Patti Smith live al “Medimex 2019” di Taranto – di Ilario Galati

9 giugno 2019. L’ha definita una “trasforming city”, una comunità che reagisce alle complessità del presente attraverso la forza che può nascere dall’unione e dalla volontà di cambiare. Patti Smith, questo 9 giugno a Taranto per chiudere l’edizione 2019 del Medimex, ha voluto immergersi nella città e nelle sue contraddizioni: ha incontrato il pubblico all’Università, ha attraversato la Città Vecchia, ha parlato con le persone che incontrava. Da sempre calata nella realtà che la circonda e ben poco incline ai capricci delle rockstar, Patricia Lee Smith, classe 1946, è una delle icone più autentiche del movimento punk americano, di cui anticipò attitudine e pose. A differenza di artisti coevi, la sua spinta metaletteraria l’ha portata nel tempo a entrare in contatto con mondi trasversali al magma punk e new wave nel quale originariamente sguazzava. La singolarità del suo modo di essere fa si che ancora oggi Patti marchi una distanza siderale rispetto ad altri dinosauri del rock’n’roll e, l’impressione che calcasse il palco di Taranto con motivazioni ben più profonde di quelle che animano la semplice tappa di un tour, era tangibile. Fin qui la cronaca giornalistica. Ma mi si conceda qualche nota biografica. Patti per me è stata un amore di gioventù. Ne fui fulminato da ragazzino, all’inizio degli anni 90, dopo aver visto per la prima volta la sigla di Fuori Orario. Enrico Ghezzi (sempre sia lodato) pensò bene di usare le immagini de “L’Atalante” (1936) di Jean Vigo sotto le note della celeberrima (ma non per me a quei tempi) Because The Night. Quei pochi minuti di girato, assemblati alle note di quell’inno per gli amanti della notte, scritto a quattro mani con Bruce Sprengsteen, furono capaci di corrompere un quindicenne desideroso di ben altro rispetto a quello che le radio passavano al tempo. Nel 1996, dopo una lunga pausa necessaria per metabolizzare una serie di lutti che ne avevano stravolto l’esistenza, Patti Smith tornò con un disco, “Gone Again” (Arista Records 1996), e con il conseguente tour che percorse anche l’Italia. Decisi dunque di affrontare un bel po’ di chilometri per assistere ad un suo concerto. Fu folgorante, sincera, energica. Coronai un sogno. La rividi ancora un paio di volte: show sempre entusiasmanti, ma nel frattempo altra musica mi aveva rapito e cominciai a nutrire sospetti nei confronti dei grandi vecchi”. Avevo, come ho tuttora, la percezione che le celebrazioni delle rockstar anziane sottraessero linfa vitale (e risorse) alla musica contemporanea e che accelerassero quella “fine del rock” tanto temuta (dal mio punto di vista già avvenuta: i diciottenni di oggi sono la prima generazione cresciuta senza quella mitologia). Questo per dire che, al concerto di Taranto, la mia città, mi sono avvicinato con un certo distacco. Era un appuntamento da non bucare, naturalmente, ma non di quelli che avrebbero travolto l’esistenza dei partecipanti. Del resto, questo 2019, non assomiglia nemmeno un po’ a quel 1975, e la rotonda del Lungomare di Taranto, anche usando molta fantasia, non può essere considerata una succursale all’aperto del mitico GBCB di New York. Detto ciò, il concerto è stato bellissimo e Patti magnetica. Non vorrei dilungarmi troppo sull’esecuzione, sul sound, sui musicisti: immagino possiate leggerne altrove. Vorrei semmai sottolineare quella percezione per cui, di fronte al “Mar Grande”, il 9 giugno 2019 si sia consumato un momento davvero speciale in cui l’Artista, i suoi musicisti e una città intera abbiano vibrato insieme per un’ora e mezza. All’inizio del concerto, come spesso accade in piazza, molti chiacchieravano incuranti di ciò che avveniva sul palco. Dopo poco, segnatamente all’esecuzione di Ghost Dance, quel mantra acustico tratto da “Easter” (Arista Records 1978), è avvenuta la magia… ed è proseguita sino al bis. In mezzo, un siparietto dedicato al fido Lenny Kaye, chitarrista, scrittore e produttore: ricorderete “Nuggets” (titolo completo “Nuggets: Original Artyfacts from the First Psychedelic Era 1965-1968”, pubblicato dalla Elektra nel 1972), la celebre raccolta dedicata al primo frangente della musica psichedelica americana. Kaye si è preso la scena e, tra le altre cose, ha riproposto People Who Died del sempre troppo poco osannato poeta punk Jim Carroll e che, per il sottoscritto, è stata un cazzottone in pieno viso, un piccolo grande shock. Siparietto che è servito a Patti per rifiatare in vista del gran finale, quando ha snocciolato una dopo l’altra Pissing In A River, Dancing Barefoot, Because The Night e Gloria. Travolgente. Tra un pezzo e l’altro, poi, parole sentite e non banali su cambiamento, libertà, difesa di tutto ciò che amiamo e che è costantemente minacciato. A conclusione due bis: lo standard Can’t Help Falling In Love e quella People Have The Power che, al tempo dei populismi, dei nazionalismi e degli egoismi, rischia di essere fraintesa, ma che se la ascoltate bene, è ancora oggi uno dei più credibili e sinceri inni alla fratellanza universale mai scritti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.