Patti Smith Group: “Radio Ethiopia” (1976) – di Flavia Giunta

“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un’artista”, canta un autore nostrano in uno spietato pezzo che prende di mira tutti gli stereotipi e le frasi fatte. Eppure, in base alla storia che stiamo per raccontare, questa affermazione potrebbe essere presa sul serio. É il 1976, e il Patti Smith Group ha fatto la sua comparsa sotto le luci della ribalta della scena musicale newyorkese da meno di un anno, con l’acclamato “Horses”. Qualcosa che era cominciato come una lettura di brani poetici accompagnata da accordi di chitarra aveva preso forma, ed era andata a costituire un progetto musicale che tracciò gli esordi di una new wave unica a modo suo, mischiata al rock, al punk, alla poesia, alla filosofia, alla trascendenza. Il sapiente contributo alla produzione del collega artista John Cale aveva portato il disco al quarantasettesimo posto della classifica statunitense Billboard 200. Adesso, per Patti Smith e i musicisti che la affiancavano, era arrivato il momento di dimostrarsi all’altezza delle aspettative del pubblico con i nuovi brani: e questo poteva significare continuare sulla stessa linea tracciata con il primo album, o stravolgerla. Chi conosce la “Sacerdotessa del rock” capirà facilmente su quale delle due opzioni ricadde la scelta. Anche per questo motivo venne selezionato stavolta, come produttore, un personaggio diametralmente opposto a Cale: non più un musicista ma un tecnico del suono, quel Jack Douglas che aveva collaborato con John Lennon, New York Dolls e Alice Cooper. I brani scelti per il disco facevano già parte, in molti casi, della scaletta dei concerti live della band. Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per creare qualcosa di più forte, di più marcatamente rock rispetto a “Horses”, senza perdere tuttavia quell’impronta elegiaca e recitativa che avrebbe costituito la firma di Patti in tutte le sue opere. Sarebbe però errato pensare che, dietro ai brani di “Radio Ethiopia”, ci sia unicamente la mano di Patricia Lee Smith: è vero che i testi vennero fuori dalla sua penna, ma a rendere belle le canzoni fu l’azione congiunta dei membri del gruppo: i chitarristi/bassisti Lenny Kaye e Ivan Kral che molto spesso furono coautori dei brani insieme a Patti, il percussionista Jay Dee Daugherty, il pianista Richard Sohl. Fu l’armonia della loro collaborazione a mantenere e amalgamare il tutto; nessuno spiccava sopra gli altri, ognuno contribuiva al risultato finale in un modo del tutto personale. É innegabile, comunque, il ruolo della voce di Patti Smith nel rendere il prodotto unico e riconoscibile; una voce inconfondibile, di cuore, quasi sgradevole, diretta, che mette l’anima a nudo. Veniamo all’album. Il titolo deriva dalla traccia più delirante, sperimentale e complessa del disco (e, forse, dell’intera produzione della band); una sequenza caotica di riff, parole, urla, emozioni, apparentemente senza senso ma in realtà dotata di una struttura che si rivela solo dopo diversi ascolti. Perché proprio l’Etiopia? Patti aveva amato Arthur Rimbaud fin dal giorno in cui, pochi anni prima, lo vide fissarla dalla copertina di una consunta edizione delle “Illuminazioni”, in una piccola edicola della New York nella quale era appena migrata come un uccello in fuga, senza soldi e con la prospettiva di vivere da artista di strada. Quello sguardo folgorò Patti, tanto che decise sul momento di rubare quella copia dall’edicola. Ciò che lesse cambiò la sua vita. L’Etiopia, o per meglio dire l’Abissinia, era stata la vera patria del grande Poeta il quale, nonostante vi avesse trascorso appena due anni, sognò di tornarci per tutto il resto della sua vita, durante la malattia che lo costrinse a tornare in  Francia.. .ma non vi fece mai più ritorno. Patti, in “Radio Ethiopia”, ci conduce nello stato mentale di Rimbaud che dalla sua barella vorrebbe tornare al luogo in cui commerciò caffè e armi; il luogo in cui divenne il migliore amico di Ras Maconnèn Uoldemicaèl (padre del futuro NegusHailé Selassié, l’imperatore scelto per volere divino), dove nacque il rastafarianesimo, dove la marijuana viene vista come un sacramento. Il brano appena descritto – di cui Abyssinia rappresenta una sorta di coda – può definirsi il cuore pulsante dell’opera, ma non avrebbe ragione di esistere senza le canzoni che vi si sono ramificate attorno come delle arterie. Ask the Angels, con il suo riff di chitarra introduttivo decisamente rock ‘n’ roll, è quella che apre l’album facendo capire immediatamente la nuova direzione musicale intrapresa dal gruppo. Un rock meno disperato ma altrettanto coinvolgente è quello di Pumping (My Heart); entrambi i pezzi sono a firma Smith-Kral e possono venire considerati i più radio-friendly del disco. Vi sono poi Poppies, una poesia brutale che termina con un intenso recitativo, e la piacevole Distant Fingers, frutto di una collaborazione con Allen Lanier ma, la vetta, a nostro parere, viene raggiunta con Ain’t It Strange e Pissing in a River. La prima è una sorta di flusso di coscienza, un dub in continuo crescendo, zoppicante, che man mano acquista forza e, avvolgendosi su se stesso, guida l’ascoltatore verso una catarsi che si risolve nel finale urlato. La seconda rappresenta la più sentita dichiarazione d’amore che si possa fare all’inizio di una relazione. Patti la scrisse riferendosi a Fred “Sonic” Smith della Sonic Rendezvous Band, che aveva conosciuto da poco ma che già sapeva che avrebbe amato immensamente. In essa riversò tutte le insicurezze che provava, essendo già passata da una storia con un uomo sposato. Il risultato è un’elegia splendida, accorata, dolce ma possente, tuttora un classico presente nelle scalette dei concerti dell’Artista. L’accoglienza riservata dal pubblico a questo disco non fu proprio delle migliori, nonostante in fin dei conti fosse ben riuscito. Probabilmente ci si aspettava qualcosa sulla falsariga di “Horses”, mentre quello che venne fuori era un aspetto ancora diverso della produzione del gruppo e dell’interiorità di Patti, qualcosa che si sarebbe ulteriormente sviluppato nelle produzioni successive. Come quasi tutti i buoni album, anche questo ha avuto bisogno di “stagionare” per venire apprezzato. Non era ancora niente rispetto a ciò che sarebbe venuto dopo e, del resto, se un artista dovesse pensare soltanto a non deludere nessuno, cambierebbe mestiere.

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