Patto: “Monkey’s Bum” (1973) – di Maurizio Pupi Bracali

Una vita travagliata quella di “Monkey’s Bum” (1973), misterioso quarto album dei grandissimi Patto a cominciare dal fatto di essere stato registrato nel 1973 e pubblicato ufficialmente nel 2002 dall’etichetta Akarma, prescindendo dalle scadenti versioni bootleg che comunque in quei ventinove anni di attesa sono passate tra le mani degli appassionati della band. Cosa succede quindi in occasione della registrazione di quel disco? Muff Winwood (fratello del più noto Steve), affermato produttore e curatore dei primi tre imprescindibili album del micidiale quartetto inglese, è stanco di lavorare con una band dal suono inconfondibile, dotata di una creatività di rara intensità e dalla tecnica strumentale prodigiosa che però non ha mai visto aprirsi le porte del successo commerciale. Anche Mike Patto, straordinario cantante e co-autore insieme al chitarrista prodigio Ollie Halsall, la pensa allo stesso modo e i due decidono quindi per una svolta rivolta a un suono più facile e accessibile
Non la pensano però così il già citato, duro e puro, Ollie Halsall e neppure i due ritmi pirotecnici che rispondono ai nomi di Clive Griffiths (basso) e John Halsey (batteria) e quindi nascono i contrasti: per la prima volta la parte compositiva principale è affidata a Mike Patto che gigioneggia tra trascurabili richiami pop (I Need You, Sugar Cube 1967, Sausages), ballatone sentimentali (Good Friend) e tentativi di blues’n’roll e moderati soul quali Get Up And Do It, o Pick Up The Phone. Lo strumento che domina nel disco non è più la chitarra fiammeggiante di Ollie ma il piano elettrico suonato dallo stesso Patto, quasi sempre martellante in stile honky tonky. Halsall è demotivato, si sente trascurato, non condivide le scelte di Mike Patto e del produttore e in alcuni brani si rifiuta persino di produrre i suoi scintillanti assoli di chitarra non sentendosi abbastanza coinvolto, sostituito curiosamente dal sax di Mel “prezzemolino” Collins (e che ci azzecca coi Patto?) che in quegli anni, oltre a essere un King Crimson (come ancora oggi, d’altronde) suona praticamente nei dischi di chiunque. 
Però non tutto è perduto in questo poco riuscito album: Ollie Halsall co-firma solo tre canzoni su dieci e non per essere di parte (chi conosce lo scrivente sa della sua devozione per Mr. Halsall) ma sono oggettivamente di gran lunga le migliori: My Days Are Numbered, che apre il disco, ripropone, anche con un minimo e delizioso assolo di chitarra, echi e atmosfere dei primi e grandiosi Patto e fa ben sperare per il proseguo dell’ascolto che verrà invece vanificato da quanto già abbiamo ampiamente scritto. Dal primo brano si arriva invece all’ultimo, quel General Custer che ancora una volta mette in luce doti strumentali e compositive del chitarrista mancino, anche se il capolavoro sta nel mezzo: Hedyob da sola vale l’acquisto dell’intero album; nei cinque minuti di canzone la seconda metà è appannaggio (finalmente!) di Halsall che si prodiga in un assolo stratosferico dove, su una base rock dei due ritmi scatenati, inanella scale jazz viaggiando a velocità supersonica sul manico della chitarra, in una progressione furiosa e quasi incazzata (probabilmente lo era) di estrema qualità. C’è spazio ancora per un brano che purtroppo torna alla mediocrità: The Dream I Had Last Night è una brevissima (1:50) cover di Randy Newman, all’epoca punto di riferimento di Mike Patto che, da fan sfegatato, affermava quanto avrebbe voluto assomigliargli. Il destino beffardo e una malattia che portò alla precoce morte del Cantante (preceduta da quella di Ollie Halsall per overdose di eroina) impediscono di farci sapere se ci sarebbe riuscito.

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