Panther & C.: “Il Giusto Equilibrio” (Black Widow Records 2017) – di Maurizio Garatti

Da parecchio tempo ormai è risaputo che Genova è in tutto e per tutto una città Prog, almeno dal punto di vista musicale, e questa nuova uscita discografica targata Black Widow Records sembra fatta su misura per dimostrarlo. A meno di due anni di distanza dal loro esordio i Panther & C. tornano a far parlare di loro con un album raffinato e vitale nel quale i classici elementi del Prog emergono in tutto il loro splendore, grazie al prezioso lavoro di una line up quanto mai ispirata. Mauro Serpe (voce, flauto traverso), Alessandro La Corte (tastiere), Giorgio Boleto (basso), Riccardo Mazzarini (chitarra) e Folco Fedele (batteria) creano un amalgama romantico ed evocativo nel quale convivono i lati migliori della tradizione sinfonica italiana e il classico progressive di chiara derivazione Genesis. Nelle cinque tracce che compongono il disco appare evidente il legame che unisce questa Band al celebre quintetto inglese: come loro infatti, i Panther fanno della coesione tra le varie parti il cardine sul quale far ruotare la loro musica, senza tuttavia rinunciare alle qualità dei singoli strumenti. Tocca alla iniziale E Continua Ad Essere… confermare quanto sin qui scritto: un opening act ariosa che mostra da subito il tiro melodico della band, con le tastiere che si fondono perfettamente con il flauto, supportate da una sezione ritmica che gioca a nascondino tra le pieghe romantiche del brano. Dopo un pregevole assaggio, eccoci ai tredici minuti abbondanti di Giusto Equilibrio, nei quali la forma musicale del gruppo emerge prepotentemente; l’alternanza di tempi, i cambi di ritmo e le fughe tracciate a volte dalle tastiere e a volte dalla chitarra fanno da contraltare alla voce del frontman, capace di colorare con toni acquarello un brano già di per sé molto contemplativo. Come suggerito dal titolo, è l’equilibrio il vero protagonista del mondo sonoro che si sprigiona dai solchi del disco, posizionando l’ascoltatore su una piattaforma virtuale perfettamente in bilico tra due mondi contrastanti come solo innovazione e tradizione sanno essere. Con i seguenti quattro minuti, che prendono il titolo di Oric, eccoci catapultati in una dimensione diversa, quasi fatata: una vera e propria terra di mezzo, popolata da Elfi e Folletti disposti a mostrarci una breve visione del loro mondo. Un breve excursus che ci introduce a Fuga dal Lago, vero e proprio centro di tutta l’opera. Sin dai leggeri tocchi di campana che, insieme alla flebile voce del flauto, aprono il pezzo, ci rendiamo subito conto che la magia così tanto cercata tra le mille note che – vorticose – riempiono le giornate di noi progger, finalmente torna a mostrarsi. Un brano strumentale di grande fattura, nel quale i Panther risultano abilissimi sarti di trama e ordito, riuscendo nel difficile compito di far coincidere l’anima musicale con il virtuosismo tecnico: una sinfonia breve che prende forza da se stessa sollevandosi da tutto ciò che la circonda. La conclusiva L’Occhio Del Gabbiano è un altra splendida e lunga escursione nel progressive più puro, grazie alla quale ci troviamo a passeggiare in compagnia di amici mai dimenticati. Sono semplici momenti di piacere, che raccolgono i ricordi di una vita intera e ce li mostrano con la suadente forma di note musicali. Per questo dobbiamo ringraziare i Panther, che con questi 48 minuti di musica hanno saputo (ri)portarci in quella sottile striscia di terra che unisce il sonno alla veglia: la stessa nella quale i sogni sembrano far parte della realtà.

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