Paolo Sorrentino: “La Grande Bellezza” (2013) – di Dario Lopez

Dopo l’uscita de “La grande bellezza” e ancor di più dopo la sua vittoria agli Oscar come miglior film straniero, non si è fatto altro che parlare del lavoro di Paolo Sorrentino: forma e contenuto, politico o non politico, virtuosismi di camera e orpelli simbolici, decadentismo e compiacimento dello sfacelo, citazionismo e noia… e chi più ne ha più ne metta. Personalmente vorrei cominciare da Toni Servillo: sarà pure banale, ma è o non è il miglior attore italiano vivente e, senza voler abusare dell’assoluto, uno dei migliori attori italiani di tutti i tempi? Perché a me sembra che tutte le volte che Jep Gambardella, per gentile intercessione di Servillo, apra la bocca per dire qualcosa, si conceda un’occhiata, faccia una smorfia o formuli un pensiero, ci sia sempre qualcosa da cogliere: un’arguzia, un concetto, uno stato d’animo… e che tutte queste cose non siano solo scaturite dalla scrittura, seppur validissima, ma che in qualche modo senza Servillo non sarebbero state proprio le stesse e che a conti fatti questo Jep Gambardella sia uno dei personaggi meglio riusciti che mi sia capitato di vedere nel Cinema degli ultimi anni. Ovviamente la domanda un poco retorica lo è… non è che Toni Servillo lo stia scoprendo io adesso, tra l’altro pure con anni di ritardo sull’uscita in sala del film. Il fatto che sia il miglior attore italiano di questi anni lo sanno tutti, sicuramente lo sa Sorrentino che in maniera intelligente non si fa scappare l’occasione di scritturarlo. Mi faceva solamente piacere partire da qui per una volta e non da Sorrentino, in ogni caso autore sicuramente ingombrante e capace di uscire dai noti binari del Cinema italiano di questi ultimi tempi. Le reazioni della critica a “La grande bellezza” sono state all’unanimità positive per quel che riguarda la stampa estera… non così qui in Italia. È pur vero che nessuno è profeta in patria, seppure nemmeno i detrattori si sognerebbero di negare l’importanza di Sorrentino per il nostro Cinema recente, “La grande bellezza” è stato da noi equamente elogiato e contrastato. Ammettendo che le opinioni sulle arti possano essere sempre soggettive, davvero non capisco come si possa non considerare questo un grande film, per tutta una serie di motivi ma, soprattutto, per quei contenuti che da molti sono stati considerati vacui (appunto), inconcludenti, noiosi (o addirittura boriosi) e finanche rei di mettere in cattiva luce la situazione italiana e degli italiani… cosa che mi sembra una vera follia, come se fosse necessario un film per rendere negativa all’estero la visione di un’Italia attuale palesemente in ginocchio. Più che un film politico, e se vogliamo in qualche modo “La grande bellezza” politico lo è, pur rimanendo distante da figure e ambienti della politica, il film di Sorrentino mi ha dato l’impressione di essere profondamente privato: qualcuno obietterà che il privato è politico, e anche questa osservazione la si può accettare… ma è il percorso che porta Jep Gambardella alla presa di coscienza definitiva di un’esistenza ormai quasi completamente trascorsa e vuota ad essere il nodo più interessante di un film all’interno del quale il protagonista è mattatore irresistibile, una consapevolezza maturata in seguito a diverse esperienze che coinvolgono la caducità dell’uomo (e della donna) e al contatto con quella grande bellezza che in fin dei conti non è data da una Roma che seppur splendida si dimostra in ultima analisi deludente, né tanto meno da una mondanità che si rivela priva di contenuti e di importanza alcuna. Sprazzi di questa bellezza Gambardella li trova in elementi che sono ormai estranei alla sua vita fatta di feste, happening presunti intellettuali, riflessioni e scritti su una mondanità autoriferita e inconcludente; sprazzi di questa bellezza si trovano ormai solo nel ricordo di un’antico amore, l’unico, ormai sbiadito nel tempo, nelle vite di persone agli antipodi di quella del protagonista, nella sofferenza e nella morte che funge da catalizzatore per una nuova visione. Nelle parole di una Santa; forse allora ancora c’è speranza. “La grande bellezza” è un film intriso di malinconia, nonostante l’immaginario messo in scena da Sorrentino sia oltremodo sontuoso e il carnevale di personaggi grotteschi e sopra le righe molto spesso divertente, le sortite di Gambardella nell’alta società romana spesso si traducono in un qualcosa di irragionevole ed effimero che spesso muove al riso e… come potrebbe essere altrimenti? La cadenza napoletana di un Servillo inarrivabile dona ulteriore musicalità alle frasi irresistibili, anche quando dure, di un personaggio meraviglioso contornato da un circo di freaks normalizzati: il commerciante di successo che incede a forza di “te chiavasse”, la nobildonna intellettuale di sinistra che difende i suoi sforzi e il suo impegno in ogni aspetto di una vita peraltro comodissima, la madre ricca di un figlio completamente ammattito, il cardinale che della spiritualità se ne fotte, il poeta che non parla, nani e ballerine… nel mezzo due personaggi veri cuciti addosso a Carlo Verdone (che interpreta forse l’unico amico sincero di Jep) e a Sabrina Ferilli… finalmente in un bel ruolo che le rende anche grande onore. È allo stesso tempo spassoso e triste assistere a questo circo umano imbastito da Paolo Sorrentino, accompagnato nei suoi movimenti da una colonna sonora che spazia dalla più becera rivisitazione dance di grandi successi pop fino a composizioni che potremmo definire colte. La cura per l’immagine, per l’inquadratura, per il movimento è quella che già al regista è stata riconosciuta più volte… caratteristica che va a impreziosire un film a mio parere di assoluto valore e da rivalutare anche da parte dei nostrani detrattori.
Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano: volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.

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