Paolo Genovese: “The Place” (2017) – di Benedetta Servilii

“The Place” è un posto che prescinde da una dimensione spazio temporale definita. Potrebbe essere in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Anche ora. Un uomo è seduto al suo tavolo in una tavola calda, sorseggia un caffè, sgranocchia patatine mentre sfoglia freneticamente una grande agenda rilegata in pelle nera. I fogli sembrano leggeri ma il loro rumore ricorda quello delle pagine scritte da una mano pesante che lascia in rilievo il suo passaggio e litri di inchiostro. Quell’agenda, infatti, è piena di inchiostro e quell’uomo ha decisamente la mano pesante: scrive continuamente i suoi appunti, cancella, riscrive, disegna frecce che uniscono parole e concetti. Poi, all’improvviso, strappa una pagina e la brucia, lentamente, aspettando che le parole diventino cenere. Chiude l’agenda e appoggia la schiena sulla vetrata del locale, esausto, come farebbe chiunque al termine di un’estenuante giornata di lavoro.
L’uomo ha trascorso la sua giornata in quella tavola calda, ha lavorato seduto in quel tavolo, ricevendo persone che avevano tutta l’aria di essere anime tormentate e “trafitte”, come le definisce Angela (Sabrina Ferilli), la dolce cameriera. Ma chi è quell’uomo misterioso? Non lo sapremo mai o, forse, siamo proprio noi spettatori chiamati a dargli un nome. Paolo Genovese scrive e dirige “The Place” (2017) ispirandosi alla serie televisiva statunitense “The booth at the end”, ideata da Christopher Kubasik, in cui un gruppo di sconosciuti stringe un patto con un uomo misterioso che assegna loro dei compiti in cambio della realizzazione di un loro desiderio. Il regista ripropone la formula della pièce teatrale sperimentata con successo in “Perfetti Sconosciuti” (2016), vincitore di due David di Donatello per la miglior regia e migliore sceneggiatura.
Tutto avviene in quella tavola calda, in quel tavolo, il resto bisogna immaginarlo. Eppure non c’è nulla di statico, nulla che dia la sensazione claustrofobica di uno spazio limitato. Alla ristrettezza degli spazi, infatti, si contrappone la richiesta ai personaggi (e anche allo spettatore) di andare oltre i propri limiti, il proprio credo e la propria morale, spingendo così l’umano all’estremo, verso l’eterna lotta tra bene e male. Tutti i personaggi sono perfettamente descritti e caratterizzati attraverso i loro racconti e i loro pensieri, che diventano i dettagli fondamentali. Non c’è bisogno d’altro. L’uomo misterioso è un imperscrutabile Valerio Mastandrea che attende, con aria seria e impassibile, i nove personaggi che si alterneranno di fronte a lui, ignari del sottile filo che li unirà. Ciò che li accomuna è di certo una vita non all’altezza dei loro sogni e delle loro aspettative, che li porterà ad accettare un patto apparentemente sadico con l’uomo pur di raggiungere quello stato degno di esser chiamato felicità.
Ci troviamo davanti desideri di ogni tipo: Ettore (Marco Giallini) è un poliziotto e ha bisogno di recuperare la refurtiva di una rapina; Suor Chiara (Alba Rohrwacher) ha perso la fede e vuole disperatamente ritrovarla; Luigi (Vinicio Marchioni) ha un figlio gravemente malato e desidera con tutto se stesso salvargli la vita; Odoacre (Rocco Papaleo) sogna una notte di sesso con Amanda, una ragazza copertina la cui foto è appesa al muro della sua officina; la signora Marcella (Giulia Lazzarini) vuole riavere con sé il marito affetto da Alzheimer; Martina (Silvia D’Amico) desidera diventare più bella; Fulvio (Alessandro Borghi), un ragazzo cieco, sogna di riacquistare la vista; Azzurra (Vittoria Puccini) vuole che il marito torni ad innamorarsi di lei e, infine, Alex (Silvio Muccino) chiede all’uomo che suo padre lo lasci in pace e smetta di cercarlo. L’ampiezza e la legittimità dei desideri dei personaggi entra in contrasto con i compiti sadici e crudeli che l’uomo assegna loro e che spaziano dal fare un figlio, commettere una rapina al violentare una donna, costruire una bomba per una strage, uccidere una bambina.
Alla richiesta di realizzare i loro desideri, l’uomo apre l’agenda, consulta i suoi appunti e risponde semplicemente: “Si può fare”. Non chiede loro nulla di impossibile da compiere, non li costringe ad agire, offre loro una possibilità, un’alternativa: “Esistono molte soluzioni allo stesso problema. Io ne offro una delle tante”. La storia richiede allo spettatore di scegliere se entrarvi o rimanerne fuori. Scelta la prima alternativa, siamo chiamati anche noi a rispondere all’implicita domanda che viene posta ai protagonisti mentre viene loro assegnato il compito: fin dove saresti disposto a spingerti per ottenere quello che vuoi? Lo spettatore diviene, all’improvviso, protagonista; inizia un viaggio introspettivo come in una sorta di girone dantesco. Lo descrive bene l’anziana Marcella: “C’è qualcosa di terribile in ognuno di noi e chi non è costretto a scoprirlo è molto fortunato”. È questa la sfida perché, in fondo, è proprio nei momenti in cui è con le spalle al muro che l’essere umano si mostra per quello che è.
Apparentemente portate all’iperbole, ci si accorge che le storie, con le loro richieste e i loro compromessi,  sono profondamente umane perché essere umani vuol dire anche entrare in contatto con la propria zona d’ombra. Ed ecco che l’uomo misterioso, senza nome, senza casa e senza sonno, smette di essere un deus ex machina o un demone e si mostra per quello che è: uno specchio. Ritorna con forza il tema del libero arbitrio e del potere personale, quello che fa sì che la nostra storia non sia un copione scritto da qualcun altro, nella consapevolezza che ci saranno sempre percorsi che non potremo mai controllare e che ci metteranno sempre sulla strada di qualcun altro, anche solo per una frazione di secondo. “Penso che la gente sia capace di fare molto più di quello che crede”, dice l’uomo trasmettendo il messaggio di speranza più importante, tra quelli che sembrano soltanto crudeli imperativi. È un’epifania accorgersi di avere il potere di scegliere, così come raccontato dalle parole di Luigi: “Non ho mai sentito di scegliere qualcosa davvero” – “E com’è scegliere?” – “Grandioso, cazzo!”. L’uomo misterioso è esausto e tormentato, anche lui riesce ad esprimere finalmente un desiderio: “Vorrei non dover più sentire i mali del mondo”. Troverà qualcuno che gli dirà… Si può fare”, chissà a quale prezzo.

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