Paolo Conte: “quanta strada nei miei sandali” – di Fabrizio Medori

Unico, come autore, come interprete, come musicista, come personaggio. Paolo Conte non ha mai avuto bisogno di trarre ispirazione da nessuno per diventare quello che è… non è paragonabile a nessun altro. Questo, da solo, non può essere sufficiente per far diventare chiunque un fuoriclasse, ma è la prima caratteristica che viene in mente, dovendo parlare di Conte e del suo percorso artistico. Molti grandi della musica gli sono stati accostati ma, se è vero che più di un musicista ha caratteristiche stilistiche affini al Nostro, quelli che più gli si avvicinano sono Tom Waits e, soprattutto, Randy Newman. Del primo sembra aver rubato alcune sonorità, del secondo alcune atmosfere ma, guardando retrospettivamente l’opera del Maestro, l’unico artista che gli può essere considerato davvero simile è Emilio Salgari, l’autore di Sandokan, quello capace di descrivere il subcontinente indiano senza mai essere uscito dall’Italia. Conte, però, lo supera, ci fa immaginare un universo intero descrivendo scene molto poco esotiche, come il bar di quartiere, o la strada dove passerà una gara ciclistica o, ancora più semplicemente, un tinello marron. La scuola letteraria, è quella dispersa tra Mompracen ed i fumetti che, a cavallo tra le due guerre mondiali, hanno creato un immaginario collettivo capace di unire culturalmente più di una generazione. La capacità letteraria si adagia perfettamente sulla capacità di fondere ritmi sudamericani e batterie elettroniche, strumenti tradizionali e sintetizzatori, cori perfettamente armonizzati e kazoo, lo strumento meno “strumento” di tutti. L’esotismo letterario si sposa benissimo con uno stile musicale che Conte affinerà pian piano, con gli anni e con la sempre crescente consapevolezza della propria peculiarità. Il primo amore è sicuramente il Jazz tradizionale, del quale il giovane Paolo si innamora, insieme al fratello Giorgio, in un’atmosfera che, probabilmente, non sarà stata molto differente da quella descritta dal regista Pupi Avati nella sua miniserie televisiva “Jazz Band”, del 1978. La radio, all’epoca, trasmetteva ritmi e sogni sudamericani e, tutti i giovani in quei giorni, venivano investiti da un’onda di musiche e balli latini, che ritroveremo spesso nelle composizioni contiane. L’altra Sua grande fonte di ispirazione è Asti e le sue campagne, la sua terra, fatta di nebbie, lunghi inverni freddi, sapori e profumi, piccoli eroi contadini e giganti del ciclismo, a cui spesso verranno dedicate canzoni epiche… basta ascoltare Diavolo Rosso e Bartali, dedicate a due campioni che, in epoche diverse, hanno fatto sognare gli italiani che la bicicletta la usavano, ma per andare a lavorare. Paolo, Giorgio ed i loro amici erano appassionati di Jazz, dicevamo, e spesso si ritrovavano per ascoltare i dischi che ognuno di loro riusciva a procurarsi… tant’è che il maggiore dei figli del notaio Conte partecipò ad un quiz europeo sul Jazz, classificandosi secondo. Parallelamente alla passione per lo swing, i fratelli Conte provavano a scrivere canzoni per il mercato pop e, dopo un paio di tentativi, arrivarono i primi successi: Paolo non impiegò molto a guadagnarsi la fiducia di Adriano Celentano, che inserì il suo brano Chi Era Lui, sul retro del suo fortunatissimo singolo “Il Ragazzo Della Via Gluck”. Subito dopo Celentano riconfermò la sua fiducia, portando al successo il primo 45 ad avere una canzone di Conte come lato A… “La Coppia Più Bella Del Mondo”, che raggiunse subito la vetta delle classifiche di vendita. L’ascesa verso la perfezione non si arrestò, e Paolo confezionò il suo capolavoro, una delle canzoni italiane più conosciute nel mondo, un inno nazionale pop: Azzurro. Era impossibile pensare a qualcosa di più, e Paolo Conte stava iniziando ad incassare una meritatissima fama, come compositore. Con questa canzone inizia un bellissimo sodalizio, con il paroliere Vito Pallavicini, che per tutto il seguito degli anni 60 scriverà i testi delle canzoni di Paolo Conte. Insieme A Te Non Ci Sto Più, invece, oltre ad essere un capolavoro, lo metterà in contatto con la sua interprete, Caterina Caselli, che in seguito diventerà sua discografica. Il nodo centrale della carriera di Conte (che nel frattempo è passato da aiutante del padre a titolare di uno studio legale) è proprio il mercato discografico, al quale approda quasi per caso. Essendo costretto a registrare provini delle proprie composizioni, l’Avvocato non aveva bisogno di scorciatoie o raccomandazioni per farsi ascoltare dai discografici più importanti dell’epoca, anzi, era ricercatissimo e molto corteggiato. Nel 1974, il suo amico e “datore di lavor” Lilli Greco, lo convince ad incidere un disco come cantante, il titolo del primo Lp sarà “Paolo Conte”, e non sarà certo un successo memorabile. Contiene brani che diventeranno noti per l’interpretazione di altri, come Onda Su Onda e che lo sono già, perché già incisi da altri: Una Giornata Al Mare, singolo dell’Equipe 84 e un paio di canzoni che diventeranno importanti in seguito, fino a diventare pietre miliari del canzoniere “contiano”. Tra queste non possiamo dimenticare La Giarrettiera Rosa, Wanda, La Fisarmonica Di Stradella e Sono Qui Con Te Sempre Più Solo, prima parte della “saga del Mocambo”, il bar immaginario intorno al quale ruota la vita di qualche povero uomo grigio di un Nord Ovest neanche tanto immaginario. L’autore, che si sta lentamente trasformando sempre più in cantante, diventa un nome fisso nel cartellone del Premio Tenco e, proprio da quella Sanremo, così diversa da quella del Festival del cinema Ariston, inizia ad espandersi la fama del cantautore dalla voce ruvida e sgradevole, che scrive canzoni straordinarie. La voce non accenna a migliorare nel secondo disco, ancora una volta senza titolo, ancora una volta pieno di canzoni interessantissime. C’è la perla, ancora una volta affidata a Bruno Lauzi che, dopo Onda Su Onda, porterà al successo anche Genova Per Noi, meraviglioso omaggio alla città e alle sue atmosfere, scritta da uno che genovese non è. C’è il seguito della storia sul Mocambo, La Ricostruzione Del Mocambo, ancora più bella e realistica del suo prologo. Ci sono altri brani che si faranno notare col tempo… Avanti Bionda, Tango e La Topolino Amaranto. Ci sarà infine, un omaggio a Napoli e alla sua grande cultura, nel racconto sugli immigrati di Naufragio A Milano. Il disco rimane un prodotto che non esce fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, ma questo avviene anche perché Conte ed il suo produttore, sempre Greco, non si sforzano molto per valorizzare il prodotto. Un altro grande riconoscimento arrivò da una di quelle canzoni che parlavano di ciclismo e degli appassionati di questo magnifico sport, Bartali. Probabilmente il pezzo nasce da una collaborazione con il fratello Giorgio, perché Paolo ne parla in prima persona, anche se il deposito Siae è a nome del fratello Più o meno contemporaneamente all’uscita del terzo disco, oltre tre anni dopo il secondo e finalmente con un titolo, “Un Gelato Al Limone”, Bartali viene incisa anche da Enzo Jannacci, e diventa un successo piuttosto importante. Nello stesso tempo, Dalla e De Gregori inseriscono nella loro fortunata tournée “Banana Republic” il brano che da il titolo all’Lp di Conte, in versione rock’n’roll, contribuendo alla crescita della fama dell’avvocato di Asti. Il terzo disco è piuttosto diverso dai precedenti, cambia il produttore, Nanni Ricordi, cambiano i musicisti e cambiano le atmosfere, meno rurali e più sofisticate… cambiano anche i ritmi, meno popolari e più Jazzati. Oltre alle citate Bartali e Un Gelato Al Limone, nel disco troviamo altri classici del repertorio di Conte: Angiolino, Dal Loggione, Blue Tangos e Sudamerica Rebus poi è un omaggio alla passione dell’autore per l’enigmistica. Al premio Tenco, Conte è ormai una presenza fissa, il pubblico lo scopre lentamente, anche perché un artista vero non ha bisogno di grandi campagne pubblicitarie, ha bisogno di far innamorare di se il pubblico e poi, quello per Paolo Conte non è quasi mai un amore passeggero, ma una passione che non ti abbandona. Passano due anni ed arriva il quarto disco, con un ritorno alla produzione di Lilli Greco ed allo studio dove erano stati registrati i primi due dischi. Per il resto si va sempre avanti, la copertina è fin troppo moderna, e tra i musicisti spunta il nome di Jimmy Villotti che, per qualche anno sarà un alter ego per Conte, oltre che un formidabile chitarrista. Parecchi brani, provenienti da questo “Paris Milonga”, sono rimasti nel cuore degli appassionati e nelle scalette dei vari concerti. Oltre ai due brani che creano il titolo all’album… Parigi, dedicata alla città che più di ogni altra ha amato Paolo Conte e Alle Prese Con Una Verde Milonga, nella quale l’autore omaggia e cita Atahualpa Yupanqui, ultimo grande interprete della milonga argentina, conosciuto proprio in una serata del Premio Tenco. Nel disco sono presenti Pretend e Madeleine, ma soprattutto Boogie, tra “afrore di coloniali” e “cassiere che masticavano caramelle alaskane” e, la prima canzone di successo di tutto il repertorio, Vieni Via Con Me, conosciuta anche nella versione di Roberto Benigni. Nel disco successivo, “Appunti Di Viaggio”, del 1982, la guida tecnica rimane nelle capaci mani di Italo Greco e tra i musicisti compare il contrabbassista Tiziano Barbieri, anche lui per diversi anni a fianco di Conte. Il costante processo di crescita ha il suo apice in Dancing, una canzone che sembra trasportare l’ascoltatore dalla vecchia balera di Boogie in un dancing appena un po’ più moderno; Lo Zio, incentrata su un personaggio che è in grado di spiegare la vita; Diavolo Rosso, che tratteggia la figura di un campione del ciclismo, eroe di un’epoca ancora precedente rispetto a quella di Coppi e Bartali, l’astigiano Giovanni Gerbi; ma la vetta, in questo disco, è rappresentata da Hemingway, nella quale le poche parole utilizzate per descrivere il narratore americano si sciolgono nel primo tra i grandi temi musicali “epici” di Conte. Nel 1982 Paolo Conte si dedica alla realizzazione della colonna sonora del primo film di Roberto Benigni, “Tu Mi Turbi”, nella quale anticipa anche qualche tema del disco uscito nel 1984 e che, come i primi due, si chiama semplicemente con il nome del suo autore. Il Maestro cambia casa discografica (approdando alla CGD) e produttore, affidandosi a Renzo Fantini, da anni impegnato con Francesco Guccini. Dal gruppo dello stesso Guccini, Conte preleverà Ares Tavolazzi, Ellade Bandini e Antonio Marangolo, oltre ad utilizzare il chitarrista Massimo Luca, già collaboratore di Lucio Battisti, Mina, Fabrizio De André, dello stesso Guccini, di Pierangelo Bertoli e di tantissimi altri. Tra le canzoni presenti, una emerge particolarmente, ed è Gli Impermeabili, terzo atto della storia del Mocambo, secondo tra i grandi temi “epici” e presente, anche se solo in versione strumentale, nella colonna sonora del film di Benigni dell’anno precedente. Altro tema di “Tu Mi Turbi” è Sparring Partner, romantica storia di un pugile suonato. Indimenticabili pure Sotto Le Stelle Del Jazz, nella quale Conte racconta il suo innamoramento per la musica afro-americana e Come Mi Vuoi, struggente ballad jazzistica. Arriva il 1985 e la casa discografica decide che è ora di tirare le somme… così arriva “Concerti”, un doppio registrato dal vivo che rappresenta in maniera piuttosto precisa i concerti del tour fatto nei teatri per promuovere il disco dell’anno precedente. Paolo si riappropria definitivamente dei più conosciuti tra i brani portati al successo da altri interpreti, rendendo due commoventi versioni piano e voce di due tra le sue canzoni maggiormente rappresentative, Azzurro e Bartali le quali, spogliate da ogni coloritura strumentale da parte dell’orchestra, brillano come due pietre preziose. Due anni dopo, nel 1987, arriva il disco che più di ogni altro mostra la crescita artistica di Conte, “Aguaplano”. Anche questo, all’epoca, esce in forma di doppio Lp e ci propone l’Avvocato nel massimo splendore della sua maturazione artistica. Il primo disco rappresenta il livello raggiunto dall’arte compositiva di Paolo Conte, rendendo difficile la segnalazione di brani più interessanti degli altri. Tre dei brani contenuti nel disco entreranno di slancio nell’olimpo contiano, e saranno sempre presenti nelle scalette dei concerti, Aguaplano, il sogno di un viaggio in idrovolante sopra il “fiume di Gennaio”; Max, che si solleva lentamente sul suo ritmo cadenzato per poi esplodere nel terzo, grandioso, finale epico, come se volesse portare al limite estremo quelle melodie larghe e solenni accennate in Angiolino, portate poi ad un livello superiore in Hemingway e Gli Impermeabili; ed infine la conclusiva Jimmy Ballando, omaggio al più stralunato dei suoi comprimari, il chitarrista Jimmy Villotti. Tra le altre splendide canzoni spiccano alcune pennellate romantiche e un po’ retrò: Languida, che inizia con un bel dialogo tra piano e violoncello per concludersi con l’ingresso di una piccola orchestra da camera, guidata dal clarinetto; subito dopo il piano torna ad essere l’unico sostegno per la voce, in Paso Doble, allegra e divertente; Dopo Le Sei è il ritratto di due signore non più giovanissime sedute al tavolino di un caffè; non lontano devono esserci la bottiglieria e la pasticceria dipinte in Ratafià. Il secondo disco, più coraggioso e meno “facile” è impreziosito da Anni, Non Sense, Amada Mia e da un nuovo omaggio a Napoli, Spassiunatamente. l’incisione è l’ultimo grande spartiacque nella carriera di Conte che, finalmente, decide di dedicarsi esclusivamente alla carriera musicale, archiviando per sempre tutte le pratiche lasciate in sospeso nello studio di Corso Dante. Anche i concerti promozionali di “Aguaplano” finiranno, nel 1988, su un disco dal vivo, “Paolo Conte Live”, nel quale i brani più importanti degli ultimi dischi saranno affiancati da una meravigliosa versione di Messico E Nuvole. A questo punto non è semplice rimanere allo stesso livello artistico dei dischi precedenti e Conte decide di cambiare la squadra dei suoi accompagnatori, affidandosi ad una serie di musicisti molto giovani ma perfettamente sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda. I nuovi comprimari esordiscono nel disco del 1990, “Parole D’Amore Scritte A Macchina”, nel quale Conte inizia a vedere la professione legale, che ha oramai abbandonato, sotto una luce più ironica. Anche se le canzoni qualche volta sono un po’ sotto il livello al quale eravamo abituati, Ho Ballato Di Tutto, Un Vecchio Errore e Il Maestro sono i tre brani che, da soli, sarebbero in grado di reggere tutto il disco. La seconda delle tre spicca con la poesia dei suoi versi: “io non mi guardo, giro lo sguardo, la so a memoria, fin troppo questa storia…” e rappresenta al meglio l’immagine di sé che l’autore ci ha dato negli anni. Nel 1992, con un larghissimo anticipo, arriva l’omaggio al secolo che sta per finire, “900”, nel quale il nostro uomo, ormai diventato saggio senza mai essere stato adulto, ci racconta le suggestioni di un’epoca che troppo velocemente ha trasformato le sue novità in “modernariato”.  Novecento e Il Treno Va, aprono il lavoro introducendoci nel tour attraverso le immagini, i suoni, i sapori e le sensazioni che hanno accompagnato l’autore in questo lungo e romantico viaggio, tra un Pesce Veloce Del Baltico e le atmosfere esotiche di Gong-oh, tra una Schiava Del Politeama e La Donna Della Tua Vita, con la Brillantina Bengalese in testa, Chiamami Adesso. Ancora un disco dal vivo, “Tournée”, nel 1993, e ancora un paio di anni di attesa, poi “Una Faccia In Prestito”, probabilmente il miglior lavoro di tutti gli anni 90, con le splendide Elisir, Teatro, Sijmadicandapajee (dal dialetto astigiano: “siamo dei cani da pagliaio, bestie che non impauriscono nessuno”), Quadrille, Una Faccia In Prestito e Danson Metropoli ma, soprattutto, con Cosa Sai Di Me, nuova frontiera della poetica di un autore capace di sintetizzare un secolo in una canzone epocale. Intervallato da un nuovo disco live, “Tournée 2”, nel 2000 arriva un disco nel quale è riportata un’opera molto impegnativa, “Razmataz”, alla cui stesura Conte sta lavorando da tempo. Il disco fa parte di un progetto che non si limita al supporto audio, ma prevede un libro (pubblicato in realtà una decina di anni prima), una mostra dei quadri e degli schizzi che lo illustrano ed una serie di concerti nei quali Conte è accompagnato da una vera e propria orchestra, comprendente anche un quartetto d’archi e cinque coriste… in totale venti musicisti che accendono il palco in una spettacolare carrellata, un vero e proprio musical legato, ancora una volta, alla ricorrente tematica della nostalgia per la prima metà del 900. La produzione, fortunatamente, non si ferma qui e, negli anni seguenti arrivano altri quattro dischi, tutti significativi, tutti molto belli, tutti, in qualche modo, leggermente diversi dai precedenti ma tutti, alla fine, fedeli allo standard qualitativo al quale Paolo Conte ci ha abituato. “Elegia”, del 2004, aperto dallo splendido brano omonimo, contiene Molto Lontano, la vecchia Non Ridere, La Vecchia Giacca Nuova e un nuovo capitolo della vecchia saga, La Nostalgia Del Mocambo. Nel 2008 esce “Psiche”, che aggiunge una manciata di nuove canzoni al repertorio, con Intimità, Bella Di Giorno e la stessa Psiche a mettersi in evidenza. Nel 2010 scompare Renzo Fantini, storico produttore discografico di Conte e di Guccini e l’album “Nelson” viene dedicato ala memoria dell’amico e collaboratore. I brani migliori del disco sono sicuramente L’Orchestrina, Storia Minima e la nuova canzone “napoletana”, Suonno ‘e tutt’o suonno. Nel 2014 esce “Snob”, nel quale Conte riesce a portare ancora più in alto l’asticella del suo spessore artistico con le meravigliose Argentina, Snob, Tropical e la deliziosa Manuale Di Conversazione. Ho avuto la possibilità di assistere ad un concerto del tour promozionale di questo disco e la sensazione che lo spettacolo mi ha lasciato è che, come i grandi vini piemontesi, Paolo Conte non invecchia… si sta solo affinando.

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