Paolo Conte: “Aguaplano” (1987) – di Fabrizio Medori

Una carriera anomala, quella di Paolo Conte, impossibile paragonarlo a chiunque altro. Signore di provincia, tranquillo, stimato professionista, ma con un talento musicale molto al di sopra della media degli autori professionisti. Quando è stato pubblicato “Aguaplano” (1987) era ancora attivo come avvocato e forse la chiave della bellezza di questo disco sta un po’ anche nell’anomalia di un musicista part-time. Forse lo spirito creativo traeva nutrimento anche da quella doppia vita, da quello sdoppiamento della persona, più che della personalità. Probabilmente dopo “Aguaplano”, capolavoro di raffinatezza ed equilibrio, l’abbandono dello studio legale ha un po’ ridotto l’urgenza creativa, a giudicare dal livello dei lavori successivi, sempre di ottima qualità, ma senza quella scintilla che in “Aguaplano” infiamma l’ascoltatore.
Per questo doppio Lp l’artista mette insieme il più ispirato gruppo di accompagnatori di tutta la sua carriera, forti di una lunga frequentazione e di una capacità unica di interpretare la musica del Maestro… troviamo Antonio Marangolo ai sassofoni, ai sintetizzatori e alla direzione artistica del progetto; Jimmy Villotti alle chitarre, Ares Tavolazzi al contrabbasso e al basso elettrico; Ellade Bandini alla batteria… ai quali si aggiungono la violoncellista Fanette Pelissier (che si unirà al gruppo degli altri, nei concerti dal vivo, per diversi anni), IL fisarmonicista Nando Francia, il violinista Stefano Pastor, il clarinettista Paolo Tocco, le coriste Cristina Rossi e Holly Pearson e, per finire, il programmatore di suoni Marco Canepa. Nelle note del disco Paolo Conte è accreditato al pianoforte e al kazoo, perché non si è mai sentito un cantante (ma è proprio la sua voce improbabile a renderlo unico) a dare la giusta atmosfera alle canzoni, a farci viaggiare verso luoghi e tempi che non saremo mai in grado di visitare.
I due dischi sono piuttosto diversi tra loro, soprattutto nelle intenzioni, perché le sonorità non variano quanto le canzoni. Si comincia con Aguaplano, in un viaggio su un immaginario idrovolante ai tropici, sul “Fiume di gennaio”, spinti dalle percussioni e da un flauto di Pan sintetizzato, si prosegue con Baci Senza Memoria, una delle tipiche storie d’amore dell’avvocato di Asti, che appoggia la sua malinconia su un piano elettrico. Si torna al pianoforte a coda per Languida, che non tradisce le aspettative create dal titolo. Paso Doble con il suo ritmo sudamericano movimenta un po’ l’atmosfera, che si rallegra ulteriormente nella splendida descrizione di due anziane signore in Dopo Le Sei. Il primo colpo al cuore arriva a questo punto: Max è un classico fin dalla sua nascita, con il suo incedere misterioso, una chitarra elettrica che lentamente avvolge le parole ed il crescendo che porta alla sezione finale, nella quale il clarinetto e la fisarmonica guidano un trionfo di sonorità epiche. Segue Blu Notte, quasi una dichiarazione d’amore nei confronti di una vita che si svolge di notte, tra fumo, blue notes e personaggi in bianco e nero.
La Negra è il trionfo dell’esotismo provinciale, su un bel ritmo caraibico. Un passo indietro, ma soltanto nel ritmo, per Hesitation, nella quale i protagonisti diventano gli amanti, con i loro pensieri, che sembrano ballerini, mentre Ratafià è l’ennesimo tuffo in una città immaginaria, vista con gli occhi del romanticismo. Per concludere il primo disco l’autore si autocommisera in Nessuno Mi Ama, nello splendido ritratto di un perdente professionista. Il secondo disco è composto da brani meno convenzionali, piccoli esperimenti e due brani tratti dalle colonne sonore di due spettacoli teatrali di qualche anno prima. Partiamo con l’interlocutoria Midnight’s Knock Out e passiamo subito a Anni:
“Il teatro ha recitato sulla mia faccia i personaggi che voleva lui e non volevo io”
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Si passa quindi allo scherzo napoletano di Spassiunatamente,  per continuare a giocare con le parole di Non Sense, alla quale si accoda Les Tam-tam Du Paradis, colonna sonora dello spettacolo “Corto Maltese” e poi, di seguito, Amada Mia, una delle più significative tracce di tutto il disco. Il viaggio nel tempo e nello spazio si avvia alla sua conclusione con l’ultima manciata di brani: Recitando è una malinconica visione del mondo degli attori, quelli che lo fanno su un palco e quelli che lo fanno nella vita, mentre Gratis è l’altra colonna sonora, utilizzata nello spettacolo “Varietà in varie età”. Troppo Difficile non si sposta dalle atmosfere pianistiche tipiche di Conte e prepara la strada per un omaggio al chitarrista del gruppo: Jimmy Ballando è il meraviglioso racconto di una serata passata insieme all’amico e partner musicale di vecchia data Jimmy Villotti, trascinati – anche noi – in un lento ritmo che li trascina nell’America degli anni 40. La cosa che colpisce di più in “Aguaplano” è la straordinaria capacità di raccontare tante storie diverse e di inventare tante ambientazioni differenti, restando però all’interno di una coerenza stilistica rigorosa e senza sbavature.

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