Paolo Conte: “900” (1992) – di Bruno Santini

“L’attualità non mi interessa. Il Novecento non è quello che ho sotto gli occhi, è quello che risuona dentro di me. Nel mio piccolo, ho sempre cercato di inseguire lo spirito di questo secolo. Il Novecento è qualcosa di impalpabile, ha tutto un suo gusto ambiguo, che gli dà un fascino speciale. È un secolo molto difficile, perché pieno di equivoci (…), e ancora… “Non avrei voluto vivere in un secolo diverso da questo, anche se è un secolo che idealmente non sarebbe il mio”, per poi concludere con “Il Novecento è stato un secolo terribile, con due guerre mondiali: un secolo equivoco, ma interessante, in cui abitare è stato forse un privilegio, anche se oggi non riusciamo ancora a capirlo”Parole, queste, rilasciate da Paolo Conte Paolo Di Stefano in un’intervista.
“900” 
(pubblicato dalla CGD nel 1992è il nono album in studio realizzato dall’ex-Avvocato di Asti. Disco facente parte del dittico “Parole scritte a macchina” del 1990 e, appunto, “900”, di due anni dopo; una produzione artistica che procede in netta controtendenza rispetto alle precedenti. Una nuova sperimentazione musicale (e, di conseguenza, un’evoluzione in tal senso) era già stata effettuata con l’album di due anni prima: non a caso, la critica non aveva visto di buon occhio questo distacco dalla classicità, benché pezzi come Colleghi trascurati rievocassero il gusto artistico dei primi album. Con “900”, invece, il passaggio non è più parziale ma totale e definitivo e l’obiettivo, ovvero la coesione di più generi e stili, è ampiamente raggiunto.
Basti ascoltare tre pezzi emblematici, di questo album, che ben possono dimostrare quanto detto: Novecento (singolo, tra l’altro, di lancio e volutamente scritto in lettere), Il treno va e Gong-oh. Se per il primo la discussione tocca caratteri più complessi, è nella differenza stilistica degli ultimi due che si nota l’evoluzione di Paolo Conte: in antitesi al carattere decadente e quasi nostalgico de Il treno va, il ritmo incalzante del pianoforte di Gong-oh e la dedica a Chick Webb e Sidney Bechet, pilastri rispettivamente di Swing e Jazz. Torniamo a Novecento, il brano più celebre dell’intero album che, ancora una volta, gode dell’onore di aver diviso una critica. Se attraverso il brano l’intento di Paolo Conte (che fa rima con il suo essersi sempre definito “non uomo di cultura”) è quello di “vedere il piede che si muove e che batte il ritmo” perché “è il più bel tipo di riconoscimento che può venire dal pubblico”. L’accesa discussione sul pezzo si è sempre soffermata sull’ambiguo e controverso testo: terminologianeologismi, parole che sono collocate in un contesto totalmente differente dall’originario; sono tutte note che ben valgono la nomina, mai casuale, di “paroliere” per il cantautore piemontese. Se il
palcoscenico pleistocenico / sull’altopiano preistorico / prima vulcanico e poi galvanico” per alcuni risuona come innovativo, per altri invece è “strano”.
Più semplicemente, a nostro avviso, è la caratteristica tendenza espressiva di Paolo Conte, al tempo forse ancora troppo innovativa, padrone della musica e della parola. Un cantautore che si potrebbe definire “poeta incolto”. Volendolo paragonare con qualsiasi altro pilastro del cantautorato italiano (vedi Battiato, De Andrè o De Gregori) la differenza culturale che emerge dai testi è abissale… ma non è il vincolo su cui si basa la musica dell’Artista. Il richiamo puramente jazz e le influenze che da questo genere derivano, mettono in risalto – di sicuro – una grandissima espressione strumentale.
La coesione di più generi e stili, secondo un modus operandi che, da “900” in poi, diventerà causa di un tanto acclamato successo internazionale (peraltro già ottenuto da tempo in Francia), quasi tendono ad oscurare un qualsiasi significato del testo. Di conseguenza, non è al significato della parola che si dà peso, ma al significante: in altre parole, c’è un gran gioco sonoro e di allitterazioni, assonanze e consonanze; parole importanti, termini ricercati o poco utilizzati nella lingua italiana o, talvolta, un semplice monosillabo... è il caso di Do-do, brano finale dell’album, quasi una ninna nanna con cui si conclude un immenso lavoro, cantato in francese e italiano, con la voce di Paolo Conte che si impegna nel solo e ripetuto “da da da”. In definitiva, a riassumere l’intero lavoro, ancora una volta una frase del cantautore:
Ci dev’essere stato un giorno in cui tutto è cambiato, il mondo ha voltato pagina, e non ce ne siamo accorti. Mi interessava isolare, fermare un momento storico come questo.

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