Paul Desmond & Gerry Mulligan: “Two Of A Mind” (1962) – di Francesco Chiari

Quando viene registrato “Two Of A Mind” (1962), davvero prezioso ma un po’ trascurato a livello di fama popolare, i due solisti hanno alle spalle una carriera di grande prestigio in contesti diversi ma convergenti: Paul Desmond, inutile ricordarlo, era una presenza fissa nel quartetto di Dave Brubeck, con cui non solo aveva conosciuto una fama mondiale ma aveva anche composto un classico imperituro come Take Five, riuscendo anche a far vendere più di un milione di copie del 45 giri in un’epoca ormai dominata a livello giovanile dal rock’n’roll (detto per inciso, Desmond non guadagnò nulla da questo tema perché destinò tutti i diritti alla Croce Rossa Internazionale), mentre Gerry Mulligan, solista ma anche arrangiatore di prim’ordine, aveva giusto dieci anni prima conquistato il successo popolare col celeberrimo quartetto senza pianoforte che prevedeva prima il trombettista Chet Baker, poi il trombonista a pistoni Bob Brookmeyer, riuscendo nel piccolo miracolo di rendere appetibile al grande pubblico una formula in apparenza semplice ma in realtà con un notevole grado di complessità.
Abbiamo qui pertanto due concezioni in apparenza non conciliabili: da una parte Desmond solista puro, abituato ad incastonare le sue fluenti invenzioni melodiche in un contesto sempre riconoscibile brano dopo brano, dall’altra Mulligan che pensa sempre da arrangiatore, in quanto – fin dai tempi della Tuba Band con Miles Davis – inserisce le sue improvvisazioni in un contesto sempre ricco di trovate formali in grado anche di spiazzare chi ascolta mantenendo sempre alto l’interesse, non disdegnando anche citazioni umoristicamente beffarde come quando, nella versione in sestetto di Bernie’s Tune inserisce nella riesposizione finale una citazione dalla celebre Marcia dei Gladiatori (quando nel 1956 il sestetto si esibì in Italia ed apparve alla televisione, mio padre Angelo li ascoltò per puro caso e anni dopo riconobbe ancora la citazione quando gli feci sentire la versione originale). Oltre a questo esisteva anche un problema di natura storica: già da tempo – come aveva benissimo spiegato già nel 1979 Marcello Piras – l’immagine corrente del jazz era quella derivata dal bop, e segnatamente dalla cultura della jam session, per cui gli unici schemi formali ammissibili e concepibili sono quelli di blues e canzone, quelli insomma alla base del repertorio nelle serate da club.
Poco importa, aggiungiamo noi, che nel 1962 fossero già apparse opere discografiche nelle quali gli schemi suesposti erano negati o profondamente rielaborati, e pensiamo a Charles Mingus, Ornette Coleman, John Coltrane, Eric Dolphy, John Lewis, il Davismodale, per fare solo qualche esempio, perché nell’immaginario comune quelli erano gli unici stampi formali nel quale fosse possibile, ed anche comodo, riconoscersi. A ciò aggiungiamo un fattore ancora più condizionante e preoccupante: nella didattica del jazz quegli schemi divennero e tuttora purtroppo spesso rimangono gli unici insegnati, come testimoniato da un libro destinato purtroppo a fare scuola, “Improvvisazione Jazz” di Jerry Coker, la cui edizione italiana del 1983 fu recensita dal citato Piras su Musica Jazz con una implacabile disamina le cui conseguenze si rivelarono molto fruttifere nei decenni successivi. Per tornare a “Two Of A Mind” e ai suoi protagonisti, va anche ricordato come entrambi fossero figli dell’epoca delle grandi orchestre, nelle quali il repertorio di blues e canzoni era predominante – fatti salvi geni unici come Duke Ellington – e quindi era diventato una sorta di seconda pelle per loro e per il loro pubblico, fatto questo destinato ad informare di sé tutto il lavoro.
Su sei brani incisi quattro infatti sono standard, per giunta notissimi, ossia All The Things You Are, Stardust, The Way You Look Tonight, Out Of Nowhere, in quest’ordine, inframmezzati, dopo Stardust, da due composizioni originali, quella che dà il titolo al disco e Blight Of The Fumble Bee. Ci fermiamo un attimo su questo brano, un blues introdotto da una frase sicuramente scritta da Mulligan, perché le accurate note di copertina firmate dal, produttore George Avakian – note che purtroppo la ristampa in CD costringe a leggere con la lente d’ingrandimento perché si è conservata l’impaginazione originale – attribuiscono il curioso titolo, un gioco di parole su Flight Of The Bumble Bee, ossia Il Volo del Calabrone, nientedimeno che a Judy Holliday, la star di Hollywood e Broadway con cui Mulligan si vedeva all’epoca, la quale era espertissima di giochi di parole ed altri problemi enigmistici, oltre ad essere una persona di vibratile e complessa sensibilità come la descrive bene Max Gordon nel suo libro di memorie “Dal Vivo Al Vanguard” (1994). Fra l’altro Judy in questo periodo aveva pensato di registrare un album di canzoni con arrangiamenti appunto di Mulligan, ma la lavorazione – come ricorda Bill Crow, bassista in quella data, nella sua autobiografia “From Birdland To Broadway” (1992) – non fu priva di difficoltà e la musica restò inedita, tornando alla luce per iniziativa di Mulligan solo nel 1980.
Il procedimento usato dai due solisti è ben descritto da Stefano Zenni nel suo libro “I Segreti del Jazz” (2007), quando parlando del primo brano in scaletta dice “il tema di All The Things You Are è evocato solo dall’intervallo iniziale, un salto di quarta ascendente, che viene trasportato da Desmond lungo tutte le modulazioni della canzone; e mentre il sax alto porta a spasso quell’intervallo, Mulligan gli risponde con una quinta discendente, un contrappunto per moto contrario attraverso il quale fa emergere l’armonia soggiacente”. La parola chiave qui è “evocato”: l’esposizione di Desmond prosciuga infatti il tema originale, composto di progressioni di frasi tutte aperte da una quarta ascendente, quasi che si volesse quintessenziare il rapinoso tema di Jerome Kern in una sorta di stenogramma, al quale come si è visto Mulligan applica la sua scienza di compositore-improvvisatore. Qui come negli altri tre standard i due avventurosi solisti paiono avere stipulato una sorta di patto con chi ascolta, in base al quale non è più nemmeno necessario esporre passo passo il tema, ormai diventato parte integrante della memoria collettiva, e gli acquirenti del disco devono integrare mentalmente anche il giro armonico, diventato una sorta di fondale metabolizzato su cui stendere le proprie invenzioni, non senza piccole gustose sorprese come il finale a due voci, impeccabilmente eseguito e certo inventato da Mulligan.
Passando al successivo Stardust, il procedimento è ancora più radicalizzato, perché la strafamosa melodia, legata al ricordo di clarinettisti come Benny Goodman e Artie Shaw, è parafrasata nell’esposizione tematica al punto da essere quasi irriconoscibile, non fosse per qualche frammento galleggiante qua e là, quasi che i due si divertissero a sabotare il tema con un procedimento non troppo dissimile da quello che avremmo potuto ritrovare nell’avanguardia contemporanea (penso a Ornette Coleman che riprende Embraceable You, ma anche alla futura produzione di Anthony Braxton, fan dichiarato di Desmond e Brubeck, come dire che i geni si fanno sempre buona compagnia). The Way You Look Tonight è forse la pagina più strabiliante di tutto il disco, e anche qui si direbbe che i due si divertano a scomporre il sinuoso melodismo così tipico di Jerome Kern, come evidenziato ad esempio dalla fascinosa versione per Capitol dei Lettermen, e a centrifugarlo in un’improvvisazione nella quale si fondono senza scarti passato e futuro prossimo, con un uso estremamente creativo della sovraincisione, grazie alla quale negli ultimi due chorus Desmond aggiunge una terza parte improvvisata, elevando il tono della registrazione a livelli stratosferici e dimostrando una magnifica esplorazione delle possibilità dello studio come già Louis Armstrong aveva rivelato essere compatibile con la creatività nelle sue incisioni Decca e soprattutto Columbia (guarda caso, il produttore di queste ultime, George Avakian, è lo stesso di questo disco).
Out Of Nowhere si apre con un dialogo filiforme fra i due solisti, che parrebbe semiimprovvisato ma che comunque rivela ancora la mano di Mulligan, per poi dipanarsi un’altra volta usando il procedimento ormai familiare, di usare cioè lo standard solo come modello sullo sfondo, portando alle estreme conseguenze quanto si era già visto nel bop storico, ad esempio in Charlie Parker. Dei due brani originali, quello che dà il titolo è una cavalcata solistica su un giro armonico non facilmente identificabile ma che sembra l’ennesima parafrasi di I Got Rhythm, con riferimenti ad altri giri che saltano fuori a sorpresa, come un’associazione mnemonica sul tipo di quelle studiate nelle neuroscienze, mentre il blues di cui sopra col titolo inventato da Judy Holliday è il brano più “normale”, diciamo così, consistendo dopo l’inizio citato in scorribande creative lungo il familiare percorso delle dodici battute, non escludendo piccoli azzeccati tocchi di arrangiamento come lasciare scoperta la sezione ritmica – sempre contrabbasso e batteria in tutto il disco, affidati a vari esecutori – per un paio di chorus, in modo da dare aria alla tessitura. Nel suo complesso “Two Of A Mind” è un capolavoro da riscoprire, destinato ad interessare i fan più anziani perché vi ritrovano brani con cui sono cresciuti e i fan più giovani perché il procedimento creativo è davvero intrigante; come sempre avviene con altri geni – pensiamo a Ellington, Hawkins, Roach – l’assorbire il passato diventa la garanzia per creare il futuro senza cadere in vaniloqui.

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