Paul Hardcastle: “19” (1985) – di Francesco Picca

“Non riuscivamo neppure a recuperare i corpi dei compagni caduti e i nostri zaini perché, quando ci siamo ritirati, sono arrivati gli aerei e con le bombe e il napalm hanno incenerito tutto. Se ti chiama papà, digli che sono stato vicinissimo alla morte, ma sono scampato anche questa volta. Questa è un sporca guerra crudele, ma spero che voi a casa riusciate a capire perché la combattiamo”. Questo è uno stralcio dell’ultima lettera dal fronte di Steve Flaherty, figlio del South Carolina, sergente dell’esercito statunitense caduto nel marzo del 1969 a soli ventidue anni per mano dei nord vietnamiti sull’Hamburger Hill, la collina della “carne trita”.
“Dirty war”, sporca guerra. Queste parole convinsero il governo di Hanoi a trattenere la lettera, ad utilizzarla come strumento di propaganda e a restituirla solo dopo quarant’anni. Il cieco patriottismo e la propaganda non hanno una paternità definita: si adattano al sentire comune e si insinuano tanto nel linguaggio quanto nei simbolismi comunicativi e letterari, in ogni anfratto percettivo, ad ogni latitudine. Trovano un punto morto, prima o poi, soltanto nelle ferite, nelle mutilazioni fisiche e nelle macerie psicologiche dei reduci, dei cosiddetti veterani, del loro convivere con i disturbi da stress post-traumatico, del condividere questo fardello con amici e familiari, nel ventre di una società impreparata, stordita da un nazionalismo invadente e contaminante issato sui pennoni e sui totem ad ogni angolo di ogni street. Dei veterani del Vietnam si è occupato anche il musicista britannico Paul Hardcastle, nel 1985, con il singolo e “maxisingle” 19 (Chrysalis Records) estratto dall’album omonimo “Paul Hardcastle”. Gli studi di pianoforte in gioventù, le tastiere elettroniche nelle prime collaborazioni con l’etichetta Orval, la scelta di rendersi autonomo a metà degli anni 80 in un panorama internazionale che provava a lasciarsi alle spalle la disco music attraverso le sperimentazioni dance in chiave elettronica e quelle sinthpop.
Hardcastle affina il fiuto commerciale e aguzza la visuale sulla direzione da intraprendere. Infila una serie di singoli di successo come ad esempio Don’t wast my time, promossa come sigla del format televisivo “Top of the Pops” e compone anche le sigle di altre trasmissioni televisive tra cui il tema principale del “Saturday Live”. Il resto della sua carriera è dedicato al free jazz e allo smooth jazz. Il brano 19 è stato ispirato dalla visione del documentario “Vietnam requiem”, uno spaccato lucido e feroce sui numeri di un conflitto tanto spietato quanto surreale. Il numero 19 cristallizza l’età media dei soldati paracadutati nella giungla vietnamita, scaraventati all’inferno, affidati alla sorte come una puntata al black jack. Nella seconda guerra mondiale, l’età media dei sacrificati, era stata di ventisei anni. 19 rappresenta un vero cantiere sperimentale di effetti, di fonti sonore preesistenti e di elettronica, nei limiti delle sponde tecnologiche disponibili a metà degli anni 80. Sintomatico il ritornello, che oggi definiremmo tormentone, ovvero la ripetizione “n-n-n-nineteen”, limitata a soli due secondi di durata del loop, in quanto era questo il parametro massimo del programma caricato sulla workstation E-MU Emulator, un campionatore digitale a tastiera tarato sugli 8 bit, dotato di un solo filtro e appoggiato su una memoria floppy da un quarto di pollice. Il balbettato della parola nineteen si alterna a quello di destruction, insinuandosi tra le immagini degli spari e delle esplosioni.
I campionamenti vocali la fanno da padrone: di grande effetto quello estratto da un notiziario condotto da Peter Thomas, speaker radiofonico e annunciatore televisivo, premio Oscar nel 1996 per il documentario “One Survivor Remembers” sull’esperienza personale di Gerda Weissman Klain, internata nel campo di concentramento di Nordhausen. Nella traccia compaiono anche altre voci, soprattutto di reduci, estrapolate da interviste, da reportage e da documentari. Sullo sfondo risaltano ulteriori escamotage acustici, come ad esempio il suono di una tromba militare e il vociare di una folla rumorosa. Il video si appoggia sulle immagini del montatore Ken Grunbaum, elaborate proprio partendo dal documentario “Vietnam requiem”. La versione originale del video mixava filmati delle reti televisive ABC e NBC. La prima trasmissione del video clip su MTV scatenò però una ondata di sdegno in tutti gli Stati Uniti. La musica nella forma del video clip, per la prima volta in assoluto, si prestava alla denuncia politica e sociale: ricordava all’opinione pubblica e, ancor prima, alla coscienza nazionale, quei giovani figli massacrati lontano da casa; ma rammentava, anche, la devastazione operata dai marines nel “triangolo di ferro” a nord di Saigon e nella regione del delta del Mekong. Quest’ultima fu dichiarata cinicamente “free kill zone” e rappresentò un teatro di massacri indegni a danno della popolazione civile. La macchina di stato scatenò le truppe scelte e, le stesse emittenti ABC e NBC, sodali e sintonizzate su un rigido repulisti informativo, apostrofarono il clip come di “cattivo gusto” e piegato ad una forma di “banale propaganda”. La produzione fu costretta a metter mani sul montaggio, includendo nella nuova versione esclusivamente immagini di dominio pubblico. La sequenza video è serrata, come una sventagliata di mitraglia, e asseconda il ritmo incalzante della traccia e le ripetizioni talvolta convulse dei campionamenti.
Volti giovani e inconsapevoli, fasciati ancora di premura materna, appaiono dapprima immortalati nelle foto del college, o in quelle con gli amici del sabato sera, poi si ritrovano nel fango, con gli occhi lucidi e fissi. Volti smarriti, terrorizzati dal dolore e strattonati verso un elicottero sempre troppo distante, distante da tutto: dall’ospedale da campo, da casa, dalla verità, da una spiegazione plausibile per quei diciannove anni deturpati, irrimediabilmente scarnificati in nome di un vessillo e di una liturgia che fa della celebrazione e della commemorazione una delle tante miscele oppiacee per una società distratta e inconsapevole… quella statunitense, ipertrofica in tutte le manifestazioni del proprio ego, volgarmente rissosa sino ai due minuti di pace apparente delle note del The Star Spangled Banner, affidato alla voce vibrata della stellina di turno, in una girandola di flash, di mani sul cuore e di zone d’ombra. La zona d’ombra: quella dove coltivare convinzioni granitiche e ambizioni friabili, dove alimentare il mito a stelle e strisce, calorico come un big-burger ed effimero come il gas zuccherino di una Cola. La zona d’ombra: quella apparecchiata dalle parole del cardinale Spellman nel natale del 1966, tra un iconico “guerra santa” e un laconico servizio alla “causa di Dio”.
In Italia ci fu la pronta presa di distanza del Circolo Cattolico di Rimini, animato tra gli altri da Don Milani: “siamo tornati alle crociate di infausta memoria e al patriottismo di cattiva lega con la benedizione delle armi e dei gagliardetti”. Un buon numero di scrittori statunitensi, già all’inizio di quell’anno, parlarono di “delitto del silenzio” operato contro un piccolo paese agricolo, con una potenza di fuoco devastante che inceneriva ogni forma di vita; una prova muscolare, sproporzionata, che rischiava di portare al conflitto mondiale con la Russia e con la Cina. Le immagini di 19, difficilmente mediabili rispetto ai riscontri di cronaca, stridono non poco in accostamento ad un tappeto elettronico tipicamente anni 80, ad una gamma di suoni e ad un mood che evocano pettinature mechate e scolpite da ettolitri di lacca, gli abiti pastello, i mocassini, le lenti a specchio, ma anche le cuffie collegate ai walkman e i pattini a rotelle che scorazzano corpi scolpiti da una assidua pratica edonista, lungo i filari di palme sul lungomare di Miami.
Le tastiere e i synth ricordano le sigle dei grandi telefilm di quegli anni rampanti nonché le più felici produzioni cinematografiche in chiave natalizia. Una apparente distonia produttiva che, invece, diventa un collante tra note e fotogrammi e che, sulla base elettro-pop, come fosse uno stratagemma, adagia e sottopone un tema difficile, scomodo, ancora aperto e per molti versi irrisolto. Il brano, alla sua uscita nel decimo anniversario dalla fine del conflitto quando, come recita il testo, “quasi 800.000 uomini stanno ancora combattendo la guerra del Vietnam”, si è attestato in cima alla classifica britannica per cinque settimane e ha registrato notevoli successi in tutto il mondo. È stato il singolo più venduto del 1985 e annovera traduzioni in francese, spagnolo, tedesco e giapponese. Un paragrafo a parte occupano le vicissitudini del brano in tema di copyrigt. Una lunga diatriba legale, insabbiata nel vuoto giurisprudenziale di precedenti simili, portò infine al riconoscimento dei diritti d’autore per il narratore Peter Thomas. Alcuni anni dopo si aprì un altro fronte con i legali del compositore britannico Mike Oldfield in merito al riff del sintetizzatore ritenuto simile alla melodia di Tubular Bells. Vicende a margine della produzione che disturbano le parole riportate nelle ultime battute del testo: “Tutto ciò che vogliamo è tornare a casa / Per cosa lo abbiamo fatto? / Tutto ciò che vogliamo è tornare a casa / Ne valeva la pena?”

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