Parking Lots: “Parking Wizards” (2017) Intervista alla Band – di La Firma Cangiante

Appiccicare etichette agli album è spesso una soluzione semplicistica e “di comodo”, utile forse più a noi che scriviamo di musica che non alla nobile causa della diffusione di quei sound che riteniamo realmente validi, la suddetta pratica inoltre potrebbe rivelarsi fallace o quantomeno limitante in più di un caso. Il discorso può ritenersi valido proprio per questo “Parking Wizards” (2017), esordio nel full-lenght dei toscani Parking Lots, album preceduto dall’ep “Sex of the submarines” del 2012. Non è facile tracciare una direzione univoca seguendo la strada percorsa dalla Band, “Parking Wizards” è un calderone coerente di influenze e rimandi disparati che attraggono l’ago della bussola in direzione dei paesi anglosassoni ma che non è possibile circoscrivere a singoli termini quali shoegaze o a correnti musicali come il dream pop o l’indie rock. Dentro questo disco c’è forse un poco di tutto questo ma c’è anche altro, e come non è possibile ricondurre tutto a un genere, non è nemmeno possibile ricondurre tutto a un’epoca, si percepisce tra le tracce dell’album un sound derivante da diverso rock degli anni 90 ma non mancano echi più vicini alla psichedelia degli anni 60, così come influenze derivanti da grandi band attive nei decenni successivi. Diversi di questi input sono rintracciabili già nel primo singolo e brano d’apertura del disco, Big reaction, ottima scelta per presentare il lavoro, probabilmente il brano più significativo dell’intero disco. Il pezzo denota una maturità compositiva già piena, la voce di Antonio De Sortis è calda e avvolgente, oltre ai già accennati richiami al rock dell’ultimo decennio del secolo scorso, sembra si avvertano vicinanze ai Dire Straits di Knopfler e qualche accenno ai primi U2, il testo è enigmatico, ermetico, derivante da un tipo di costruzione più britannica che nostrana e non solo per l’uso dell’inglese; utilizzata al meglio la batteria di Francesco Borselli, calibrata alla perfezione all’interno di un brano di ottimo impatto. La successiva Speak vive di un bel contrasto luce/buio dettato dall’intro oscura del basso di Alberto Mariotti e dalla vivacità delle chitarre: un bel brano graziato anche dal raddoppio vocale. Con Lamb in the mirror esce allo scoperto quella che è una seconda anima dei Parking Lots, legata ai brani scritti e cantati da Alessio Pangos (più intimisti) e dalle tematiche più universali, in qualche modo un’anima meno crepuscolare seppur velata da un tocco di malinconia. La psichedelia arriva con Tibet, sia nella costruzione musicale e nel cantato più acido che nel testo del brano: la derivazione è classica, si evince un uso sapiente degli strumenti, una giusta misura nella dilatazione dei tempi, la capacità di mischiare tradizione e attualità con soluzioni giustamente lisergiche care al prog e allo psych rock dei decenni passati. Con l’attacco di A night in the woods sembra per un attimo di tornare tra i boschi di Twin Peaks per poi trovarsi subito catapultati in atmosfere meno inquiete, più consone al pop dei sixties grazie a sensazioni che risultano familiari ma alle quali non è facile dare nell’immediato forma e corpo. Segue Camel skin, altro brano piacevole, in cui si evince un impegno notevole e non scontato per un esordio, anche nel lavoro fatto sull’uso e sulla pronuncia della lingua inglese. So many cigarettes è probabilmente il pezzo più sentimentale del disco, malinconico; esce qui molto bene la dolcezza della voce di Alessio Pangos: altro episodio molto piacevole prima della chiusura autocitazionista di The story of Parking Lots, brano nel quale si apre un immaginario tutto da esplorare. Tanta roba ma ben dosata e amalgamata. Ci sono impegno e capacità in questo “Parking Wizards” e siamo curiosi di vedere cosa ci proporranno in futuro questi maghi del parcheggio.

Antonio De Sortis: voce e chitarra. Alessio Pangos: voce e chitarra. 
Francesco Bobi Borselli: batteria. Alberto Mariotti: voce e basso.

01  Big reaction. 02  Speak. 03  Lamb in the mirror. 04  Tibet. 05  A night in the woods.
06  Camel skin. 07  So many cigarettes. 08  The story of Parking Lots.

Ciao ragazzi, solitamente con la prima domanda di un’intervista a tema musicale si chiede alla band di presentarsi. Anticipando un poco l’argomento, diciamo che ci troviamo a chiacchierare con Antonio De Sortis (voce e chitarra), Alessio Pangos (voce e chitarra), Francesco Borselli (batteria) e Alberto Mariotti (voce e basso), in arte e tutti insieme i Parking Lots. Potete dirci da quanto tempo suonate insieme, quanti anni avete (e qui ci farete molta invidia) e da quali esperienze musicali arrivate prima dell’uscita di “Parking Wizards”? Sentitevi liberi di completare la domanda con tutte le informazioni che vi sembrano più significative.
Francesco: Ciao a tutti. Nessuna invidia direi, siamo tutti non più giovanissimi, fra i trenta e i trentacinque, salvo Antonio, che non a caso continuiamo a trattare come un pischello malgrado sia ormai già un ometto fatto e finito (è del 1990). I Parking Lots si sono formati nel 2011, con Davide Fazio al posto di Alberto al basso, che gli è poi subentrato nel 2013. L’unico di noi a uscire con un’etichetta prima di “Parking Wizards” è Alberto, che qualcuno di voi già conoscerà sotto i moniker Samuel Katarro o King of the Opera. Tutti abbiamo cominciato a esibirci in gruppi vari fin dal liceo: Antonio suonando Psych in Basilicata, Alessio ed io rispettivamente Brit pop e Post-rock, entrambi a Firenze.
Parliamo del disco e partiamo dal brano che avete scelto sia come singolo che come opener dell’album: Big reaction. Intanto vi facciamo i complimenti sia per il pezzo che denota una maturità compositiva di tutto rispetto, sia per la buona riuscita del video realizzato con una certa professionalità; a volte guardando i video di artisti italiani, anche di chiara fama, viene da mettersi le mani nei capelli (per non dire altro), voi ve la siete cavata bene. Quanto e come siete stati coinvolti nella realizzazione del video diretto da Silvia Dal Dosso? Se non erro il protagonista è Francesco, giusto? E ora la parte più difficile della domanda, sappiamo che i figli sono tutti piezz ‘e core come si dice a Napoli, ma voi come mai avete scelto proprio Big reaction come primo singolo, cosa pensate che abbia in più o di diverso dagli altri pezzi dell’album.

Francesco: Innanzi tutto grazie mille per i complimenti. Per quanto riguarda la scelta di Big Reaction, in realtà non è stata immediata, perché avevamo due o tre pezzi papabili come primo singolo, anche secondo i tipi di Coypu, la nostra etichetta. Inoltre non è frequentissimo uscire con una ballad, ma alla fine è un pezzo che ci mette davvero tutti d’accordo (risultato non banale), nonché uno di quelli di cui siamo più soddisfatti come riuscita a livello di registrazione e produzione. Venendo al video, in realtà il protagonista non sono io, ma Giorgio Kioussis – non ti preoccupare, più di una volta siamo stati presi per fratelli – . Per la realizzazione abbiamo pensato subito a Silvia, che oltre a essere una professionista riconosciuta e una cara amica è dotata di una sensibilità che pensavamo si potesse sposare bene con le atmosfere che volevamo evocare. Alla fine ha fatto praticamente tutto da sola – regia, riprese, scene, montaggio – girando in tre notti, e il risultato è andato oltre le aspettative (che erano comunque, conoscendola, già alte). Davvero bravissima.
Curiosando tra i comunicati stampa legati all’uscita di “Parking Wizards” ho visto che si parla di shoegaze, influenze anni 90, indie rock… tutte cose che ci possono stare, forse un tantino limitanti. Ascoltando Big Reaction, ad esempio, a me sono tornate alla mente anche cose più datate e band note come Dire Straits e U2: Knopfler in particolare. Cosa c’è davvero dietro il vostro sound? Avete qualche punto di riferimento imprescindibile che magari noi, da ascoltatori, non abbiamo colto?

Antonio: In effetti al sound anni 90 siamo approdati col tempo, dopo un po’ che suonavamo insieme, credo ci descriva bene come band, più che individualmente. È una cifra che ci accomuna sul piano anagrafico, deriva da ascolti molto vari, sia USA che UK, dipende. Sono d’accordo quando dici che nel disco risaltano altre cose, precedenti o successive agli anni 90. Ad esempio io amo molto un certo tipo di cantato 70s, quindi è possibile che gli echi dei Dire Straits – che non sono un mio ascolto frequente – siano finiti nei pezzi filtrati da Dylan, a cui Knopfler deve molto, come tutta l’umanità, del resto. Poi in “Parking Wizards” abbiamo provato varie altre strade. Non so dirti degli U2, sicuramente altre band a loro più o meno coeve: mi vengono in mente i R.E.M, i Mission of Burma, i Jesus and Mary Chain, gli Stone Roses, la scena Paisley Underground. Poi c’è un discorso sul folk che faccio fatica a riportarti ma che ha avuto un ruolo molto importante nella prima fase della band. Non so dove sia andato a finire, è possibile che echeggi da qualche parte anche qui in “Parking Wizards”.
Altro aspetto direi fondamentale. Voi che siete i maghi del parcheggio… ma a Firenze riuscite
a parcheggiare senza problemi? No perché qui a Torino da dove vi scrivo è abbastanza un casino.

Francesco: Firenze, come la maggior parte delle città e dei posti in generale, ha molte facce: è anche un vero inferno per vari aspetti, fra cui non possono essere certo esclusi il traffico e i parcheggi. Diventare abili nell’arte del parcheggio è in sostanza una necessità. Diventare parking wizards è questione di talento e dedizione.
Nonostante l’album abbia una personalità coesa e ben definita, mi sembra che si avvertano comunque le differenze tra le due anime dei Parking Lots. I brani scritti e cantati da Antonio mi sembrano più enigmatici, meno intelligibili e comunicano affidandosi maggiormente alla musica, i pezzi di Alessio presentano testi più chiari che esprimono temi universali e condivisi più immediati da raccogliere. Anche musicalmente si percepisce un approccio alla musica ovviamente con delle differenze. Pur scrivendo i brani separatamente, che tipo di lavoro avete fatto per rendere le tracce dell’album comunque coerenti tra di loro?

Antonio: Nel periodo in cui abbiamo scritto “Parking Wizards” il processo di scrittura era molto privato, ora le cose sono un po’ cambiate. All’epoca ognuno scriveva per conto proprio, agli altri veniva presentato solo il materiale adatto a un certo tipo di riassemblaggio, di norma si trattava di uno scheletro voce e chitarra. In questo senso ho sempre dovuto fare una scrematura, per arrivare al vaglio di tutti una canzone deve già avere i connotati dei Parking Lots che non saprei bene come indicarti. La regia a quel punto passa alla band. Ecco perché nel disco si avverte forse questa ibridazione calcolata ma anche una cifra molto individuale e più cantautorale. Io preferisco mantenere un po’ di tensione nei pezzi, non risolverli del tutto, e anche i testi risentono di questa tendenza all’allusione. Pangos (Alessio) ha una cifra più da crooner moderno, sussurra, ma scrive cose più assertive, spirituali in un certo senso. Si sente che è un fissato dei Verve, un malato di Verve direi.
Mi sembra che con l’inglese ce la caviamo bene, non è una cosa scontata per artisti italiani che decidono di esprimersi in un’altra lingua. La scelta è stata naturale o avete dovuto rifletterci sopra? Anche i testi li elaborate da subito in inglese?

Antonio: L’alternativa finora non si è mai posta. A prescindere dai nostri ascolti individuali, ci riteniamo una band derivativa. Deriviamo da molte cose e ci affiliamo a tante scuole diverse, ma sono tutte inglesi o americane. Io non so quanto bene me la cavi, ma Pangos (Alessio) ha vissuto e suonato a Londra, Bobi (Francesco) negli Stati Uniti, Alberto ha alle spalle vari dischi solisti di altissimo livello scritti sempre e solo in inglese. È il nostro mondo, musicalmente, la scelta è stata naturale.
Parliamo di immaginario. In un’intervista che ho recuperato in rete si parlava dell’immaginario dei luoghi altri, laterali, proprio come potrebbe essere un parcheggio, magari uno di quelli americani; l’idea della periferia che comunque diventa mito, e l’idea di riportarla anche qui da noi; bello il concetto “sarà pure un parcheggio, ma noi di quel parcheggio siamo i maghi, i re in qualche modo”. In fondo tutti apparteniamo a qualche luogo. Due cose. La prima: è un immaginario affascinante che viene sublimato spesso anche da altre forme d’arte, Cinema e Letteratura in primis. Legato a questo immaginario, cosa vi piace in quelle due arti? Fateci i nomi, vogliamo qualche titolo: film, autori, libri… La seconda: fatto salvo per Big reaction (influenzato forse anche dal video) e per l’artwork, ho faticato un po’ a trovare questo immaginario tra le tracce del disco, durante l’ascolto mi si aprivano immagini più legate alla natura, quasi in maniera istintiva, soprattutto nei pezzi di Alessio… è vero che tra chi la musica la scrive e chi la ascolta ci sono sensibilità diverse, diversi vissuti che possono portarci a interpretazioni differenti, forse però c’è qualcosa che non ho colto?

Francesco: In realtà la prima arte a cui abbiamo attinto quando abbiamo pensato al nome del gruppo è stata la musica: ci siamo accorti che i parking lots ricorrevano in una serie di canzoni stupende ma molto diverse fra loro: Jungleland di Springsteen, Heart of Darkness degli Sparklehorse, Grounded dei Pavement, per citarne solo tre. Nella letteratura a me personalmente viene in mente il secondo racconto de La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace, uno dei miei contemporanei preferiti. Se poi acconsentiamo a definire il drive-in come un parcheggio sui generis, allora includerei anche La sottile linea scura di Joe Lansdale. Di scene cinematografiche cult nei parcheggi in film che ci piacciono, invece, ce ne sono a bizzeffe: il combattimento fra Myagi e l’istruttore fanatico del Cobra Kai in Karate Kid II, la scena mozzafiato con la cover di Song to the Siren in Strade perdute di Lynch, l’ultima di McLovin e i poliziotti in Superbad (la migliore commedia high school americana mai realizzata),  De Niro che s’incazza e fa fuori Bridget  Fonda in Jackie Brown di Tarantino… per non parlare di Drive di Nicolas Winding Refn, che inizia con l’inseguimento fino al parcheggio dello Staples Center di Los Angeles e si conclude, con l’inevitabile duello finale, sempre in un parcheggio. Il massimo comune denominatore, a pensarci bene, sembrerebbe proprio il decadentismo dell’America dei grandi spazi e dei sogni infranti, un po’ desolato, un po’ white-trash.
Alessio: La natura è certamente una fonte di ispirazione primaria per me, ho sempre cercato di renderla una presenza costante ed effettivamente lo è, in ogni mio pezzo. Credo anche che certe suggestioni dall’immaginario country e folk più vicine alla natura siano un elemento legante dell’intero disco, non mi viene effettivamente in mente una sola canzone, mia o di Antonio, in cui non siano presenti, ad eccezione forse di Speak.
Viene il tempo di salutarci. Cosa state preparando per i prossimi mesi? Avete qualche appuntamento già fissato? Intanto vi ringrazio e vi saluto, sperando di avervi nuovamente da queste parti in un prossimo futuro. Ciao, alla prossima.

Antonio: Il disco è uscito da pochissimo e abbiamo appena iniziato a portarlo dal vivo. La data zero è stata al Tender di Firenze qualche giorno fa. Abbiamo già varie date nei prossimi due – tre mesi, e ne stiamo pianificando altre per anno nuovo. C’è una novità in cantiere per Natale, ma preferisco non anticipare nulla. Grazie mille della chiacchierata, un saluto alla redazione di Magazzini Inesistenti, see you at the crossroad which is actually a parking lot.
Chiudiamo l’intervista scusandoci con Francesco per averlo scambiato per Giorgio Kioussis e con Giorgio Kioussis per averlo scambiato per Francesco, facendo i complimenti ai ragazzi per i loro gusti su libri e cinema e promettendo di applicarci con la maggior dedizione possibile per diventare anche noi maghi del parcheggio nelle varie città in cui risiedono i redattori di Magazzini Inesistenti. Alla prossima.

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