 con gli Housemartins, quartetto fondato insieme a Stan Cullimore, Hugh Whitaker e Norman Cook (più tardi reinventatosi DJ e multimilionario con lo pseudonimo Fatboy Slim), autore di due album strepitosi e di una manciata di singoli che tuttora sono considerati fonte di ispirazione per tutto il pop anglosassone degli ultimi tre decenni; in seguito con i Beautiful South (fondati insieme al nuovo batterista degli Housemartins Dave Hemingway, una volta che la band di Hull decise di chiudere il sipario), descritta da Heaton stesso come “la miglior band del mondo con cui puoi ubriacarti” e con i quali ha rilasciato dieci album e una serie infinita di hit come Rotterdam, Song for Whoever e Don’t Marry Her; a fine anni zero è la volta dell’esordio da solista “The Cross Eyed Rambler”, seguito nel 2010 dal sophomore “Acid Country”, entrambi non indimenticabili e dallo scarso successo commerciale. Le cose cambiano nel 2013, quando Paul decide di ricontattare Jacqui Abbott, ex cantante dei Beautiful South che aveva lasciato la band per occuparsi del figlio autistico.
Un tour insieme per ripresentare le vecchie canzoni tocca anche il Giardino d’Estate di Ferrara ed è in quel tour che Paul inizia a scrivere le canzoni che formeranno l’album che lo riporterà stabilmente nelle posizioni più alte delle classifiche di vendita e a riempire le arene del Regno Unito. “Manchester Calling” (2020) è, dicevo, il quarto episodio del duo ed è a tutti gli effetti un classico e riconoscibilissimo album di Paul Heaton. Classiche canzoni alla Housemartins e mai celate influenze del pop anni 60 (Burt Bacharach su tutti), ma stavolta più ricche negli arrangiamenti e nella produzione. La vena ironica dei testi è rimasta quella di sempre (impossibile non citare l’episodio di apertura The Only Excercise I Get Is You, una sezione fiati in stile Motown a sorreggere un’irresisitibile power pop song sull’inesorabile scorrere del tempo: “A parte tirare fuori dall’armadio vestiti che non mi stanno più, e aprire e chiudere la porta del frigorifero, l’unico esercizio che faccio sei tu”), il gusto nel creare melodie perfette anche (A Good Day is Hard to Find).
Stupisce All Of My Friends, che starebbe bene nel songbook di Billy Bragg, e anche Fat Of The Land, altro gioiellino con arrangiamento di archi e fiati che ricorda gli Style Council; ma fra le top del disco vanno incluse anche Fat of the Land, un gospel in ¾ con testo post-apocalisse ecologica, e la dilatata Somebody’s Superhero, una canzone che parla in modo geniale dell’assenza di amore (“Devi scusare la mia mancanza di superpoteri, sono un supereroe ma non so per chi”). Menzione speciale per la claustrofobica MCR Calling, uno strano spoken word dalle sonorità hip-hop sulla città adottiva di Paul Heaton (Manchester appunto) e sulle – a suo dire – discutibili scelte urbanistiche degli utlimi anni che ne hanno radicalmente cambiato il volto tipicamente british. Insomma: Paul Heaton scriverà anche la stessa roba da 35 anni, ma lo fa come nessun altro. I quasi 65 minuti di “Manchester Calling”, divisi fra ben 16 canzoni, dimostrano che il “King Of Pop“, almeno per quanto riguarda la “perfida Albione“, è ancora lui e che sarà difficile spodestarlo.

Foto e articolo di Michele Faliani © tutti i diritti riservati
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: